Articolo
Riccardo Lenzi

Pane, alfabeto e memoria: la “spettacolare” riscoperta della parola cooperazione

Musica, immagini e parole raccontano la storia di un’idea – la cooperazione – intrecciata alla storia di una comunità, quella degli esseri umani, che ieri come oggi si trova ad affrontare la crisi degli ideali, delle comunità locali e di quelle culture che non si sono mai rassegnate (o non del tutto) all’ondata neoliberista che, specie negli ultimi trent’anni, ha trasformato profondamente – e certamente in peggio – la società italiana. Ci parla di questo spettacolo inusuale uno degli autori.

Riappropriarsi delle parole, infatti, attraverso una riflessione stimolata dal linguaggio artistico e letterario significa riappropriarsi anche (soprattutto) della propria storia, troppo spesso non ricordata: “Promettemmo ai nostri elettori PANE E ALFABETO: il pane l’abbiamo dato e vogliamo dare anche l’alfabeto. Raccogliamo, quindi, i bambini dalla strada, li accompagniamo all’educatorio e alla scuola, offriamo loro una completa assistenza scolastica, e questo costituisce un titolo d’onore per la nostra amministrazione…”. Questo il monito di un grande amministratore, socialista d’altri tempi: Francesco Zanardi, “sindaco del pane” a Bologna dal 1914 al 1919.

Mentre una giovane donna si appresta a impastare il pane, disturbata e infastidita dal (suo?) uomo che le gironzola attorno, il mattarello e gli altri utensili di una piccola cucina – fuori dal tempo – iniziano a scandire un ritmo, mentre una voce fuori campo inizia a sillabare: Si guadano fiumi – di tanto in tanto – giacché vivere pare sia ancora stare a galla. E la vita è una cosa anfibia…
La vita di ciascuno, la vita di tutti. Un viaggio attraverso 150 anni di storia e di costume. Un percorso che assomiglia alla lenta ma inesorabile levitazione del pane, principe indiscusso delle nostre tavole, simbolo mistico di una comunità (e dei suoi valori), prima ancora che di una “civiltà”. Una comunità ancora viva quella delle cooperatrici e dei cooperatori, che a volte fatica a tenere i fili delle proprie radici, delle proprie origini. Quando l’unione nacque da una esigenza primaria: la sopravvivenza. Un approccio solidaristico all’impresa economica, nato in Inghilterra a metà dell’Ottocento: una foto in bianco e nero ritrae i “probi pionieri di Rochdale”, uomini che iniziarono questa straordinaria avventura proprio dall’acquisto in comune di un sacco di farina.
Uomini. Non c’è una donna. Anche se le donne c’erano, eccome! Potevano essere ammesse come socie con diritto di voto, e molte di loro aderirono soprattutto per acquisire il diritto di ritirare il salario del marito prima che se lo spendesse al pub… (alla faccia della probità).
Nasce così la Cooperazione. Non solo una modalità di fare impresa: soprattutto ed innanzitutto un’ideale di lavoro e di società basati sulla solidarietà.
Mutualismo e destinazione di utili a riserva indivisibile sono, in sostanza, gli elementi distintivi della cooperazione: un approccio socioeconomico che ha rappresentato a lungo un’ipotesi alternativa alla spietata legge del mercato capitalistico. Uno strumento fecondo che, puntualmente, la Costituzione italiana riconosce nel primo comma dell’articolo 45: La Repubblica riconosce la funzione sociale della cooperazione a carattere di mutualità e senza fini di speculazione privata. La legge ne promuove e favorisce l’incremento con i mezzi più idonei e ne assicura, con gli opportuni controlli, il carattere e le finalità.
A partire da questa consapevolezza, un gruppo di persone composto da dipendenti e consiglieri/volontari di Coop Adriatica, attori e musicisti (non tutti soci) ha ideato, scritto, organizzato e messo in scena il “Sillabario della Cooperazione”: uno spettacolo dal vivo dedicato allo spirito, alle radici e alla storia della cooperazione. Il Sillabario ha avuto il suo battesimo del fuoco domenica 22 novembre 2009 a Quarto d’Altino, in occasione della Consulta sociale di Coop Adriatica.
Successivamente è stato riproposto alla sala Gulliver di Alfonsine (Ra) il 29 aprile 2010 e presso il teatro di Sasso Marconi (Bo) il 14 dicembre 2010.
Una storia che oggi fa i conti nuovamente con il dramma della disoccupazione e della precarietà di massa, minando in radice le speranze e il futuro di tanti giovani. Una disperazione esistenziale che trova voce nella poesia di Luigi Di Ruscio (“Sono senza lavoro da anni”, tratta dalla raccolta “Non possiamo abituarci a morire”, 1953): Avevo pensato di farla finita / se resisto è per la speranza che cambierà / ma ormai ho qualche filo bianco / senza avere una sposa e un figlio / solo questo vorrei / questo sogno da pazzi.
Un viaggio nella storia e nell’attualità delle parole “lavoro”, “dignità”, “coraggio”, “memoria”. Un viaggio, dalle origini al presente, di cui la musica è parte integrante e fondamentale: dalle canzoni popolari venete ed emiliane ad una versione riveduta di “Mamma mia dammi 100 lire”; dalla sdrammantizzante ironia de “L’operaio della Fiat (La 1.100)” di Rino Gaetano, a “Svalutation” di Celentano.
Fino alla commovente “Pane e coraggio”, canzone pubblicata nel 2003 da Ivano Fossati e dedicata alla tragedia contemporanea dei migranti, costretti a lasciare “un paese che ci odia per un altro che non ci vuole”.
Genesi di un’idea
L’idea del Sillabario nacque in seguito al successo di un precedente esperimento teatrale: per iniziativa delle stesse persone il 1° maggio 2009 a Bologna, in Piazza Maggiore, andò in scena uno spettacolo intitolato “Sillabario della Costituzione”, ideato e organizzato dal gruppo di lavoro “Costituzione e valori cooperativi” insieme all’ANPI e alla Camera del Lavoro di Bologna, in occasione della Festa del Lavoro. In quel caso si cercò di recuperare e restituire al pubblico il significato profondo delle parole fondanti della Costituzione: popolo, libertà, lavoro, democrazia, ecc. Pensammo allora che la medesima formula comunicativa potesse servire per rievocare e riproporre, dentro e fuori il mondo cooperativo, le parole fondanti della cooperazione, facendo riscoprire a chi avesse assistito allo spettacolo l’impressionante attualità Dopo un lavoro di ricerca documentale ed iconografica, si è cercato di individuare e riproporre parole ed immagini significative, costruendo un “copione” che tenesse insieme storia e presente, con uno sguardo (possibilmente fiducioso) verso il futuro. Parole in grado di rappresentare e raccontare un patrimonio di cultura, valori e vissuto.
Ri-nominare alcune parole-chiave che, pur mantenendo ancora una forte valenza evocativa, rischiano di scivolare nell’oblio e chiedono pertanto di essere “ripronunciate” in modo consapevole, mostrandone l’impressionante attualità. Un alternarsi di recitazione e canzoni dal vivo, per un viaggio che attraversa una storia lunga 150 anni: dai probi pionieri di Rochdale alle prime cooperative di consumo dell’Emilia-Romagna e del Veneto, dalle lotte operaie del dopoguerra all’attualità di una condizione giovanile segnata dalla precarietà del lavoro e dell’esistenza.
Non a caso lo spettacolo* vede come elemento centrale la “evoluzione” del pane (dal frumento alla farina che, “manipolata” dalle donne e dagli uomini con acqua ed altri ingredienti, lievitando lentamente, si trasforma in pane): elemento basilare della dieta mediterranea, simbolo millenario dei valori (laici e religiosi) e della storia di un popolo, di determinati territori, di tante comunità. E ancora, il pane come radice di una parola sempre meno utilizzata e troppo spesso strumentalizzata: compagno, dal latino cum-panis, “commensale, partecipe dello stesso vitto”. La lievitazione del pane, dunque, ha accompagnato la lievitazione della narrazione. E lo spettacolo si concluderà proprio con una condivisione di quel pane, superando così – anche fisicamente – il confine tra attore e spettatore. Quasi una comunione laica. Comunione di valori, beni, azioni, pensieri, speranze e – naturalmente – emozioni.
Così il viaggio, iniziato “guadando fiumi”, sfocia nel mare di un futuro tutto da immaginare e da costruire, a partire dalle fondamenta: le parole, appunto. Facendo parlare anche le persone speciali che non sono più tra noi, come Gilberto Centi: “Scrivere era trasgredire, risalire giù dal mare (il mare, una cosa che bisognerà affrontare)”.
Da qui, da questa ri-unione tra memoria (i fiumi) e futuro (il mare), prendono fiato le parole conclusive dello spettacolo, quasi un appello al fare-insieme: “La memoria è un ingranaggio collettivo. Diventi la memoria il nostro futuro, perchè il futuro ha una memoria!”.
Riccardo Lenzi

* Le immagini, i testi e i documenti sono stati raccolti dal sottoscritto, da Mattia Fontanella, Gianluigi Grieco e Mavi Gianni (presidente dell’associazione Zoè, di cui fanno parte anche gli altri attori: Rita Buganè, Paolo Busi, Prisca Merli), che si è occupata anche della stesura del copione e della regia della parte teatrale. Musica, suoni, luci e parte della coreografia sono stati curati dal Centro musicale Pocart (Monica Benati, Andrea Bondi, Sara Delpero, Giovanni Garoia).

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