Articolo
Flavio Fusi Pecci

Giacomo Lercaro e “il cesto”

DOSSIER: Un patto da rinnovare, 50 anni dopo

A partire dal 1955 si susseguirono a Bologna varie versioni di nuovi piani regolatori che tuttavia mostravano la mancanza di connessione fra i criteri urbanistici e la realtà sociale che man mano si andava creando. Contemporaneamente, anche la mappatura della intera realtà diocesana metteva in evidenza la carenza di un piano di radicamento nel tessuto urbano di sedi di socializzazione pastorale che procedesse di pari passo con l’incremento e l’estendersi delle periferie della città al di fuori del centro storico.
In questo contesto, anche sotto la spinta del famoso “Libro Bianco” di Giuseppe Dossetti, partì il formidabile ed innovativo lavoro attorno all’idea di “nuova città” e nuovo quartiere, che nella profetica visione del Cardinale Lercaro si doveva sviluppare insieme alla nuova struttura pastorale (le nuove chiese) come strumento di qualificazione urbana, verso la cosidetta “città integrata”.
Tutto questo sfociò negli anni 1965-67, anche grazie al fecondo rapporto interpersonale istauratosi fra il Cardinale Lercaro, l’architetto Tange, e il Sindaco Fanti, nell’avvento di una nuova politica urbanistica e sociale che non ha trovato uguali nella storia non solo di Bologna, ma un po’ in tutte le città italiane.

L’idea di quartiere di Lercaro nella “seconda Bologna”

Riportiamo qui alcuni brevi, significativi passaggi della ricostruzione storica di quelle fasi, reperibili in vari testi estratti da un articolo dell’architetto Glauco Gresleri, attore e testimone autorevole di quegli anni, Dove Dio cerca casa contenuto nella miscellanea  Chiesa e quartiere : storia di una rivista e un  movimento (Bologna, Compositori, 2004).

La periferia angoscia Lercaro (L.). La situazione generale della “seconda Bologna” [come Lercaro definisce l’insieme delle periferie NdR] mostra uno stato di povertà ambientale preoccupante. Mancanza di struttura urbana riconoscibile, dotazione di un piano regolatore povero di punti di servizio, infrastrutture di collegamento e comunicazione inadeguate, carenza grave nella previsione di centri di attività pastorale. E, non ultimo, laddove sedi chiesastiche siano realizzate, la povertà architettonica e quindi la rispondenza ai bisogni spirituali della comunità parrocchiale, risulta così avvilente da provocare effetto di rigetto.
Si matura così in L. la necessità di intervenire nella città, dentro la città, “per la città”, affinché in essa possa essere immessa una energia vivificante in grado di far lievitare il corpo sociale da una forma di sola presenza ad una livello di vitalità cosciente. Non può pensare ad altre strutture, che sono competenza di altri; ma è certo che un settore preciso dipende da lui e questo settore deve poter divenire occasione di promozione e di incentivazione. Nuovi centri capaci di irradiare con il messaggio evangelico, segni di vitalità, attivazione di tensioni comunitarie, punti forti di strutture diverse. L. parte e il 14 maggio 1955, proprio da piazza S. Petronio, durante un’omelia domenicale lancia il “progetto nuove chiese” per la pacifica conquista evangelica della periferia di Bologna.
Il problema non è né astratto, ne amministrativo…. La città era vista da lui come un insieme di luoghi topici, ambito per ambito, quartiere per quartiere, proprio casa per casa e gli uomini uno per uno. […]
Il Piano dei Servizi della città (dieci anni avanti a quello che varerà poi l’Amministrazione Comuale) non si connotò tanto per regole e tecniche urbanistiche basate su parametri e standard, ma proprio per la elezione dei luoghi e dei gruppi umani a misura e a caratterizzazione delle preesistenze topiche e sociali.
… la periferia si vide oggetto di una attenzione improvvisa e inimmaginata.
Si configurò cosi’, sin dai primi passi, l’idea di L. che le nuove aree insediative della città dovessero essere dotate di identità di luogo, in grado di trasmettere agli abitanti una coscienza umana e abitativa e contribuire a trasformare quei brandelli di abitato in parti di città e i residenti in comunità capaci di autogenerarsi come coscienza urbana comunitaria. […]
L., con intuito di urbanista, immagina che un intervento cosi’ massivo non possa realizzarsi secondo le indicazioni di un piano tecnico, ma che solo un grande disegno sia in grado di riscattare quella parte di periferia, una vera seconda Bologna.
A fronte della nuova programmata grande espan­sione urbana, L. offre a Tange di pensare ad una cattedrale ecumenica da posizionarsi al centro di quello che sarà la nuova città… a dare senso all’idea architettonica, cita il termine cesto come ad indicare una forma riconoscibile ove al posto delle varie specie di frutta, vi siano uomini di estrazione, culture, razze, etnie, lingue, colori diversi. L. va oltre e immagina che egli possa diramare la magia del progetto del cesto all’intero quartiere, al settore stesso della città. Ed è cosi’ che si fa partecipe e promotore verso il Sindaco Guido Fanti (che intuisce til salto di qualità che finalmente Bologna può compiere), affinché la stessa Amministrazione Comunale decida di affidare al maestro l’incarico del piano per lo sviluppo di Bologna nord. Cosa che formalmente si concretizza il 14 novembre 1967.

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