Articolo
Raniero La Valle

Ma viene il tempo ed è questo (numero 53)

Non era mai successo che il mondo fosse materialmente unito come è adesso, quando tutte le cose dell’esistenza ormai sono globali e comuni, denaro e debito, armi e materie prime, ponti e muri, onde elettromagnetiche e blackout, inquinamento ed energia; ed anche la guerra è globale e comune, sparsa dovunque, oltremare e sulle soglie di casa. Non era mai successo che popoli interi, famiglie con bambini e bambini non accompagnati, a migliaia e a milioni, migrassero e si muovessero da una patria all’altra, non per conquistare nuove terre ma per andare ad abitarle, e ne fossero ricacciati e affogati. Non era mai successo che ognuno, in tempo reale, potesse avere notizia e fare esperienza di tutto. Ciò che non è globale, ciò che non si è messo in comune è invece lo spirito di cui vive il mondo; non sono patrimonio comune la giustizia e il diritto, la condiscendenza e l’accoglienza, i saperi e gli aneliti, l’amore di Dio e l’amore del prossimo. In questa contraddizione c’è l’alternativa tra l’epoca nuova e la catastrofe. L’idea, o l’ipotesi che il tempo non si è fermato, che il progresso storico non è ricacciato indietro dalla tempesta della crisi e che, nonostante tutto, viene un tempo ed è questo, sempre se gli lasciamo aperto un piccolo varco per il quale possa entrare.


1 . Noi non abbiamo promosso questa assemblea solo perché volevamo dare continuità e futuro a questa nostra meravigliosa aggregazione che abbiamo chiamato “Chiesa di tutti Chiesa dei poveri”. Al contrario l’abbiamo convocata perché volevamo riconoscere una discontinuità. Sentiamo e vediamo infatti che un grande mutamento è in corso.

Come molti ormai hanno detto, noi non siamo in un’epoca di cambiamenti, ma a un cambiamento d’epoca. Ebbene, noi siamo qui per capire e prenderci la responsabilità di stare in mezzo a due epoche: il che vuol dire che stiamo tra una fine e un principio.

Una fine che incorpora un principio

Però la cosa non è così semplice, e nemmeno è così tragica, come se anzitutto dovessimo vivere una fine.

La verità è che noi siamo a una fine che incorpora un principio. Non c’è prima la fine e poi il principio. La fine, la discontinuità di cui parliamo non è un’interruzione, un black-out, è un passaggio, ossia, per dirla con una lingua antica, l’aramaico, è un pasah, per dirla in ebraico è pesach, per dirla in italiano è pasqua. Noi non stiamo in mezzo tra una fine e un principio, in terra di nessuno, né di là né di qua. Noi siamo dentro la fine e dentro il principio, i quali perciò dipendono anche da noi.

Dove sta veramente il cambiamento

2. Perciò prima di tutto dobbiamo discernere dove sta veramente il cambiamento. Perché non tutto ciò che muta è un vero cambiamento. Come dice il Concilio nella Gaudium et Spes (n. 10) sotto tutti i cambiamenti ci sono delle cose che non mutano (affirmat Ecclesia omnibus mutationibus subesse quae non mutantur).

Prendiamo per esempio la tecnologia: è veramente lei che fa cambiare il mondo, per cui a ogni balzo in avanti della tecnologia nulla è più come prima? Certo, la tecnica ci assoggetta al suo dominio, e se l’automazione soppianta il lavoro umano è una tragedia, se si fabbrica l’uomo in bottega come Geppetto ha fatto con Pinocchio si va nel disumano, e lo scatenarsi del nucleare sarebbe la fine. Ma molte conquiste della tecnologia non sono vere novità. Il treno è sempre lo stesso, da quando è stato inventato, i cavalli vapore si chiamano così perché ci fanno correre come i vecchi cavalli ferrati, le macchine sono la riproduzione delle carrozze di ieri, gli aerei si tengono sulla portanza dell’aria come l’arca sulle acque del diluvio o le navi sul mare, i missili sono la gigantografia del cannone; io ho vissuto mezza vita senza computer e l’altra mezza col computer, ma non per questo ho vissuto due vite.

Bisogna saper riconoscere i veri cambiamenti. Perciò dovremmo fare l’inventario di ciò che veramente finisce, almeno delle cose più decisive, perché ciò che ne consegue non sia la fine di tutto, non sia la distruzione ma la vita, non sia la dissoluzione di ogni diritto ma l’avvento di ogni giustizia, perché il nuovo che viene non sia l’anomos, il senza-legge, come lo descriveva san Paolo, ma sia invece chi agisce per un mondo più umano.

È questo il punto in cui si inserisce il katécon, ossia la resistenza o il freno che deve far sì che la fine non sia apocalittica. Noi infatti non siamo qui ad annunziare l’apocalisse. Il vangelo milita contro l’apocalisse, contro la scure posta alla radice dell’albero (Mt. 3, 10). Infatti il katécon paolino, cui si intitola il nostro appello a resistere per creare un mondo non genocida “patria di tutti, patria dei poveri”, si inserisce in un contesto messianico che annuncia la salvezza, e nella nostra tradizione, pur frequentata da tanti falsi profeti, c’è un solo messia, che è Gesù, che appunto perciò è chiamato il Cristo. Ma perché il suo giorno venga, bisogna passare attraverso il katécon. Noi crediamo che papa Francesco abbia messo in campo questo katécon. Esso però non è un contropotere politico, come molti hanno creduto, fino a Cacciari; sono invece i popoli stessi, sono i martiri e i santi, siamo anche noi che lo dobbiamo attivare. Questo è il senso dell’appello che parte in questi giorni anche da qui, e va per il mondo.

Pertanto io proverò ora a estrarre dalla marea dei cambiamenti quattro cose che veramente finiscono e su cui massimamente, a mio parere, si gioca l’alternativa tra una fine che potrebbe essere tombale e un nuovo principio di cui forzare l’aurora.

Finisce la riserva di guerra

3. 1 La prima cosa che finisce è una delle più vetuste istituzioni dell’umanità nella forma in cui l’abbiamo conosciuta e praticata finora; parlo della guerra come istituzione perversa ma pur sempre suscettibile di essere governata, controllata e perfino ripudiata dagli Stati. È grazie a ciò che la guerra più terribile, quella nucleare, siamo riusciti a fermarla nel 900. Ora questa guerra che noi conosciamo, e che abbiamo criticato, combattuto, esorcizzato e perfino messo fuori legge nella Carta dell’ONU, aveva una caratteristica che essenzialmente la identificava, che la distingueva da qualsiasi altra violenza, rissa o strage; la caratteristica era quella di appartenere allo spazio pubblico, di ricadere sotto una responsabilità pubblica, di essere combattuta con armi pubbliche; in ciò essa si distingueva dai delitti comuni, dalla criminalità organizzata, dalle mafie, dalle camorre, dai narco-traffici. Per dirla con una definizione folgorante, che fu data da Alberico Gentili alle origini del diritto internazionale, la guerra è una “publicorum armorum iusta contentio”, cioè è una legittima contesa che si combatte con armi pubbliche. Che le armi siano pubbliche è dunque ciò che condiziona che una guerra sia legittima ed eventualmente possa farla considerare giusta.

Oggi sappiamo che la guerra non può essere giusta, anzi per la Chiesa, a partire dalla Pacem in terris di papa Giovanni, la guerra è addirittura aliena dalla ragione, fuori della ragione, come è fuori della ragione l’attuale minaccia di una guerra nucleare, per sventare la quale è più che mai necessario che tutti siano vincolati al trattato dell’ONU per l’interdizione totale delle armi nucleari. Il problema però è che oggi la guerra non è più quella di ieri, di cui ancora si poteva discutere se fosse giusta o ingiusta, secondo ragione o fuori della ragione. È caduta infatti la riserva di guerra alla sfera pubblica. Oggi la guerra si combatte fuori del quadro pubblico, senza una responsabilità pubblica, e si combatte con armi private.

La guerra è privatizzata perché gli Stati stessi la combattono con combattenti privati, mercenari, contractors, milizie che si trovano sul mercato (il giro d’affari stimato nel 2003 era già sui 100 miliardi di dollari all’anno). Non a caso sono stati aboliti gli eserciti di leva.

E le armi sono private perché sono prodotte, commerciate e necessariamente consumate e usate per il profitto privato, o per un profitto insieme pubblico e privato ma secondo le leggi del profitto privato; è questa la ragione per cui papa Francesco insiste tanto, prima ancora che sulla guerra, sulle armi che inevitabilmente la provocano.

Ma poi le armi sono private perché oggi sono armi i corpi stessi dei militanti, che solo mutandosi in armi si fanno visibili, rilevanti per gli altri, e uccidono uccidendosi; allora ogni cosa in mano a loro può diventare un’arma imprevedibile e impropria, un camion, un furgone, una bombola di gas, una pentola a pressione piena di chiodi e di tritolo, uno spray, una cintura esplosiva, o un mitra della collezione di casa. E pensate che cosa sarebbe se armi nucleari, che oggi sempre più sono fabbricate non per dissuadere ma per essere usate, uscissero dal controllo pubblico, e cadessero in mani anarchiche e private.

Perciò questa guerra non la si può oggi in alcun modo controllare né sventare, è una guerra mondiale, ma una guerra mondiale a pezzi, come dice il papa, che è un ossimoro, è ubiquitaria, pandemica, arriva senza preavviso, senza possibilità né di allarme né di difesa.

E perciò se la vecchia guerra finisce, non si può ammettere che sia sostituita da questa nuova. E c’è un solo mezzo per bloccare la guerra privata e le armi private, ed è quello di sopprimere fermamente e per sempre la guerra pubblica, non solo quella nucleare, nonché frenare la produzione e abolire il commercio delle armi destinate agli Stati, che sono legittimazione e modello delle armi private e della trasformazione di ogni cosa comune in armi improprie e private.

Finisce il mondo colombiano

3. 2 La seconda cosa che finisce è il mondo colombiano; quel mondo cioè in cui i popoli, intesi come Indi, stavano fermi sulla loro madre terra e le caravelle andavano a scovarli e assoggettarli. È allora che fu proclamato lo ius migrandi , ma ad uso esclusivo degli spagnoli; e se poi altri popoli furono fatti migrare, lo furono come schiavi, e fu quella la tratta degli schiavi. Oggi invece i popoli si muovono, premono per uscire dagli argini dei loro dolori come fiumi in piena, e se riescono a partire lo fanno come clandestini, e questa è la tratta degli esuli. Ma una volta che i migranti sono passati, non intercettati da navi e uomini armati, non inabissati nel mare, non fermati da reticolati e da muri, sono dei fuorilegge, rei per il solo fatto di esistere, senza diritti e senza dimora, sans papier, come dicono i francesi, senza carte; sono dei nessuno da imprigionare o da sfruttare.

Le democrazie che ciò fanno non sono più democrazie, perché in Stati di diritto tengono masse intere di persone fuori del diritto, giuridicamente invisibili, sicché nello stesso territorio c’è un popolo e un non-popolo.

Ma ad essere negato non è solo il popolo dei migranti. Ci sono altri popoli che oggi sono considerati non-popolo. Si pensi alla Palestina, dove una legge in discussione alla Knesset dispone che solo uno dei due popoli inclusi nello Stato di Israele abbia il diritto all’autodeterminazione, l’altro, quello arabo e palestinese, non lo ha. Oppure si pensi ai Rohingya negati nel Myanmar, di cui il papa è andato l’altro giorno a rivendicare il diritto di vivere nella terra che considerano la loro casa, e di cui infine ha pronunciato il nome, dicendo loro che “la presenza di Dio oggi si chiama anche Rohingya”.

Dunque ci sono popoli e non-popoli. Ma l’operazione per cui un popolo per gli altri non deve esistere, deve rovesciarsi in non-popolo, deve essere tolto alla vista, si chiama genocidio.

Finisce l’equilibrio delle acque

3. 3 La terza cosa che finisce è l’equilibrio delle acque. Questo è un potente simbolo del cambiamento perché come è noto quando si rompono le acque allora si nasce, viene al mondo una nuova creatura. Però se si rompono le acque e il nuovo non nasce, è una catastrofe. Oggi si sciolgono i ghiacci dei Poli, si alza il livello dei mari, erompono i fiumi messi sotto terra, si scatenano le acque degli uragani e degli tsunami, molte isole-Stati hanno fatto un’alleanza tra loro perché già sanno che saranno sommerse. Noi sappiamo che la separazione delle acque dall’asciutto è il principio stesso della creazione, o che essa sia avvenuta in un “fiat”, o che sia frutto di un’evoluzione. Dice il Salmo 23 che il Signore “ha fondato la terra sulle sue basi, quando l’oceano l’avvolgeva come un manto, le acque coprivano le montagne; e lui pose un limite alle acque, non lo passeranno, non torneranno a coprire la terra”. E dice il Signore a Giobbe di aver messo un chiavistello al mare ordinandogli: “Fin qui giungerai e non oltre, e qui si infrangerà l’orgoglio delle tue onde” (Gb, 38, 10-11). È grazie a questa stabilità delle acque che gli uomini hanno costruito con fiducia città sul mare e hanno stretto amicizia con esso. Ma oggi viene passato il limite, salta il chiavistello; dunque si tratta di una de-creazione, che non è di Dio né dell’evoluzione ma è nostra, perché non siamo stati buoni a custodire il clima, a provvedere alla salvaguardia del creato.

Per questo Francesco ha mandato una lettera, un’enciclica, “Laudato sì”, non solo ai cristiani o a quelli di buona volontà, ma “a ogni persona che abita questo pianeta”. Perché la vera Chiesa è l’umanità intera, ed è questa che dobbiamo realizzare. E perché quello che è in atto è un ecocidio, e noi lo dobbiamo fermare.

Finisce il regime di cristianità

3.4 La quarta cosa che finisce, anzi che è finita, è il regime di cristianità, cioè quella versione del cristianesimo che ha preso la forma della cristianità e che coincide con l’età costantiniana della Chiesa.

È finita cioè la formula della religione intesa come un monoteismo che fonda un’unità politica, formula che passa per Costantino, Eusebio, Teodosio, arriva a Carlo Magno e nell’ultimo millennio diventa la grande pretesa della Chiesa di essere lei la sovrana sulla terra, la sostituta di Dio, di essere lei quella che realizza l’unità organica tra regime politico, religione e fede. Questa pretesa apparteneva a una teologia che non a caso partiva con Ario, cioè dalla negazione del dogma trinitario, perché il modello era: un Dio un imperatore, una terra, una fede, per cui, come diceva lo storico Eusebio, «il Dio unico troneggia come il Gran Re nella sua dimora reale, nel suo palazzo celeste. Sulla terra lo rappresenta Costantino». Ma ciò non si ferma a Eusebio. Nel suo saggio su “L’idea di Europa”, il grande filosofo novecentesco Husserl scrive che la modernità è uscita da un tempo, il Medioevo, in cui si era costituita “un’unità di cultura gerarchica” tale per cui la scienza era normata dalla fede, e la Chiesa si poneva come “una comunità sacerdotale sovranazionale organizzata in modo imperialistico, quale portatrice dell’autorità divina e organo deputato alla guida spirituale dell’umanità”. Secondo lo storico viennese Fiedrich Heer, c’è un arco che va da Costantino a Hitler, che passando da Carlo Magno, patriarca dello “Stato totalitario europeo”, attraverso la riforma gregoriana di Gregorio VII arriva fino al Novecento. E secondo Erich Przywara, il teologo gesuita tedesco citato dal papa, nell’età costantiniana il cristianesimo invece di annunciarsi come la novità di un rapporto – di “uno scambio” attraverso la croce – tra Dio e l’uomo, si sviluppò in «una nuova “antica alleanza”», che ripeteva quella che era stata propria degli Ebrei, ma estesa a nuovi eletti, ciò da cui scaturì l’idea di «una “terra razionale e divina” secondo legge e ordine» che ebbe diverse ricadute sia luterane che cattoliche, anglosassoni e perfino marxiste.

Questa però è la cristianità, non è il cristianesimo,

Tutto questo finisce con la modernità e con Porta Pia: però ancora dopo la seconda guerra mondiale ha corso la versione maritainiana di una cristianità che si realizza con altri mezzi, ma il cui fine è sempre quello, è la società cristiana; la regalità di Dio è trasposta nella regalità della Chiesa, che istituisce l’umanesimo integrale. E questo arriva fino al Concilio Vaticano II. Io ricordo benissimo che allora si ripeteva che si stava uscendo dall’età costantiniana, ma di fatto, come dirà Dossetti, il Concilio stesso è rimasto dentro quella idea di cristianità. La grande dimostrazione di debolezza data dalla Chiesa dopo il Concilio e nella fase della sua ricezione, aveva la sua causa proprio nel fatto che essa non era riuscita a venire fuori da quel modello, a metabolizzarne la fine.

Ora l’attuale papato formalizza questa fine, e dichiara esso stesso che la cristianità è finita; ma questo non vuol dire che è finito il cristianesimo o l’idea stessa di Dio; esso va ripreso da un’altra parte. Il cambiamento epocale è questo. Gli atei devoti se ne sono accorti prima di noi, e sono furibondi. Finisce un’epoca di quasi due millenni, finisce l’idea di una istituzionalizzazione politica della città di Dio sulla terra. E il papa che fa? Quando gli hanno offerto il Premio Carlo Magno, e i leader europei sono venuti a Roma a portarglielo, Francesco ha fatto un discorso nel quale quella corona che un suo predecessore aveva messo sul capo di Carlo Magno l’ha rimessa idealmente nelle mani del popolo, l’ha ridata a Cesare, all’umanità, alla politica. Ancor prima papa Francesco all’Onu aveva affermato “la sovranità del diritto” intendendo per diritto non il “diritto naturale”, ma il diritto positivo che sta scritto nelle Costituzioni.

Il papa dunque prende atto che c’è una forma religiosa che è finita. E in compenso ha la forza e la capacità di dar vita a una nuova predicazione cristiana. La predicazione nasce da una teologia, da una liturgia, da una lettura della Scrittura. Così infatti si era formata la cristianità, a partire da una teologia pervasa da una certa immagine di Dio, che era il Dio della potenza, del giudizio, della condanna, che aveva bisogno del sacrificio del Figlio per essere soddisfatto dell’offesa ricevuta. È dunque a partire da un nuovo annuncio di Dio, che la cristianità si converte in cristianesimo. Questo papa dice tante cose che gli altri non dicevano, ma soprattutto ci sta offrendo un altro annuncio di Dio. Quando egli insiste sulla misericordia non fa solo allusione a uno dei tanti nomi di Dio, a un predicato come gli altri del nome divino, ma ne fa la sostanza della sua predicazione, della sua catechesi. E ci parla di un Dio nonviolento. Un documento che spesso cito, firmato dall’ex prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, card. Muller, e preparato durante il pontificato di Benedetto XVI, dice che il Dio violento è il frutto di un fraintendimento umano. Ciò avviene anche nella Bibbia dove, dice il documento, ci sono pagine “per noi credenti molto impressionanti e difficili da decifrare”, ciò che accade perché la Rivelazione non è avvenuta come per trasmissione di un fotogramma fisso, ma è avvenuta nel corso di un lungo processo, che è documentato dalla Scrittura, nel corso del quale c’è una purificazione della fede. Pertanto le immagini di un Dio violento ritraggono un Dio che non esiste; il Dio della guerra dice il papa, non esiste. Quello che resiste è il Dio che sulla croce si scambia con l’uomo, che dell’umano prende su di sé la gioia e la speranza, il lutto e il dolore.

Quattro vie alternative

4. Dunque per riepilogare abbiamo quattro soglie ciascuna delle quali si apre su due scenari possibili.

4.1 La prima soglia è la fine della riserva di guerra. Lo scenario che immediatamente ne deriva sarebbe la guerra di tutti contro tutti, l’uccidibilità generalizzata, e quindi la spirale del genocidio.

L’alternativa è attuare finalmente il sogno millenario delle lance convertite in falci, del “mai più la guerra”; l’alternativa è realizzare questa prima e costitutiva somiglianza con Dio: se Dio è non violento, lo siamo anche noi, se il Dio della guerra non esiste, non deve esistere neanche la guerra. È una rivoluzione.

4.2 La seconda soglia è la fine del mondo colombiano, del mondo a compartimenti stagni, dove ciascuno resta dove sono le sue culle e le sue tombe, il mondo di cui un tempo si diceva: cuius regio, eius et religio: una terra, una religione, uno Stato.

Il primo scenario che si apre oltre questa uscita è che il popolo dei migranti, forse 250 milioni nei prossimi anni, venga respinto, affondato, imprigionato, tolto alla vista, e questo è genocidio.

L’alternativa è che si statuisca e si regoli il primo dei diritti umani proclamato agli albori della modernità, lo ius migrandi, cioè il diritto di ognuno di piantare le sue tende, il suo lavoro e la sua vigna, insomma di “eleggere” il suo domicilio, dove lo porta la speranza di realizzare la sua vita. Allora ogni sistema politico, economico e sociale dovrebbe attrezzarsi e cambiare, per rispondere alla nuova situazione di fatto. Perché come dice l’art. 3 della nostra Costituzione bisogna cambiare le condizioni che di fatto impediscono l’eguaglianza e il pieno sviluppo della persona umana.

4.3 La terza soglia è la rottura dell’equilibrio delle acque. Un suo esito prevedibile è l’ecocidio, la rottura del patto con la terra, il trionfo dell’anomos, del mistero dell’anomia, come lo chiama la seconda lettera ai Tessalonicesi.

Qui allora l’alternativa è un nuovo nomos della terra, dove nomos non è solo la legge, significa l’ordine complessivo della società, anzi, secondo i greci, da cui nascono questa parola e questo concetto, è l’ordine della società conforme all’ordine del cosmo. Il nomos dell’Occidente, come l’ha descritto Carl Schmitt, consiste in un ordine fin dal principio identificato e finalizzato al ciclo economico e definito dalla sequenza appropriazione, divisione, produzione, una triade che, secondo Claudio Napoleoni, inevitabilmente sfocia nel dominio. Quindi si tratta di ripartire dal principio, dal Sabato, come lui diceva, per dare un altro corso all’opera dell’uomo che nel sabato della creazione ha dato il cambio al lavoro di Dio. Si tratta di dar luogo “a un nuovo inizio”, come diceva la Carta della Terra citata dalla Laudato sì al n. 207. Ed un nuovo nomos potrebbe essere pensato così: invece dell’appropriabilità universale dei beni, che genera la scarsità, la condivisione che genera l’abbondanza, e insieme il lieto uso delle cose, secondo la lezione di san Francesco; non la sola proprietà privata e la spartizione ineguale delle risorse della terra, ma la tutela e la libera fruizione dei beni comuni, cioè non appropriabili da nessuno; non la crescita illimitata, ma un nuovo modo di produzione, di consumo e di vita; e infine un nuovo modo di coabitare, liberi ed eguali sulla terra, invece del dominio.

4.4 La quarta soglia è la fine della cristianità. Qui il primo scenario che ne potrebbe conseguire è l’ulteriore sviluppo del processo di secolarizzazione come ateismo di massa, ma allora si perderebbe la dolcezza di Dio.

L’alternativa è quella per cui è riunita questa assemblea, ed è di dare mente, cuore e gambe perché venga il tempo e sia questo, in cui non solo nei santuari nè a Gerusalemme, sia adorato il Padre in spirito e verità

Dunque queste quattro cose:

Interdizione della guerra, ius migrandi, nuovo nomos della terra, abbraccio al Padre in spirito e verità; sono quattro cose difficili, perché comportano che molte altre cose cambino con loro, le culture e le religioni, l’economia e la politica, ma non sono impossibili, sono nell’orizzonte del tempo che viene, del tempo a cui, col resistere agendo, dobbiamo aprire la strada. E non solo con le parole, con gli appelli, con le firme, che pure sono importanti ma, come ci ammoniva Bonhoeffer dal carcere di Tegel, “d’ora in poi penserete solo ciò di cui risponderete agendo”, e si potrebbe aggiungere: d’ora in poi spererete solo ciò che concorrerete a far accadere agendo.

Raniero La Valle
www.chiesadittuttichiesadeipoveri.it

Annunci

Discussione

Non c'è ancora nessun commento.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

w

Connessione a %s...

AUTORI

Annunci
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: