Articolo
Massimo Toschi

Pino Alberigo, un cristiano comune

Massimo Toschi è impegnato in sede sociale e politica per la cooperazione e la promozione dei diritti umani delle vittime di guerra e dei bambina ammalati (Algeria, Burkina, Palestina…). La sua attività di studio, sempre saldata all’impegno civile, si è rivolta ai grandi temi dell’esperienza cristiana: pace, povertà e martirio. A Giuseppe Alberigo, che tramite il suo scritto ricordiamo nel decennale della morte, lo legano rapporti amicizia, stima e collaborazione.

Dieci anni fa è morto Giuseppe Alberigo. Lo avevo conosciuto a Bologna nel marzo del 1967, in occasione della mia prima visita al Centro di documentazione.

Stavo finendo l’università a Milano, il Concilio si era appena concluso e mi sentivo molto attratto dalla chiesa di Bologna, la chiesa del cardinale Lercaro e di don Dossetti, la chiesa del Centro di documentazione, punto di incontro con la grande teologia europea e con la piú avveduta ricerca storico/religiosa sul piano internazionale. Una chiesa, che aveva preso sul serio l’appello al rinnovamento evangelico di Giovanni XXIII, il papa che aveva convocato il Concilio per condurre tutta la chiesa sulla via della pace e dei poveri.

A Bologna non c’era solamente il rigore dello studio, si viveva un’esperienza spirituale di confessione della fede, molto esigente. Il Centro era stato “ereditato” da Pino per consegnare in modo nuovo la ricerca del Vangelo, ben oltre le incrostazioni ideologiche, che appesantivano il passo della chiesa. Il Centro di documentazione è stato una grande scuola di libertà cristiana, dove la ricerca generava cultura e produceva studi capaci di consegnare una ricezione del Concilio secondo il movimento dello Spirito e della storia, e non secondo la retorica.

Pino Alberigo ha lasciato contributi fondamentali sulla storia del cristianesimo, ma al tempo stesso è stata una persona di grande fede e di preghiera. Senza una grande statura spirituale, non avrebbe avuto la forza di sopportare critiche immeritate, valutazioni politiche ingenerose e opportunismi di carriera, sia dentro che fuori della chiesa. La vita di famiglia, con Angelina e i figli, raccontava questa fede e questa forza spirituale, fatta di piccoli gesti e di grandi attenzioni. Pur nella sua forza intellettuale, egli si faceva presente nelle piccole azioni, nei gesti di condivisione, vivendo un’amicizia, che non si nascondeva mai.

Il Concilio e i Papi Giovanni e Francesco

Tutti siamo debitori a Pino per la sua narrazione di papa Giovanni e del Concilio ecumenico II. Questa è il frutto di un grande coraggio spirituale, di una determinazione senza limiti e al tempo stesso di una capacità non comune di coinvolgere studiosi di tutte le latitudini. Egli capisce che il Concilio e papa Giovanni sono come le lampade del viaggio della chiesa e la luce viene meno e la notte si impone, se viene meno la memoria. Dunque non può venire meno l’olio dello studio, della sapienza, del discernimento, che sconfigge la notte della ideologia.

Alberigo fu criticato anche dopo morto, ma i fatti hanno dato ragione a lui, contro ogni tentativo di ridurre il concilio e Giovanni XXIII a un sentimento devozionale .

Senza Pino il nostro cristianesimo sarebbe rimasto prigioniero del passato, delle sue curve e dei suoi fallimenti. La storia del Concilio vaticano II, che Pino ha promosso e coordinato ha resistito a tutte le ricostruzioni di comodo, prigioniere di un principio di restaurazione, che molti hanno cercato di imporre. Lo stesso Concilio si sarebbe arenato in una visione rivolta al passato e rivolta all’indietro.

Il tempo di Bergoglio ci narra la fecondità del tempo in cui la chiesa di Bologna, il cardinale Lercaro, don Giuseppe [Dossetti n.d.r.], Pino, hanno consegnato a tutta la chiesa il Vangelo della pace e dei poveri. Nessun estremismo, ma semplicemente la novità di una chiesa amica della storia, che non cerca potere, ma al cuore dei conflitti, annuncia la pace e si identifica nelle vittime

Autonomia e responsabilità

Volevamo una chiesa del Vangelo e non della democrazia e per questo Pino a piú riprese fu presente su alcune questioni di politica ecclesiastica e di politica italiana, rivendicando l’autonomia e la responsabilità, che compete ai battezzati, senza tuttavia usare la fede per cercare il potere e il successo politico.

Penso alla questione del divorzio, all’impegno pubblico dei cattolici nelle file della sinistra, fino alla deriva ruiniana, che è culminata, nel febbraio di dieci anni fa, in un articolo di Avvenire dal titolo “non possumus”, non firmato, che rimandava la responsabilità del testo al presidente della Cei.

La preoccupazione di Alberigo è stata sempre quella di liberare il Vangelo da tutte le prigionie. Per questo ha scritto, si è esposto, ha parlato senza mai preoccuparsi di attenuare la sua libertà di giudizio e la sua parola sapiente. Pino scrisse un documento, che ebbe oltre diecimila adesioni, mostrando ancora una volta come il suo discernimento spirituale, era in grado di toccare le fibre profonde della chiesa italiana e di interpretarle in termini nuovi ed evangelicamente piú profondi.

Il tentativo di vincolare i cattolici fallì rapidamente e il testo fu messo in un cassetto. Un inverno freddo attraversò la chiesa, ma con le parole e i gesti del Vescovo di Roma, venuto dall’altra parte del mondo, tutto ha assunto il segno di una mite primavera.

Il 23 giugno 2014 insieme a don Pino Ruggieri, ad Alberto Melloni a Valerio Onida e a mons. Semeraro, abbiamo portato a papa Francesco i Conciliorum oecumenicorum decreta, l’ultimo grande lavoro, sognato da Pino. Papa Giovanni XXIII, canonizzato da papa Francesco, avrà sorriso in paradiso e così Lercaro, don Giuseppe, Angelina, Pino stesso. Dio ci ha donato di vivere la frontiera dell’impossibile, consegnandoci il nuovo statuto del Cristianesimo, inaugurato da papa Francesco, dove la medicina della misericordia cancella il rigore e la rigidità della disciplina.

Massimo Toschi


Non c’è bisogno di scomodare la Riforma e farsi definire protestanti, perché lo diceva già san Tomaso. Nel caso di Alberigo credo che poche persone siano state piú “fedeli” non solo all’impegno cristiano, ma alla Chiesa […] Alberigo ha raccolto la tradizione del Vaticano II da storico: scomodo non è stato il suo lavoro, scomodi sono i testi del Vaticano II per chi intende rimuoverli e restaurare valori cattolici tradizionali poco sensibili ai “segni dei tempi”[…] Il suo ricordo invita tutti i cristiani ad essere responsabili in prima persona: solo così ci si può dire obbedienti. [Giancarla Codrignani in Koinonia Forum 61 – 2007]

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