Articolo
Umberto Mazzone

L’amministrazione della città, il PCI e la Chiesa cattolica (1965-1968)

Dal convegno “1966-2016: Così lontane, così vicine. Il rapporto fra diocesi e città” tenutosi il 19 novembre scorso in Cappella Farnese – in occasione del 50° anniversario del conferimento della cittadinanza onoraria al Cardinale Giacomo Lercaro pubblichiamo qui l’intervento di Umberto Mazzone; saranno disponibili a breve anche i testi degli altri due interventi introduttivi di Enrico Galavotti e Pino Ruggieri.

umberto-mazzoneDurante l’episcopato di Giacomo Lercaro, prima a Ravenna poi a Bologna, sino all’ inizio degli anni ‘60, è noto come le relazioni del presule col PCI, come forza politica, e col comunismo come ideologia, siano state assai ruvide e conflittuali. Un atteggiamento di contrapposizione condiviso, dall’altra parte, pienamente dal partito e dai suoi eletti nelle amministrazioni pubbliche. Esemplare, per quella temperie, rimane la campagna elettorale del 1956 per il Comune di Bologna con lo scontro Dozza-Dossetti.

Affronteremo qui l’avviarsi e il consolidarsi di una seconda fase, prestando attenzione soprattutto a come il PCI si sia confrontato con l’episcopato di Giacomo Lercaro a partire dalla fine degli anni ’50 sino alla conclusione della sua esperienza pastorale bolognese.

All’interno dei grandi processi di trasformazione della fine degli anni ’50, per il PCI emiliano romagnolo la svolta si verifica a partire dalla prima Conferenza regionale tenutasi a Bologna dal 27 al 29 giugno 1959.

Oltre ad un profondo ricambio generazionale ai vertici della Federazione bolognese la Conferenza regionale segna anche l’avvio del contrastato (e alla lunga sconfitto) tentativo di trasformare un’esperienza amministrativa, come quella emiliana e bolognese in particolare, in una pratica politica esemplare da proporsi come possibile riferimento per l’intero paese. Tra il 1961 e il 1963 si avvia la stagione del centrosinistra, che preoccupa il PCI mentre, con gli ultimi anni di Togliatti, si apre un interesse nuovo per i cattolici.

Nuovo interesse al dialogo fra comunisti e cattolici

Dopo la morte di Togliatti (21 agosto 1964) il 26 agosto 1964 il Comitato Centrale elegge a segretario del Pci Luigi Longo che già ai primi di settembre esprime il suo interesse al dialogo coi cattolici.

Si registrano oramai sempre più frequenti segnali di attenzione tra cattolici e comunisti. L’incontro in stazione dell’8 dicembre 1965 tra il sindaco Giuseppe Dozza e il cardinal Giacomo Lercaro di ritorno dal Concilio, pur nella sua alta straordinarietà, non appare dunque estraneo ad una sensibilità che stava maturando nel PCI, locale e nazionale, e l’iniziativa, oltre ad avere il consenso, cercato e ottenuto, del segretario della Federazione bolognese Guido Fanti, non si colloca al di fuori di orientamenti che già coinvolgono la segreteria di Luigi Longo.

Quello della stazione della sera dell’Immacolata del 1965 poteva rimanere però solo un episodio. Invece vediamo come, senza indugi, il PCI bolognese, che aveva individuato nella Chiesa locale un interlocutore primario e non occasionale per la sua rinnovata linea politica, si sia sforzato di dare una prospettiva ampia e direi strategica a quell’occasione.

Dal 7 al 9 gennaio 1966 (quindi a distanza di un mese esatto dall’incontro della stazione) si svolge l’XI Congresso della Federazione del PCI, aperto da una relazione di Guido Fanti e concluso da Giorgio Amendola.

Nella sua relazione Fanti, segretario provinciale, inserisce una lunga e non usuale citazione della conferenza di Lercaro, tenuta all’Istituto Sturzo, il 23 febbraio 1965 su Giovanni XXIII. Ma Fanti non si limita alla citazione lercariana. Negli stessi giorni del Congresso, o poco prima, scrive a don Giuseppe Dossetti per proporgli di incontrare Giorgio Amendola, a Bologna per l’assemblea di partito. Dossetti risponde con molta prudenza e lasciando cadere l’invito. L’episodio è rivelatore della volontà di costruire, da parte di Fanti, una manovra non occasionale ma strategica nella vita cittadina e che coinvolgesse, sin dall’inizio, anche esponenti di primo piano del PCI nazionale, dando così ad essa un ampio respiro e garantendosi un appoggio capace di arginare eventuali reazioni.

Da questo momento in avanti gli eventi paiono svilupparsi con speditezza.
Oltre all’avvio di incontri riservati è evidente, su di un piano pubblico con precisi fini politici e pedagogici, a partire dal Congresso del gennaio 1966, l’aprirsi, in città e provincia, di un intenso ciclo di conferenze, dibattiti, sui rapporti tra comunisti e cattolici, promossi dal PCI o da organizzazioni ad esso vicine, che vengono riportati con metodicità dal quotidiano l’Unità e che rivelano un vero e proprio indirizzo ben programmato.

Guido Fanti, Sindaco di Bologna

Il 2 aprile 1966 si ha l’ingresso di Guido Fanti nell’incarico di sindaco di Bologna, succedendo a Giuseppe Dozza, e il 4 aprile Vincenzo Galetti viene eletto segretario della Federazione di Bologna al posto di Fanti.

Il 4 aprile, vi è il noto scambio di lettere tra Fanti e Lercaro, a cui fa seguito il giorno successivo, e su questo minore è stata l’attenzione, il primo incontro pubblico tra sindaco e arcivescovo, a palazzo Re Enzo durante la III Fiera internazionale del libro per l’infanzia, presente anche Giorgio La Pira.

Per comprendere il complesso delle iniziative del PCI, in corso a Bologna, che dovevano mirare in primo luogo ad assicurare il consenso, non scontato, di iscritti ed elettori, si deve ricordare come anche nella manifestazione popolare del festival dell’Unità del settembre 1966 il sostegno all’apertura ai cattolici rappresenti un momento significativo con una delle mostre ad esso dedicata.

Il 26 ottobre 1966 il Consiglio comunale delibera la concessione della cittadinanza onoraria al cardinale, cui fa seguito il 26 novembre il conferimento ufficiale a Palazzo d’Accursio

Se il tema della pace rappresenta un elemento essenziale nell’avvicinamento comunista alla Chiesa post-conciliare, si tratta però di un elemento assai scivoloso e che fatica ad uscire dalle strumentalizzazioni filosovietiche degli anni ’50, ma a Bologna riesce ad acquisire una corposità diversa, più profonda e genuina, legandosi al profondo sentire del tempo.

L’ 8 dicembre 1967 Paolo VI indice la celebrazione della giornata mondiale della pace per il 1 gennaio 1968. Il 22 dicembre 1967 Lercaro si reca in Comune a consegnare ufficialmente il messaggio del papa accompagnandolo con una sua lettera. Il 1 gennaio 1968 in San Pietro nella solenne messa pronuncia l’omelia che contiene il riferimento alla cessazione dei bombardamenti americani in Vietnam.
Di lì a poco, il 27 gennaio 1968, giunge l’inviato del papa con la formalizzazione delle dimissioni, in quel momento di certo non spontanee, di Lercaro dalla guida della diocesi.

Significato e valore degli avvenimenti per Bologna e per l’Italia

Per una valutazione del significato di quell’esperienza, contemporanea ai fatti e rilasciata da un protagonista, è necessario andare all’intervista rilasciata alla rivista teorica e culturale del PCI “Rinascita” da Guido Fanti nel marzo 1968 [“Rinascita”, 25, 1968, n. 12, 22 marzo 1968, 3]. Delineando il significato nazionale dell’esperienza bolognese e rispondendo ad una domanda sui rapporti con la Chiesa bolognese il sindaco sosteneva che “particolare risalto e particolare risonanza ha avuto in questo quadro il rapporto che si è stabilito fra l’amministrazione comunale e la Chiesa bolognese sotto la guida del cardinale Lercaro. A proposito si è parlato di “regime concordatario” e di “repubblica conciliare”: si è trattato invece di una presa di coscienza delle funzioni, delle responsabilità, delle volontà che impegnano l’ente civico e la Chiesa in un’azione solidale attorno ai gravi problemi della città, dell’Italia e del mondo, a cominciare da quello della pace, sulla base di un incontro e di un dialogo che fa salva l’assoluta distinzione e autonomia delle competenze.”

La linea di fondo che pare emergere è quella che, in seguito ad una irripetibile combinazione di circostanze, politiche, ecclesiali, sociali e personali, sia il PCI bolognese (prima con Guido Fanti poi con Vincenzo Galetti), sia l’amministrazione comunale (con Dozza e soprattutto Fanti), sia la Chiesa di Bologna (con il cardinal Lercaro e don Giuseppe Dossetti), si sono trovati a giocare, inizialmente con un certo sfasamento cronologico a favore del PCI nella consapevolezza politico-sociale e uno a favore della Chiesa nella consapevolezza del legame riforma ecclesiastica-società, poi con una sostanziale coincidenza temporale e sovrapposizione, una partita assai simile: fare di Bologna e dei processi che vi avvengono una esperienza di valore nazionale e non solo. La città di Bologna diventa un luogo dove si avviano pratiche di assoluta novità e di riforma, sia nel campo dell’amministrazione pubblica, sia nel campo della vita ecclesiastica con una contaminazione di idee e una interazione reciproca.

Da un lato Fanti, a partire dalla Conferenza regionale del PCI di Bologna 27-29 giugno 1959, cerca di porre Bologna come un punto di riferimento, nuovo e originale, ma incontra forte resistenze che si esprimono nella riuscita opposizione manifestata da Pietro Ingrao nel corso del convegno dei comunisti delle regioni “rosse” di Perugia del settembre 1963.

Tra il 1964 e il 1965 Fanti intuisce che l’arcivescovo sta esprimendo a Roma, al Concilio, una posizione che lo allontana assai dallo schema locale anticomunista degli anni ’50 per porlo in una dimensione di ben altro respiro. E’ noto infatti come Lercaro, tra il 1961 e il 1965 (la conclusione del Concilio), riveda profondamente le sue precedenti posizioni.

Di qui la convinzione di Fanti che, attraverso un collegamento con quel nuovo protagonismo, alla luce anche del manifestarsi di una sensibilità favorevole verso il dialogo coi cattolici nel PCI nazionale, fosse possibile riproporre, con ben altre probabilità di successo, quella strategia di una politica di nuove azioni centrate sulle istituzioni di governo locale che si era arrestata nel 1963.

L’opportunità iniziale per riavviare il processo è data dal ritorno, l’8 dicembre 1965, a Bologna di Lercaro dal Concilio, dove si era ampiamente segnalato nello schieramento progressista e dove anche il ruolo dei collaboratori bolognesi del cardinale era stato di forte rilievo. Una esperienza civica complessiva quindi, da sottolineare, anche in un’ottica di valorizzazione nazionale della città. Il sindaco Giuseppe Dozza, oramai prossimo alla conclusione della sua lunga guida della città, fa propria la proposta di accogliere solennemente il cardinale al suo arrivo in stazione da Roma. L’elezione di Fanti a sindaco il 2 aprile 1966 consolida e accelera il processo.

Da parte sua il cardinal Lercaro, con la sua attenzione alla Chiesa locale, vissuta come radicamento in popolo e in un territorio in un rapporto non di subordinazione ma di comunione con la Chiesa universale, pare proporre un percorso di promozione della vita diocesana tale da poter divenire un esempio anche per la Chiesa universale.

Traspare quindi la consapevolezza reciproca di poter proporre, ciascuno nei propri ambiti e in convergenza nella relazione con la città, una politica che rimetta in discussione per il PCI schemi organizzativi, relazioni e democrazia interne, alleanze (cosa che il partito nazionale non ha intenzione di fare) e che per la Chiesa veda una ruolo più ampio per la Chiesa locale (cosa che Paolo VI non ha intenzione di consentire, come si potrà verificare al momento dell’omelia di Lercaro sulla guerra del Vietnam del 1 gennaio 1968).

Una conclusione amara? …ma feconda!

Ma, se la vicenda per Lercaro si conclude con le sue dimissioni forzate anche da parte del PCI, che pur aveva attraverso il suo segretario Luigi Longo sostenuto e incoraggiato le iniziative locali, finisce per prevalere una presa di distanza rispetto ad un’esperienza nata e cresciuta in ambito locale che però sfugge, o rischia di sfuggire, al controllo e alla diretta responsabilità degli organi di direzione.

A confermare quanto affermato da Fanti vengono le parole, a dir poco riduttive, di Ferdinando Di Giulio pronunciate nella riunione dell’Ufficio politico e dell’Ufficio di segreteria del PCI del 22 dicembre 1967 riguardo la lettera del cardinale di trasmissione al sindaco del messaggio di Paolo VI sulla giornata della pace del dicembre 1967: “il problema della risposta del Partito possiamo risolverlo con la replica di Fanti a Lercaro” [cit. in G. Battelli, I vescovi italiani e la dialettica pace-guerra. Giacomo Lercaro (1947-1968), in “Studi storici”, 45, 2004, 367-417, 410 n.163] richiudendo così nel locale una questione che voleva essere sin dall’inizio nazionale.

Forse si mostra in ciò una difficoltà del PCI a comprendere, nella sua interezza, lo spessore di una proposta e l’impegno necessario a coltivare con successo una relazione con culture diverse, soprattutto quando le iniziative non sono espressione del centro, da attribuirsi, da un lato, ad una ancora carente “cultura di governo” del partito e, dall’ altro, ad una articolazione democratica interna assai debole dall’altro.
Entrambe le vicende si esauriscono senza gesti clamorosi: il PCI non ha mai seguito con troppo calore Fanti, che in un paio d’anni passerà a guidare la nuova istituzione regionale, mentre il piano per il Nord di Bologna dell’urbanista giapponese Kenzo Tange (segnalato a Fanti proprio da Lercaro) via via si ridurrà fortemente di impatto, mentre Raniero La Valle lamenterà (ma gli risponderà con passione Antonio Rubbi) che alla fine Lercaro sia stato lasciato solo.

L’operazione Bologna finì così per essere per il PCI una delle non rare occasioni in cui la sua cultura politica non si rivelò sufficientemente duttile per accogliere, trasformandosi, le sollecitazioni che venivano da una società dinamica e curiosa, come quella del cattolicesimo degli anni ’60, ma di cui con difficoltà coglieva la sfida di alto spessore ideale e che gli rimanevano sostanzialmente estranee, interessanti, semmai, solo in un gioco di flussi elettorali. Per Lercaro invece rimase, con l’omelia del 1 gennaio 1968, la testimonianza profetica di una conversione sul vangelo.

Chi maggiormente ne trasse vantaggio fu proprio la città di Bologna che, anche grazie a quell’in­contro, poté sperimentare uno dei periodi più fecondi della sua storia recente.

Umberto Mazzone
umberto.mazzone@unibo.it

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