Articolo
Andrea Forlani

La riforma dei quartieri: luci e ombre

Con il mandato amministrativo appena iniziato è entrata in vigore la riforma dei Quartieri approvata un anno fa. Abbiamo chiesto ad Andrea Forlani, già Presidente del Quartiere Santo Stefano dal 2004 al 2009, di parlarci brevemente degli aspetti positivi e negativi contenuti a suo parere in questa nuova regolamentazione.

andrea-forlaniNon c’è alcun dubbio che un riordino organico del ruolo e delle funzioni dei Quartieri fosse assolutamente necessario: nel corso degli anni, infatti, interventi sporadici e non troppo coerenti dal punto di vista degli obiettivi avevano portato alla creazione di entità confuse sia sul piano amministrativo sia sul piano politico.

I Quartieri, infatti, avevano progressivamente perduto l’originario intento (contenuto nel Libro Bianco di Dossetti) di essere una sorta di autogoverno dei cittadini slegato da appartenenze di partito e strettamente collegato ai problemi oggettivi del territorio per diventare, nel tempo, una sorta di piccoli consigli comunali ricalcandone le modalità senza averne i poteri.

Occorreva, pertanto, compiere una scelta chiara o nella direzione di un governo di vicinato fondato sulla partecipazione dei cittadini o sulla rotta della costituzione di un livello intermedio di amministrazione dotato della conseguente autorità.

La riforma approvata

La riforma approvata, pur migliorativa della situazione precedente, continua, a mio parere, a lasciare i Quartieri in una condizione intermedia rispetto all’una o all’altra alternativa. Dal punto di vista teorico, dalla lettura della delibera di modifica del Regolamento sul decentramento risulta chiaro l’intento di avvicinare i cittadini al governo del territorio.

Va in questa direzione il ruolo esplicitamente assegnato al Consiglio di quartiere e al suo presidente di favorire la cultura della comunità attraverso l’ascolto e l’impulso all’attivazione di patti di collaborazione con gruppi di cittadini, vanno in questa direzione l’inserimento del principio di sussidiarietà orizzontale e l’aggiunta di uno specifico articolo dedicato alla cittadinanza attiva e al bilancio partecipativo, va in questa direzione il ruolo assegnato all’ASP e all’Istituzione scuola che alleggerirà la funzione gestionale attribuita ai Quartieri.

In un momento storico di oggettiva disaffezione dei cittadini dalla politica e dove molti sindaci vengono eletti da un quarto degli abitanti, creare strumenti che favoriscano la partecipazione non in base a petizioni di principio, ma sulla scorta delle aspettative e dei problemi di una comunità e del suo diretto coinvolgimento per soddisfarle e risolverli, è certamente un proponimento condivisibile.

Alcune criticità

Dal punto di vista pratico, però, alcune scelte contenute nella riforma non paiono del tutto coerenti con l’intento descritto. Non lo pare, anzitutto, la scelta di ridurre il numero dei Quartieri da 9 a 6.

Se tale scelta può essere giustificata dallo scopo di razionalizzare la struttura dal punto di vista amministrativo, l’espansione territoriale, l’aumento dei cittadini amministrati, la commistione fra zone non omogenee e la separazione di realtà uniformi (in primis, il centro storico cittadino) stridono con l’obiettivo di un governo di vicinato e di comunità più facilmente e logicamente perseguibile ove calato in realtà più piccole e più amalgamate.

Non lo pare, in secondo luogo, la scelta di lasciare inalterate, a fianco delle nuove modalità di azione di governo, le tradizionali forme di esercizio dell’azione amministrativa e i metodi classici di elezione di consiglieri e presidente.

Le formalità, spesso inutili quanto ripetitive, dell’espressione di pareri che, ancorché previsti anche in fase preliminare, rimangono comunque non vincolanti, unite all’appartenenza a gruppi politici presenti sia in Consiglio comunale che nei Consigli circoscrizionali, rischiano di omologare e di predeterminare le scelte e di allontanare le decisioni amministrative dal loro aspetto di buon senso pratico.

In sintesi: la riforma dei Quartieri è sicuramente positiva nel cogliere la necessità di risolvere un problema e nell’approntarne le soluzioni sul piano teorico, non essendo però ancora pienamente coerente nel fornire strumenti pratici per raggiungere gli obiettivi prefissati.

Certamente quando dalle opinioni si passerà ai fatti i giudizi si faranno più oggettivi: e molto dipenderà da come tale riforma verrà applicata.

Molto dipenderà dall’attività degli amministratori, comunali e di Quartiere, dalla loro voglia e dalla loro capacità di informare i cittadini degli strumenti a loro disposizione, di ascoltarli e, soprattutto, di coinvolgerli in scelte che, se ovviamente non potranno essere unanimamente condivise, dovranno essere però conosciute e comprese dal maggior numero possibile di persone.

La critica più ripetuta in questa ultima campagna elettorale da parte dei cittadini è quella di essere stati poco ascoltati: il prossimo mandato sarà una buona occasione per non sentirsela ribadire fra cinque anni e la riforma dei Quartieri è uno degli strumenti da utilizzare per evitarlo.

Andrea Forlani

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