Articolo
Andrea De Pasquale

Regole e solidarietà

Andrea De PasqualeL’estate bolognese è stata segnata da un acceso dibattito sul tema casa, occupazioni, emergenza abitativa, che ha diviso l’opinione pubblica e la politica, e generato tensione tra le istituzioni (Comune, Prefettura, Questura e Procura della Repubblica) rispetto allo sgombero di edifici illegalmente occupati.
Il punto dirimente sono proprio le occupazioni abusive: viste da alcuni come iniziativa di giustizia sostanziale che va oltre la legalità formale, perché mette a disposizione di famiglie povere e senza tetto degli edifici inutilizzati di proprietari che non sanno che farsene; giudicate invece da altri una risposta sbagliata e pericolosa, che crea più ingiustizia.

Nella prima prospettiva, Centri Sociali, Movimenti Antagonisti e Collettivi sono i difensori dei poveri e dei deboli, mentre i sostenitori della legalità tutelano ricchi e garantiti. Nella seconda le parti si invertono: il rispetto delle regole va a tutela dei deboli (a partire da quelli in fila nelle graduatorie di assegnazione), mentre gli organizzatori delle occupazioni strumentalizzano il bisogno abitativo per mettere l’amministrazione davanti a fatti compiuti, negoziare e legittimarsi politicamente.

Provo a spiegare perché ritengo la seconda più giusta, non solo sul piano teorico, ma anche pratico, per poter dare risposte concrete alle persone in difficoltà. E lo faccio con un ragionamento in 5 punti.

1. Storia delle assegnazioni.

L’attribuzione degli alloggi di Edilizia Pubblica Residenziale a Bologna ha una storia tutta sua. Nei decenni passati una quota significativa di assegnazioni (circa un terzo) avveniva attraverso la Commissione Consultiva Casa del Consiglio comunale, saltando le graduatorie pubbliche (redatte su bandi e punteggi oggettivi, e da figure terze). La ragione originaria era virtuosa (prevedere una corsia preferenziale per casi sociali urgenti), ma l’esito fu che queste assegnazioni avvenivano per via politica, in modo largamente discrezionale e “ad personam”. Lo schema era praticato un po’ da tutte le forze politiche, ma in particolare era la sinistra radicale (presente in Consiglio comunale), in accordo con quella antagonista (attiva fuori dalle istituzioni) che teneva in mano il pallino, come presto imparavano le famiglie in lista d’attesa, e come denunciò l’ex assessore Antonio Amorosi nel 2005.

La prassi prevedeva che l’assessore di turno, sollecitato da consiglieri o comunque esponenti di partito, presentasse il singolo caso “bisognoso”, poi assegnasse l’abitazione in via emergenziale, quindi “stabilizzasse” l’assegnazione facendola diventare permanente. Questo significa – come scrisse Amorosi – “che i cittadini entrati nelle case attraverso l’emergenza divenivano formalmente portatori di più diritti dei cittadini che avevano partecipato a bando pubblico”.

Una prassi arbitraria, priva della distinzione tra livello politico (che fissa le regole generali) e livello tecnico amministrativo (che le applica al caso concreto), e che consegnava specialmente ad una certa area politica un potere arbitrario in termini di utilizzo del patrimonio abitativo pubblico, e di conseguente scambio elettorale. Quest’area, che ha gestito per anni il “diritto alla casa” con una contrattazione diretta con singoli cittadini, gruppi organizzati, associazioni, è la stessa a cui afferiscono le attuali sigle più o meno antagoniste e che oggi sostiene le occupazioni facendole passare come risposta umanitaria a “casi di bisogno”.

2. Economia delle occupazioni.

A Bologna le occupazioni non hanno riguardato principalmente case, ma capannoni e spazi ex industriali, in cui organizzare feste, concerti, rave party, talvolta con prezzi di ingresso, e sempre con grande consumo di birra, vino, superalcolici e altre sostanze, che generano incassi importanti, di decine di migliaia di Euro, senza scontrini né tasse. Un’attività commerciale di fatto (ma senza obblighi, vincoli e costi di un esercizio legale) che si inserisce nell’offerta di “divertimento giovanile” (aperitivi, eventi musicali, ecc.) che a Bologna confina con le cosiddette “politiche culturali”, sia per il “prodotto” offerto, sia per i “produttori”, che spesso, dopo essersi fatta esperienza nei collettivi, sono stati dirigenti di organizzazioni giovanili “di sinistra” e hanno trovato un mestiere come organizzatori di eventi a metà tra il politico e il commerciale, oppure come gestori di locali che necessitano di permessi o meglio tolleranze particolari da parte dell’amministrazione (per i dehors, per il rumore, per gli orari).

In questo settore, che va dall’organizzazione di eventi musicali alla vendita di alcolici, e guadagna sulla forte presenza giovanile dovuta all’Università, si intrecciano fittamente partito e istituzioni, movimenti e attività commerciali, come dimostrano le annose vicende di Piazza Verdi o via Del Pratello, dove nello scontro tra “quiete pubblica” e “divertimento” il governo cittadino fatica a prendere posizione a favore dei residenti e del loro diritto alla salute e al sonno. E come conferma la tradizione di politici “di sinistra” che sponsorizzano campagne per la libertà di bevuta senza limiti di luogo e di orario (ieri Benecchi, oggi Cipriani e Ronchi), o la doppia vita di personaggi che tra un’occupazione e uno scontro con la polizia gestiscono catene di locali (De Pieri).

3. Tra indulgenze e prevaricazioni

Una fetta di opinione pubblica (e di politica, tra consiglieri, assessori e deputati) ha invece chiesto rispetto per le occupazioni abusive, criticando magistratura e forze dell’ordine e opponendosi agli sgomberi. E quando uno sgombero c’è stato, e ha portato alla luce l’esistenza di bambini ammalati rinchiusi dentro gli edifici occupati, si è scandalizzata per il fatto che questi minori venivano tolti dagli ex uffici dove erano malamente accampati: non per il fatto che da mesi vivevano nascosti e irraggiungibili dai servizi sociali e sanitari. Perché in questi edifici sono appunto i Collettivi che decidono arbitrariamente chi può entrare e chi no, che respingono gli assistenti sociali e i vigili del fuoco (anche quando l’uso di bombole a gas crea evidenti pericoli), che mettono il filo spinato e le sbarre alle finestre (non credo per proteggersi dagli spacciatori, come ha detto qualcuno per giustificarli…) Come è possibile difendere questo abuso, che sfrutta il bisogno di intere famiglie, che mantiene nella clandestinità malattie e rischi, che “autogestisce” questi spazi come se fossero extraterritoriali, sottraendoli al controllo sociale, sanitario, di sicurezza? Possiamo chiamare tutto questo solidarietà?

4. Carità e politica, legalità e solidarietà.

Per avallare la chiave di lettura dello scontro tra poveri e ricchi (dove gli occupanti e il loro sostenitori sarebbero con i deboli, e i legalitari con i forti), è stata tirata in ballo pure la teologia cristiana. Abbiamo visto politici e intellettuali fieramente atei rinfacciare ai colleghi cattolici di ignorare il Papa e il Vangelo. E abbiamo udito parroci e guide spirituali dire che la posizione “legalitaria” è gretta e farisaica, perché esiste una giustizia sostanziale che viene prima del rispetto delle regole.

Un cortocircuito paradossale, che a mio giudizio si spiega con la confusione di piani tra carità e politica. Perché laddove la prima si esercita a livello individuale, per fini che stanno al di sopra della legge (e con mezzi che spesso stanno al di sotto dei regolamenti: un tegame di pasta asciutta in stazione, un alloggio di fortuna per la notte, ecc.), ma sempre grazie a risorse liberamente offerte, la seconda ha bisogno di darsi criteri obiettivi e regole generali, dato che utilizza risorse collettive frutto di un prelievo obbligatorio, non volontario. Ne consegue una profonda differenza anche nelle forme e nei metodi di gestione, che nell’amministrazione richiedono una trasparenza e un’obiettività, che invece nell’intervento caritativo sono sostituite dallo zelo e dalle buone intenzioni. L’anelito ad estendere la carità individuale (e i suoi criteri) alla cosa pubblica produce effetti opposti alle intenzioni, sia perché indebolisce quella piattaforma normativa (la famosa legalità formale), che in società multietniche e multiculturali si rivela l’unico possibile legame aggregante (basta guardare agli USA e alla Germania, dove la capacità di accoglienza e integrazione è fortemente legata alla capacità di far rispettare delle regole comuni). Sia perché la famosa laicità della politica non può valere solo sui temi etici, ma su tutto, incluso il welfare. Ecco perché alla fine la legalità, quando si amministra la cosa pubblica, è premessa indispensabile per qualsiasi azione di solidarietà e di “giustizia sostanziale”.

5. Proposte e linee di azione

L’emergenza abitativa è un fatto, misurabile dalla crescita degli sfratti per morosità, che hanno superato i 1.000 all’anno. Le cause le conosciamo (crisi economica, perdita del lavoro, ecc.) Contemporaneamente ci sono molti immobili vuoti. Per reagire, l’amministrazione dispone sostanzialmente di 4 strumenti.

A. Gli alloggi pubblici (gestiti da Acer).
B. La quota a destinazione sociale richiesta per ogni nuova edificazione residenziale
C. Il patrimonio immobiliare inutilizzato di altri enti pubblici
D. Gli alloggi privati e sfitti da riportare sul mercato

Dati i numeri trascurabili del punto B (la norma è entrata in vigore poco prima che iniziasse la crisi dell’edilizia), ci concentriamo sugli altri 3.

Gli appartamenti Acer sono circa 24.000 nell’area metropolitana (13.000 nel solo comune di Bologna). A fronte di numeri così consistenti, stride il dato delle assegnazioni: circa 500 all’anno, ovvero il 2%. Questo significa che la stragrande maggioranza delle case pubbliche sono impegnate da famiglie che ci vivono stabilmente, da decenni e in qualche caso da generazioni. Dobbiamo chiederci se questo patrimonio pubblico vada utilizzato come sistemazione a vita (talvolta ereditaria) anche per soggetti che possono permettersi di pagare un affitto sul mercato, e non vada invece rimesso in gioco per rispondere alle emergenze, e più in generale messo a disposizione di una politica sociale. Va finalmente in questa direzione la recente delibera regionale che punta alla rotazione degli assegnatari, avvicinando la soglia di reddito per la permanenza a quella per l’accesso, nella logica per cui a sistemazione in ERP non è un diritto acquisito per sempre ma una misura temporanea e assistenziale. I vertici di Acer, attualmente impegnati in tutt’altro (creazione di nuove aziende giustificate in modo surreale, consulenze d’oro, incarichi apicali a politici di altri territori, ecc…) deve tornare ad occuparsi più di politica abitativa e meno del business della manutenzioni.

Sul patrimonio immobiliare inutilizzato di altri enti pubblici, rimando a quanto scrive qui accanto l’assessore Frascaroli sul progetto “alloggi di transizione”, a cui va il mio pieno sostegno.

Resta l’ultimo punto, quello della sussidiarietà e della collaborazione pubblico-privato per riportare sul mercato degli affitti una quota consistente di case private, oggi inutilizzate o sottoutilizzate: obiettivo per il quale è essenziale un’intermediazione credibile da parte della pubblica amministrazione, che riporti fiducia nel rapporto tra proprietario e inquilino. Ci sono infatti troppi alloggi che restano occupati per anni da inquilini morosi, senza che la proprietà riesca a rientrarne in possesso. Di conseguenza il proprietario ha paura ad affittare, e preferisce destinare l’alloggio a usi brevi e meno impegnativi (bed and breakfast, Homelidays, Airbnb, ecc), oggi facilitati da Internet. Anche perché talvolta lo stesso proprietario è in condizioni fragili, e gli basta poco per varcare la soglia della povertà: l’affitto mensile è spesso un’integrazione necessaria alla pensione, e il mancato introito può metterlo in seria difficoltà. D’altronde la proprietà di un piccolo appartamento pagato con mutuo trentennale, oppure ereditato, non determina di per sé una condizione ricca e privilegiata.

Anche qui legalità e certezza del diritto (tra cui quello di poter riscuotere un affitto equo, e di rientrare in possesso dell’immobile al bisogno) sono presupposti essenziali, e le istituzioni giocano un ruolo decisivo: offrendo garanzie reali ai proprietari si possono far rientrare molti alloggi sul mercato degli affitti. Al contrario, un’Amministrazione che strizza l’occhio agli occupanti e si oppone agli sgomberi difficilmente avrà la credibilità per convincere un proprietario di immobili sfitti (privato o pubblico) a dare in affitto il suo appartamento, o ad affidare in uso temporaneo il suo edificio per accogliere i senzatetto.

Andrea De Pasquale

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