Articolo
Maria Beatrice Bettazzi

Bologna: nuove chiese di periferia e quartieri

DOSSIER: Un patto da rinnovare, 50 anni dopo

Dopo la guerra, negli anni ’50 e ’60, è fiorita a Bologna una stagione di idee e progetti assolutamente innovativi e multidisciplinari, condotta da personaggi di estrazione, fede, cultura, ruoli molto diversi, uniti però da un unico afflato, di cui si è via via perso traccia nel tempo e che oggi affannosamente vorremmo recuperare. Fede, liturgia, architettura, politica: una convergenza virtuosa.

mariabeatrice-bettazziIl 1955 è un anno cruciale nel quale giungono a maturazione rapporti umani e progetti destinati ad avere un’importanza fondamentale nel dialogo fecondo tra architettura e liturgia.

Bologna è il nodo geografico che dà i natali ad un laboratorio in cui sacerdoti, progettisti e fedeli sperimentano un modo nuovo di dire “nel linguaggio dei vivi la lode del Dio vivente”.

Il cardinale Giacomo Lercaro, don Luciano Gherardi e i giovani architetti Giorgio Trebbi e Glauco Gresleri, con i loro colleghi, sono i protagonisti di una riflessione teorica e di un piano d’azione concreta per donare ai quartieri un nuovo ‘cuore’.

Il contesto, infatti, in cui si sviluppa il progetto “Nuove chiese di periferia” è rappresentato dai recenti agglomerati che, oltre la cerchia dei Viali bolognesi, cominciano ad imperlare ampi spazi di cam­pagna e “là ove c’era il verde ora c’è una città”. Infatti, la disciplina dei piani INA-Casa (ovvero i “Prov­ve­dimenti per incremen­tare l’occupazione operaia, agevolando la costruzione di case per i lavoratori”), partiti nel 1949, e la pianificazione locale d’emer­genza si curano, assai spesso, di costruire le abitazioni, ma i quartieri rimangono senza servizi per la popolazione e privi di punti di riferimento sociale.

Nel 1952, anno di insediamento di Lercaro, esce una legge che disciplina le sovvenzioni statali per la ricostruzione (almeno fino al grezzo) delle chiese distrut­te dalla guerra, ausilio alle diocesi che ricominciano a riflettere sugli edifici per la liturgia. Quest’ultima poi, dopo l’enciclica “Tra le sollecitudini” di Pio X nel 1903, aveva avuto un’ulteriore occasione di aggiornarsi con la “Mediator Dei” del 1947: entrambi i documenti esortano alla partecipazione all’azione liturgica di fedeli resi sempre più consapevoli, grazie anche all’autorizzazione all’uso delle lingue correnti durante la Messa.

Le discipline dell’Urbanistica e dell’Architettura, dal canto loro, cominciano a anch’esse a interrogarsi su questi temi, cercando soluzioni e parlando tramite le voci di personaggi del calibro di Giovanni Astengo, Adriano Olivetti, Luigi Figini, Gino Pollini, ecc. I tempi sono maturi, dunque, perché tutti questi stimoli, apparentemente incongrui e distanti, si concretizzino in una serie di eventi omogenei spalmati lungo il 1955.

Il Cardinale Lercaro inizia la svolta

In febbraio, il Cardinale Lercaro invita l’architetto Giorgio Trebbi, che da tempo offre il suo contributo per il miglioramento dell’impatto formale di eventi che interessano la città, a dare un contributo rispetto al programma che il Centro di Azione Liturgica sta organizzando per la propria settimana di riflessione, prevista a settembre. Infatti, la scaletta annovera già una mostra sull’architettura sacra degli ultimi dieci anni la cui gestione viene di fatto ‘appaltata’ al giovane architetto.

Non contento di questo, Trebbi rilancia con la proposta di un grande Congresso che chiami a Bologna le personalità del mondo dell’architettura nazionale e internazionale a disquisire sul destino dell’architettura delle chiese, non ancora oggetto sistematico di indagine e di studio. I materiali pervenuti per costruire la mostra, infatti, mostravano con chiarezza che non vi era un progetto culturale aggiornato sul tema che, dunque, necessitava di un’assise importante e qualificata quale poi, in effetti, fu il primo Congresso Nazionale di Architettura Sacra, tenutosi nell’Aula Magna dell’Università di Bologna dal 23 al 25 settembre di quel 1955.

Trebbi, in qualità di segretario generale del congresso, in quell’occasione annuncia la nascita di un “Centro permanente di studio e informazione per l’architettura sacra” che si alimenta da subito con le migliaia di documenti grafici richiesti ai professionisti di tutta Italia.

assemblea dei fedeli

Chiesa, Quartiere, Partecipazione: un’idea rivoluzionaria

Durante il congresso, inoltre, comincia a diffondersi un altro progetto ambizioso e impor­tante: la creazione di una rivista a cui viene dato un titolo a dir poco sintomatico, “Chiesa e Quartiere”. Oltre alle due impre­scindibili parole chiave, un’altra ritorna continuamente nel­le relazioni di molti partecipanti, “partecipazione”: tema cruciale anche della settimana liturgica che ospita gli eventi degli architetti, più volte presente nell’intervento del Cardinale al Congresso, trova infine una chiave di lettura straordinaria nel libretto “A Messa, figlioli!” che Lercaro dona alla sua Diocesi per accompagnare l’assemblea a seguire la celebrazione eucaristica.

La portata dell’azione di Lercaro è rivoluzionaria: le letture oltre che in latino sono lette anche in italiano e ai fedeli è riservato un ruolo attivo anche attraverso la gestualità del corpo che prende a muoversi nello spazio fisico, come durante la processione offertoriale.

Dal coté degli architetti, l’esperienza di discernimento esercitata in occasione della mostra e l’imperativo di incarnare anche nello spazio un linguaggio moderno per parlare di Dio agli uomini contemporanei, sfocia in una vocazione fortemente programmatica per la nuova rivista “Chiesa e Quartiere”. Già nella mostra tenutasi nel 1954 in Triennale sembra emergere un canone di quelle architetture moderne in grado di interpretare il sacro, canone che la redazione della rivista bolognese abbraccia in toto e utilizza a piene mani nell’apparato illustrativo, fin dai suoi primi numeri: oltre all’immancabile Le Corbusier, imprescindibile per Ronchamp, Antoni Gaudì della Sagrada Familia, il Perret di Notre Dame de Raincy e di Santa Teresa di Montmagny, Karl Moser a Basilea, Matisse a Vence, Bohm a Colonia, la chiesa di Lucerna di Metzger, ecc.

Costellano la rassegna delle “buone pratiche” anche parecchi progetti italiani: la milanese Madonna dei Poveri di Figini e Pollini, la chiesa di Collina di Giovanni Michelucci (in quel momento docente a Bologna, alla Facoltà di Ingegneria), la chiesa del villaggio Ina della Martella a Matera di Ludovico Quaroni, il poligono quasi circolare di Magistretti e Tedeschi al QT8 di Milano, per giungere al Cuore Immacolato di Maria, opera di Vaccaro e Nervi al villaggio Ina di Borgo Panigale.

Negli ultimi due esempi la forma della chiesa subisce un evidente accentramento, quasi il tentativo di assecondare con l’architettura, il libero aggregarsi dei fedeli intorno all’altare, condizione ideale per una partecipazione realmente attiva.

Cronologicamente ancora lontani dalle assise conciliari che formalizzeranno i grandi passi avanti che a Bologna sono già sperimentati, in tutti gli esempi in cui lo spazio tende al cerchio comunque l’altare resta, però, collocato in una posizione eccentrica e in corrispondenza diretta con il portale di accesso.

La nuova architettura liturgica verso il Concilio

Trebbi e i suoi studiano le modalità di libera aggregazione dei fedeli a partire dalle foto dei capannelli che si raccoglievano attorno alle croci per le future chiese dell’epico carosello guidato da Lercaro nel giugno 1955; ed è poi proprio Trebbi a tentarne una restituzione ergonomica nelle panche della sua chiesa, S. Pio X, nel 1963. Pionieristici i disegni della Cooperativa Ingegneri e Architetti di Reggio Emilia che compaiono nel numero 2 di “Chiesa e Quartiere” [vedi immagine nel giornale in formato elettronico]: la processione dei fedeli perviene in una arena al cui centro, inondato da luce zenitale, campeggia il sacerdote celebrante; peccato che il testo della pagina accanto, di cui queste immagini potrebbero sembrare l’illustrazione, estratto da un decreto della S. Congregazione dei Riti, riporti, ancora nel giugno 1957, il divieto dell’altare verso il popolo. Tale dispositivo spaziale, una delle pietre miliari del magistero “lercariano” in materia pastorale e liturgica insieme, si cominciava a sperimentare in Diocesi, quale ulteriore incentivo alla partecipazione attiva, ma si dovette attendere il Concilio per vederlo ratificare in modo ufficiale.

Mentre i contatti con riviste omologhe all’estero si addensano, i numeri della rivista si susseguono per diversi anni, fino al 1968, documentando il lavoro di costruzione delle nuove chiese nella diocesi in parallelo con altri esempi analoghi in Italia e nel mondo. “Chiesa e Quartiere”, pienamente dentro il suo tempo, accompagna anche i lavori conciliari, sottolineando e sostenendo i temi di punta del momento: l’ecumenismo, ad esempio, oltre alla riflessione sulla liturgia, entrambe in relazione allo spazio costruito. Il rovello del mondo della progettazione per trovare una via stilistica che possa interpretare il presente viene alimentato, nella rivista, con contributi che richiamano l’essenzialità e la sobrietà delle origini, da auspicarsi modello per la contemporaneità. Le radici evangeliche evocano il ricordo di piccole comunità flessibili, “piccole chiese”, che meglio possono fare fronte, anche nella seconda metà degli anni ’60, al progressivo e mutevole distribuirsi della popolazione, sempre meno stanziale e sempre più in movimento.

Un dibattito scomodo: interrotto, ma vivo

Il dibattito è aperto, soprattutto nel nord Europa, e la rivista non manca di riportarne i termini, anche se spesso “scomodi” o in apparenza “azzar­dati”. La fine del Concilio, sulle pagine di “Chiesa e Quartiere” è salutata con la notizia di incarichi a tre fra i principali architetti dell’epoca: Le Corbusier, Kenzo Tange e Alvar Aalto. Solo quest’ultimo potrà realizzare la sua chiesa in Diocesi di Bologna.

Con le dimissioni del Cardinale Lercaro si chiuderà anche questa esperienza, salvo poi, nel 1970, ritrovare gli stessi protagonisti alle prese con la costruzione di un nuovo periodico, “Parametro”.

Maria Beatrice Bettazzi


Come ha riaffermato il Concilio, la Chiesa […] è il fermento e quasi l’anima della società umana destinata a rinnovarsi in Cristo e a trasformarsi in famiglia di Dio. Essa non può non riservare la massima attenzione alle grandi evoluzioni urbane e territoriali che vengono gradualmente delineandosi. […]
Certamente una cosa è molto chiara: le strutture architettoniche delle chiese si devono modificare così rapidamente come si modificano oggi le condizioni di vita e le case degli uomini. Dobbiamo avere ben presente, anche quando costruiamo un luogo di culto, il senso di transitorietà estrema di queste strutture materiali e della loro pura funzione di servizio rispetto alla vita degli uomini: affinché non accada che le generazioni a venire si trovino ad essere condizionate da quelle che noi oggi riteniamo chiese d’avanguardia, ma che per loro potrebbero essere vecchie costruzioni. […] Proprio perché la Chiesa, quella vera, misteriosa sposa del Cristo sia sempre presente tra gli uomini, bisogna che le nostre chiese in muratura non la costringano ad assumere per secoli forme che la separano dal resto degli uomini.
La Chiesa del Signore può essere ovunque, veramente tenda mobile che lo Spirito posa dove vuole e di cui gli uomini, attenti allo Spirito, devono continuamente reinventare i modi di essere.
[Da G. LERCARO La chiesa nella citta di domani pp. 65;70-71]

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