Articolo
Pierluigi Giacomoni

Un mondo di “paradisi”

CITTADINI DEL MONDO

Sono più di cento, sono ben organizzati, attirano fiumi di denaro. La fanno in barba alle leggi fiscali, perché sfruttano la grande mobilità dei capitali dei nostri giorni. E’ un flusso di denaro inarrestabile, continuo, che non conosce tregua, sette giorni su sette, 365 giorni l’anno. A parole, i governi cercano di mettere riparo a questa continua fuga di denaro, perché proprio la libertà di movimento dei capitali e la volatilità dei controlli è il terreno su cui proliferano i “paradisi fiscali”, nella realtà lo stesso potere politico ricava benefits dall’esistenza di queste aree dove il fisco è lieve ed il diritto societario evanescente.

pierluigi-giacomoniPer “Paradiso fiscale” s’intende comunemente uno Stato, o un territorio, che garantisce un prelievo di imposte più basso, o addirittura nullo, sui depositi bancari e sui redditi delle persone fisiche e giuridiche.
La ragione per la quale un Paese applica una legislazione tributaria di questo tipo è insieme politica ed economica.
Politica, perché lo Stato, perlopiù di piccole dimensioni diviene impor­tante perché ha nei propri forzieri ingenti capitali; economica, perché per attrarre capitali vara norme che rendono la sua piazza finanziaria degna d’esser presa in considerazione da chi vuol fuggire dal fisco del proprio Paese d’origine, ritenuto esoso.

Nei “paradisi fiscali” si riscontra un tipico regime di imposizione molto basso o assente, che rende conveniente stabilirvi la sede d’un’impresa (come ad esempio le società offshore), oppure regole particolarmente rigide sul segreto bancario, che permettono di compiere transazioni coperte.
Inoltre, le regole societarie con­sen­­tono l’emissione di azioni al portatore, un insieme ridottissimo di formalità societarie e contabili e regole favorevoli per l’impiantazione di servizi finanziari, come, per esempio, una disciplina minima per ottenere licenze che consentano di operare fondi di investimento.

I criteri

Una classificazione dei “paradisi fiscali” tiene conto dei seguenti criteri:

  1. non impone tasse oppure solo una o più di valore nominale e garantisce l’assoluto segreto bancario, non scambiando informazioni con altri stati;
  2. è tassato solo il reddito prodotto internamente;
  3. modesta imposizione sul reddito ovunque generato;
  4. Paesi dal regime impositivo paragonabile a quelli considerati a tassazione normale, ma che permettono la costituzione di società particolarmente flessibili.

In particolari condizioni, possono creare quello che l’OCSE definisce concorrenza fiscale dannosa. Secondo lo schema indicato dall’organizzazione con sede a Parigi, questi sono i punti chiave che permettono di individuare un regime fiscale dannoso:

  • A. imposizione fiscale bassa o prossima allo zero;
  • B. tassazione con ampia disparità tra i redditi generati all’interno o all’esterno;
  • C. assenza di trasparenza delle transazioni effettuate;
  • D. mancanza di scambio d’informazioni con altri paesi;
  • E. elevata capacità di attrarre società aventi come unico scopo quello di occultare movimenti di capitale, in assenza di effettiva attività economica ivi svolta.

Il paradiso fiscale fa gola sia alle aziende multinazionali, sia a quelle di più modeste dimensioni con lo scopo di pagare imposte più basse, nonché ad organizzazioni della criminalità organizzata che utilizzano i “tax haven” per svolgervi operazioni di riciclaggio di capitali provenienti da attività illecite.
Va da sé che le élites dei “paradisi fiscali” sono conniventi col sistema e ne ricavano vantaggi in termini di arricchimento personale.
I governi degli Stati leader oscillano tra due tendenze: delimitare il più possibile l’influenza dei “tax heaven”, oppure non ostacolare i continui movimenti di capitale che a volte influiscono positivamente sull’andamento delle borse valori più importanti, come Wall Street, Londra e Tokyo.
Come è facilmente intuibile, le cifre in gioco sono enormi.

La totale eliminazione delle aree fiscalmente privilegiate porterebbe non soltanto un danno alla criminalità organizzata, scopo da perseguire con ogni mezzo, ma anche alle imprese che svolgono attività formalmente legali.
Numerose aziende dovrebbero pagare più tasse e la minore disponibilità di capitali, sicuramente inciderebbe sullo sviluppo economico dell’impresa stessa. Al minor sviluppo economico delle imprese corrisponderebbe, verosimilmente, una maggior quantità di denaro a disposizione degli Stati.
La questione è, quindi, squisitamente politica: regolamentare ed armonizzare il sistema impositivo, che permetta da un lato, una leale concorrenza tra imprese, dall’altro un adeguato rifornimento degli erari statali sempre bisognosi di denaro.

Chi sono

L’elenco dei “paradisi fiscali”, o Paesi con regime fiscale privilegiato, è lungo. Una lista di Stati e territori aventi un regime fiscale privilegiato viene continuamente aggiornata, perché molti piccoli Paesi o aree in via di sviluppo varano in continuazione legislazioni compiacenti per attirare capitali in costante movimento.

Si può dire che essi siano per lo più piccole Nazioni, o territori, situate in alcune precise aree del globo.
In particolare, sono divenuti “tax haven” diversi micro-Stati dei Caraibi, dell’Oceano Pacifico e della stessa Europa.
Oltre ai famosi Svizzera, Lussemburgo e Liechtenstein, nella lista troviamo anche parti di alcuni Stati europei che, a parole, vorrebbero combattere il fenomeno.
La Gran Bretagna non è un “paradiso fiscale”, ma lo sono le isole della Manica come Jersey, Guernsey e l’isola di Mann, per non parlare delle colonie di Gibilterra, Cayman ed Anguilla; per i Paesi Bassi lo sono i possedimenti antillani di Aruba, Bonaire, Curaçao e St. Martin; per la Francia, oltre al citato St. Martin, lo sono Monaco, Andorra, nonché la Polinesia Francese. Sul territorio italiano, in fine, la repubblica di San Marino ha un regime fiscale molto favorevole.

Vi sono, poi, all’interno degli Stati più importanti, aree dove vigono leggi che concedono importanti privilegi tributari ai detentori di capitali.
Negli Stati Uniti, il piccolo Delaware, nel nord-est del Paese applica una legislazione impositiva simile a quella d’un paradiso fiscale.
Esistono, all’interno di moltissime Nazioni di tutto il mondo, delle “zone franche”: esse sono delle aree delimitate di un paese, dove si godono alcuni benefici tributari, come il non pagare dazi di importazione di merci o l’assenza di imposte.
Molti governi stabiliscono zone franche in regioni periferiche del territorio nazionale col fine di attrarre capitale e promuovere lo sviluppo economico di quelle aree.
Al momento, nel nostro paese, zone franche sono, ad esempio, Livigno e Campione d’Italia, mentre le norme sulla tassazione contenute negli statuti delle regioni autonome di Sardegna e Valle d’Aosta non sono state del tutto attuate.

Le società off-shore

Uno degli aspetti più importanti del fenomeno delle aree fiscalmente privilegiate è quello delle “società off-shore”. Il termine identifica un’impresa registrata in base alle leggi di uno Stato estero, (ad esempio, le isole Cayman), ma che conduce la propria attività al di fuori della giurisdizione in cui è registrata. Oggi si usa questa denominazione per ditte che offrono condizioni fiscali favorevoli derivanti dalla registrazione in ordinamenti che prevedono scarsi controlli e pochi adempimenti contabili.

Uno degli obiettivi più frequenti collegati alla creazione d’una società off-shore è la riduzione dell’imposizione fiscale; mediante, però, una particolare configurazione è anche possibile ottenere altri vantaggi:

  1. protezione del patrimonio;
  2. semplificazione della burocrazia;
  3. ottimizzazione dei costi;
  4. riservatezza.

Nella pratica, le società off-shore sono talvolta utilizzate per realizzare discretamente spericolate speculazioni, operazioni vietate o illecite o nascondere perdite di bilancio.
È perciò un fenomeno molto diffuso, ad esempio, la costituzione d’aziende off-shore all’interno dell’architettura societaria di gruppi multinazionali.
Malgrado l’ammanco erariale provocato dalle società off-shore ai cittadini di uno stato a fiscalità ordinaria, resta attualmente legale per un soggetto residente in qualsiasi Paese creare e utilizzare una ditta off-shore.

La legge italiana sulla tutela del risparmio (L. n. 262/2005), però, ha iniziato ad incidere sul fenomeno delle società off-shore, attribuendo al Ministro della giustizia il potere di determinare gli Stati «i cui ordinamenti non garantiscono la trasparenza della costituzione, della situazione patrimoniale e finanziaria e della gestione delle società».
Sulle SPA aperte italiane che controllino o siano collegate con società aventi sede in tali Stati ricadono particolari obblighi informativi.
Il Ministro della Giustizia può inoltre individuare Stati che presentino «carenze particolarmente gravi».
Le SPA aperte italiane che intendano con­trollare società registrate in questi paesi sono tenute a rispettare un regolamento stabilito dalla Consob che valuti «le ragioni di carattere impren­ditoriale» che motivano tale scelta.
La Consob, qualora rilevi irregolarità, può presentare denuncia al tribunale.

Non solo le classiche isole tropicali – Bahamas, Seychelles, Isole Vergini, Vanuatu… – ma anche grandi stati non comunemente ritenuti off-shore offrono l’opportunità di creare società a tassazione nulla o prossima allo zero. Regno Unito, Nuova Zelanda, USA, Portogallo, Austria, Paesi Bassi sono solo alcuni esempi.
Nel citato Regno Unito, ad esempio, dove le aziende normal­mente sono on-shore e devono pagare le tasse e presentare annualmente la loro contabilità aziendale, esistono particolari tipi di società che offrono diversi vantaggi tipici delle entità off-shore.

Le società di comodo

Un ulteriore aspetto della questione della sleale concorrenza fiscale è rappresentata dalla presenza delle “società di comodo”.
Si tratta di società, normalmente di capitali, la cui costituzione risponde, essenzialmente, a finalità di evasione ed elusione fiscale, o alla volontà di mettere in atto attività illecite.
Di norma, sono entità che non svolgono, sostanzialmente, attività d’impresa e per questo, a volte, vengono definite come società non operative.
Inoltre, non prevedono la responsabilità patrimoniale dei soci e sono costituite con capitale sociale irrisorio o simbolico.

Si parla anche di “società di comodo” anche quando una ditta viene creata per fungere da mero schermo societario ad un imprenditore occulto, che può così esercitare un’attività economica senza comparire personalmente.
In tal caso, l’azienda risulta operativa, ma manovrata da soggetti diversi da quelli che appaiono formalmente.
In molti casi, le società di comodo risultano costantemente in perdita; in altri, è la loro funzione a fare in modo che altre entità siano sistematicamente in deficit.
Una società di comodo può essere costituita, ad esempio, per gestire beni patrimoniali, come immobili, partecipazioni, autoveicoli, motocicli, imbarcazioni, yacht, velivoli e via elencando.
Questi beni, benché formalmente intestati alla società, sono fruiti da chi possiede le quote del capitale sociale.
In alcuni casi, ad utilizzare i citati beni possono essere anche soggetti occulti, formalmente estranei alla società perché non compaiono nella compagine sociale.
Tutti coloro che dispongono delle proprietà dell’azienda di comodo, in tal modo, hanno il vantaggio di poterne conservare la disponibilità, occultandone, al contempo, l’informazione al fisco e ai creditori, dal momento che apparente intestataria diretta risulta essere l’azienda di comodo.
I beni intestati alla ditta, essendo utilizzati dai veri proprietari non producono profitto. In questa maniera, la società di comodo si denuncia al fisco come costantemente in perdita e non appare come soggetto colpito da imposizione fiscale.

In altri casi, la ditta di comodo è finalizzata a una particolare frode tributaria: l’emissione di fatture per operazioni inesistenti.
Si tratta delle cosiddette “aziende fatturiere” o “car­tie­re”, perché produttrici di carta.
A beneficiare di tale comportamento sono spesso ditte vere, che utilizzano tale fatturazione fittizia prove­niente dalle società di comodo, per imputare nella loro contabilità partite inesistenti per beni e servizi ricevuti, ottenendo un indebito e illecito abbattimento degli utili, attraverso la sovrastima dei costi iscritti nel bilancio d’esercizio.
L’azienda destinataria del­la fatturazione può così beneficiare di redditi occulti sottratti a qualsiasi visibilità e può costituire fondi neri.
Poiché la emissione di fatturazione fittizia produce fatturato e gettito IVA, tali società non effettuano alcun adempimento fiscale, né formale, né sostanziale: non effettuano le denunce e i versamenti relativi all’Imposta sul valore aggiunto, incassando a sé l’IVA addebitata nelle fatture di comodo, e omettono di denunciare i redditi prodotti.

Nel caso remoto in cui la società di comodo dovesse incorrere in un controllo, la documentazione contabile viene distrutta o occultata: il rifiuto di esibizione agli organi di controllo e vigilanza viene giustificato, mediante una denuncia ad hoc di un furto, smarrimento, o incendio, subìto nell’imminenza o durante lo stesso controllo. E’ così impossibile ricostruire la fatturazione e risalire alle aziende utilizzatrici.
Tali società “fatturiere”, come le altre del genere, concepite come schermo societario, sono intestate a soci e amministratori fittizi: a volte si tratta di prestanome o persone anziane inconsapevoli. Dietro ad essi, si muovono, di nascosto, uno o più soggetti occulti.
In questo caso, può succedere che la società di comodo svolga un’effettiva attività economica, ma questa, tuttavia, è solo formalmente riferibile ai soci sottoscrittori. Ad agire, a gestire, ad amministrare, sono, sostanzialmente, i veri proprietari che non desiderano apparire. Sono costoro, infatti, che determinano tempi e contenuti delle attività economiche e sociali, come contratti, acquisti, vendite, operazioni societarie, assemblee, consigli, determinazioni, e così via.

La legislazione italiana

La legislazione societaria e fallimentare italiana favorisce il proliferare del fenomeno delle società di comodo costituite per la fruizione di beni patrimoniali: infatti, a differenza di quanto avviene altrove, nell’ordinamento giuridico italiano è assente qualsiasi norma per permettere, a chi ne abbia interesse, di chiedere lo scioglimento forzato di quelle società che non svolgano l’attività conforme all’oggetto sociale.

Inoltre, il diritto societario italiano non pone alcun ostacolo alla costituzione di società con oggetti sociali abnormi, comprendenti, in contemporanea, la previsione di svolgimento delle attività economiche più disparate e improbabili.
La possibilità di dichiarare lo scioglimento di quelle società che non dovessero adempiere alle previsioni dell’oggetto sociale permetterebbe la sopravvivenza delle sole società immobiliari costituite a scopo genuino e non elusivo, per svolgere un’effettiva attività commerciale.

Rimane solo la strada, più difficile da percorrere, della dichiarazione di nullità del con­tratto di società ai sensi dell’art. 1344 del codice civile (contratto in frode alla legge).
Tra le finalità illecite permesse da società di comodo, soprattutto nel campo della finanza internazionale, vi è il dirottamento di fondi all’estero o verso paradisi fiscali.
Come si vede, queste aree, apparentemente insignificanti del Pianeta, in realtà svolgono una loro funzione poco appariscente, ma non per questo priva d’un ruolo nel determinare gli accadimenti umani.
Attraverso questi ingenti capitali depositati nelle banche dei “tax haven” si può pagare un mercenario che getta il terrore nelle nostre città, alimentare movimenti di guerriglia che destabilizzano intere Nazioni, determinare sconvolgimenti nelle economie anche di aree significative del mondo.
La criminalità organizzata, poi, è particolarmente a suo agio in questa situazione: non avendo frontiere, si muove in questo ambito con assoluta disinvoltura.

Di fronte a questa quasi inverosimile realtà l’unica via d’uscita pare essere una maggiore trasparenza ed anche un’etica più stringente, applicata alle regole dell’economia e della finanza.

Pier Luigi Giacomoni

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