Articolo
Giulia Montanari

A Bologna è nato il Portico della Pace

Nella primavera-estate del 2004, abbiamo pubblicato una serie di interventi dedicati al tema della pace, raccolti sotto il titolo “PORTICI DI PACE”. In particolare, nel No. 26 monografico.

Come accadde 12 anni fa e sempre in questi 22 anni, anche oggi noi siamo convinti che la tradizione pacifica, solidale e democratica di Bologna merita un impegno fattivo, sia civico che istituzionale, per lo sviluppo di una cultura di solidarietà, per la promozione della cooperazione tra i popoli e per la costruzione di una sensibilità diffusa alla pace. Tutte le amministrazioni locali, le associazioni che in esse operano, i singoli cittadini devono rendersi protagonisti esigenti di una “diplomazia dal basso” capace di contribuire alla conoscenza delle diversità che convivono nello stesso spazio urbano e che promuova una autentica cultura di pace.

La nostra proposta, all’Amministrazione comunale dell’epoca, era quella di creare un Ufficio Comunale per la Pace che facesse capo direttamente al Sindaco e che si occupasse di promozione dello sviluppo sostenibile e della multiculturalità, che svolgesse una funzione di coordinamento fra le realtà istituzionali e quelle del privato sociale e che stimolasse la promozione di “piccole opere” di pace; fra queste avevamo immaginato la gestione di una “casa della pace” con al centro una “sala del silenzio” (riservata all’ascolto e al confronto fra le religioni), progetti permanenti sull’educazione al risparmio energetico, al consumo critico, al commercio e alla finanza etica, un’indagine attenta sulle aree di conflittualità presenti nel tessuto della nostra città.

Grazie all’impegno del Presidente Beatrice Draghetti, l’Amministrazione Provinciale in quello stesso periodo diede vita ad un meritorio ampio programma, “Percorsi di Pace”, protrattosi con grande impegno e successo negli anni successivi. Ci ha fatto piacere quindi partecipare ad una rinnovata “iniziativa di pace” che deve crescere.

A cura di Federico Bellotti


La Marcia per la pace

A fine novembre 2015 a seguito degli attentati di Parigi e l’incessante conflitto in Siria in seno alla Comunità Papa Giovanni XXIII nasce la proposta di fare una veglia per la pace.

Si inizia a pensare che sarebbe bello avere un occasione in cui coinvolgere anche altri, forse si potrebbe proporre una marcia per la pace per il 1 gennaio come avviene in altre città (ma mai a Bologna). Si cerca tra associazioni amiche, conoscenti e compagni di viaggio… Facciamo alcune telefonate a chi non conosciamo ma sappiamo potrebbe essere sensibile al tema: sono tutti favorevoli, anche se un po’ perplessi in quanto l’organizza è un’associazione confessionale.

Poiché “le cose belle prima si fanno poi si pensano” la proposta si allarga a tre cerchie: ecclesiale, interconfessionale, gruppi ed associazioni laiche e multiculturali.

Così giorno dopo giorno nasce la Marcia per la pace, sorella della giustizia. Pace che inizia dalla solidarietà sul nostro territorio, che mette al centro i bisogni degli ultimi. La Comunità Papa Giovanni nell’intenso lavoro di quei giorni decide che la Marcia deve essere di tutti e tutti la devono sentire propria: “si mescola” agli altri, non appare come organizzatrice, fa circolare la lista degli aderenti che va man mano ampliandosi. La Marcia riceve l’appoggio del Vescovo Mons Zuppi, delle Comunità islamiche, del Rabbino, del Comune e di tanti altre associazioni rappresentanti della società civile e di una Bologna fatta di tante voci. Il primo gennaio sono più di mille a sfilare per via Indipendenza per “Dire, fare danzare la pace” in tanti modi possibili. Pomeriggio intenso, molto bello, di grande partecipazione cittadina che sembra riaccendere un atmosfera da anni perduta a Bologna.

Il Portico della pace

Non si potevano fare cadere nel vuoto le relazioni intessute in quel mese di intenso coinvolgimento e organizzazione.

Cosi spinti dall’onda della possibile guerra in Libia, a fine febbraio gli aderenti alla Marcia decidono di convocarsi, tutti: associazioni, movimenti, congregazioni religiose innanzitutto per guardarsi negli occhi e conoscersi, ma poi per continuare un cammino insieme pensando che è “camminando che si apre il cammino”, come incoraggiava sempre il caro Arturo Paoli.

Così si avvia il cantiere per costruire un luogo di incontro: il Portico della pace. Il nome “portico”, simbolo della città di Bologna, indica un luogo che da sempre è sinonimo di accoglienza, rifugio, incontro, festa, preghiera.

Coloro che vi partecipano proseguono il cammino di conoscenza, e contestualmente hanno organizzato: il 12 marzo una manifestazione per dire NO all’ingresso dell’Italia in guerra in Libia e SI ai corpi civili di pace; il 2 giugno la Festa per una repubblica non armata e non violenta che ripudia la guerra così come abbiamo organizzato.

Chi decide di stare in questo cammino è chiamato a portare tutta la ricchezza della propria storia e identità, ma allo stesso tempo in nome del bene comune più prezioso -la Pace nella Giustizia- rinuncia a portare avanti solo se stesso e si assume la responsabilità di essere quel lievito che permette alla farina e acqua mischiate insieme di crescere. Si tratta di investire energie fisiche ma soprattutto relazionali, e risvegliare ideali e sogni per rispondere al bisogno della città di Bologna di ritrovare l’unità su questi temi. Temi che richiedono un’adesione a più voci, di mettersi insieme, di rinunciare forse alla visibilità e al riconoscimento personale per investire in un qualcosa di più grande, necessario a costruire la pace dal basso in questa città come nel mondo. Le singole identità degli aderenti al Portico non vengono cosi annullate ma confermate, riconosciute, valorizzate. Certo stare insieme a volte è faticoso, ma permette di costruire una realtà fino a qualche mese fa impensabile a Bologna.

Sono solo parole? Vedremo se in futuro crescerà un albero, per adesso è un bel seme!

Giulia Montanari

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