Articolo
Amelia Frascaroli

Emergenza abitativa: un dramma di tanti

Amelia Frascaroli, assessore ai servizi sociali, volontariato, associazionismo e partecipazione, sussidiarietà, politiche attive per l’occupazione, riveste un ruolo importante e delicato nella giunta comunale di Bologna. Si trova pertanto molto spesso nell’occhio del ciclone perché, trattando temi e problemi “caldissimi”, ogni suo atto e dichiarazione ha un impatto forte sui media. Il confronto, per essere costruttivo e non semplicemente polemico o strumentale deve essere spinto sul piano degli ideali, dei dati oggettivi e della concretezza delle azioni.

amelia-frascaroliUna città che sta diventando più fragile sotto i nostri occhi: interi gruppi sociali che fino a circa tre anni fa sembravano dentro a un sistema di vita sostenibile, con un equilibrio economico non  certo “ricco”, ma dignitoso e stabile nel quale il lavoro non era in discussione, si trovano ora a cadere dentro circuiti di povertà.
Stiamo parlando soprattutto di famiglie: famiglie monoreddito nelle quali se l’unico adulto che lavora resta a casa si perde tutto, prevalentemente immigrate ma sempre di più anche italiane. Famiglie nelle quali, a volte, oltre alla perdita del lavoro avviene anche un fatto traumatico: una morte, qualcuno da assistere per tutta la vita, una separazione, una fragilità psicologica che diventa malattia psichiatrica… Vicende che toccano la storia di tutte le  famiglie, che tutti noi attraversiamo.
Tutto esplode quando, come succede nella maggior parte dei casi, alla perdita del lavoro segue – dopo poco – anche l’impossibilità di continuare a pagare un affitto, a volte (sempre più spesso) un mutuo. Quindi dopo il lavoro si perde anche la casa, e tutto si frantuma: senso di sicurezza, spazi e ritmi della vita quotidiana, relazioni, vicinato, protezione per se’ e per i propri cari, riferimenti nel proprio territorio, scuola dei figli, residenza (con tutto quello che porta con sé). Non mi dilungo, penso che ognuno di noi possa immaginare il dramma che si apre dietro ogni storia, e possa fare suo questo pensiero domandandosi: “E se questo dovesse capitare anche a me?” E’ una domanda che riguarda anche noi. Dico questo non per innalzare il senso di insicurezza e di allarme sociale, ma perché ci possiamo aiutare guardano la vita di tanti, che spesso neanche immaginiamo.

Gli sfratti a Bologna 2011-2015

Qualche dato può servire ad inquadrare la situazione della città:

  • in tutto il 2014 a Bologna gli sfratti eseguiti sono stati 1384;
  • nel 2011 sono stati circa 300, gli anni precedenti hanno visto numeri mai superiori a 100/150 sfratti all’anno;
  • tra il 2011 e il 2014 si è verificata una rapidissima progressione, e chiuderemo il 2015 con una cifra quasi uguale a quella del 2014, con un dato positivo anche se ancora troppo piccolo: 350 sfratti sono stati evitati con lo strumento del protocollo anti-sfratti, una misura messa a punto da Comune e Prefettura che attiva una mediazione con le proprietà e un sostegno economico a riparo delle morosità pregresse per creare condizioni di “ripartenza”. E’ una misura questa ancora sottoutilizzata dai servizi sociali, ma i numeri comunque ci dicono che senza di essa a chiusura del 2015 avremmo dovuto registrare  più di 1700 sfratti.

Questa e altre misure di contrasto agli sfratti, di sostegno all’affitto e al reddito, un sistema di interventi sociali in connessione tra loro  sono state messe a punto nell’ ambito delle politiche abitative e sociali della città , ma qui apriremmo un altro grande capitolo  da raccontare, forse un ‘altra volta o in altre sedi.
Il filo della storia che mi preme seguire è quello dell’ “emergenza abitativa” e degli interventi che da due anni a questa parte l’Amministrazione Comunale ha delineato andando anche oltre alla risorsa dall’edilizia residenziale pubblica e del suo sistema di assegnazione. Questo proprio perché ci si è trovati di fronte ad una situazione nuova, drammatica e portatrice di grandi cambiamenti nel tessuto sociale della città.

Il progetto “alloggi di transizione”

Il progetto che si è cercato di mettere in campo assieme alla Prefettura è teso alla convocazione anzitutto di proprietari pubblici di stabili vuoti e inutilizzati da tempo (per questo a rischio abbandono e degrado), perché mettessero a disposizione almeno qualcuno di queste proprietà, lo sottolineo, pubblica. Il fine è quello di promuovere con un progetto di “transizione abitativa” la protezione dei nuclei familiari più deboli. Non si tratta di una assegnazione sine die ma, con l’accompagnamento dei servizi sociali – per un periodo di tempo concordato da uno a tre anni- l’offerta di una protezione con alcune garanzie come: la restituzione degli stabili nei tempi concordati, la contribuzione economica di una quota mensile, la rigenerazione/manutenzione degli spazi da parte degli stessi, eventuali forme di alleggerimenti fiscali da parte del Comune nei confronti del proprietario oltre, ovviamente, il progetto sociale di sostegno e accompagnamento dei nuclei famigliari teso a ritrovare autonomia lavorativa e abitativa.
Inutile dire che in questi due anni nessuno degli interlocutori coinvolti e varie volte interpellati ha spontaneamente messo a disposizione un immobile, fino all’individuazione dello stabile Galaxy.

Contemporaneamente, da ormai due anni, è attiva l’unità operativa  “emergenza casa”: un’equipe costituita da un gruppo di assistenti sociali che quasi settimanalmente valuta le situazioni di fragilità segnalate dai servizi sociali dei quartieri, che continuamente nascono a motivo dei cosiddetti “sfratti incolpevoli” e per le quali la risorsa abitativa è costituita dal pacchetto “alloggi di transizione”. Questi sono circa 130 finora, aumentati a 223 dopo il recupero del Galaxy. Gli alloggi di transizione non vengono dati in assegnazione come le case ACER, ma sono ripari a tempo determinato, spesso dati in convivenza a più nuclei famigliari, prevedono sempre un contributo economico da parte di ogni famiglia.

Tutto questa, per sommi capi, è una risposta che nasce dall’osservazione e dall’analisi della grande fragilità sociale del momento  per attuare, fatta proprio a partire da questa fragilità che dobbiamo assumere. E non si tratta di interventi di emergenza ma di una progettualità politica e sociale più ampia basata su nuove forme di rigenerazione abitativa, di mutualismo, di ricostruzione della coesione sociale che sia in grado di affrontare i “tempi lunghi” che ancora, purtroppo, aspettano queste famiglie così deboli.

Il progetto peraltro sconta due limiti forti:

  • la scarsità delle risorse economiche sin qui disponibili a fronte dei numeri;
  • i vincoli normativi, giuridici, amministrativi che il protocollo di garanzia incontra nella sua applicazione, a motivo del fatto che si presenta come uno strumento “straordinario” per affrontare una situazione “straordinaria” che non può essere recepita dalla rigidità del nostro sistema normativo complessivo, fatto, invece, per governare l’ordinarietà.

E’ per questo che il Comune di Bologna ha lavorato perché venga recepito all’interno della prossima legge di stabilità un emendamento che renda possibile l’utilizzo temporaneo di stabili pubblici oggi non utilizzati proprio per progetti di transizione abitativa. Pare che su questo aspetto si sia ormai ad un punto di svolta e questo grazie anche sostegno di ANCI e l’impegno di alcuni dei nostri parlamentari locali. Il nome dell’emendamento dovrebbe essere “emendamento Bologna”.

Le occupazioni di immobili e il rapporto legalità/solidarietà

Mi è sembrato importante dedicare un po’ di spazio al racconto del contesto bolognese del momento e di quanto è stato fatto finora. E’ importante dare alcuni elementi di realtà e di conoscenza indispensabili per affrontare e inquadrare anche il fenomeno delle occupazioni e il dibattito sul tema della legalità che ne è scaturito.

Anche su questo, alcuni dati:

  • le occupazioni in città riguardano attualmente 5 stabili; tutti erano vuoti  da un minimo di sette ad un massimo di ventisei anni, tre sono di proprietà private e due di proprietà pubbliche;
  • le famiglie presenti sono 76, e circa 150 le persone singole, con presenze più fluttuanti.

La scelta politica dell’Amministrazione da un anno e mezzo a questa parte è stata quella di guardare al fenomeno occupazioni come a un modo certamente illegale e da condannare, perché espone le persone a una condizione di ulteriore fragilità. Tuttavia non ci si può fermare alla condanna. Esse sono il segnale di un dramma sociale di cui è necessario assumersi la responsabilità, costruendo azioni e percorsi che abbiano come risultato finale quello di far uscire le persone dalla condizione di illegalità e rimetterle in una posizione di regolarità che permetta loro di poter riprendere un cammino.

Tutto questo è ampiamente argomentato in un documento della Giunta comunale del settembre 2014 che contiene il Progetto Emergenza Abitativa.

Ecco allora che proprio per questo abbiamo intrapreso contatti e trattative con tutte le proprietà degli stabili occupati, anche con i privati: perché attraverso forme di cessione temporanea e condivisa degli stabili con  o strumento del Protocollo di Garanzia della Prefettura e del Comune o altre  tipi di convenzione, si renda possibile togliere le persone da una situazione senza sbocchi e ad alto rischio sociale, offrendo una protezione abitativa e la possibilità di ricominciare un percorso nel rispetto delle leggi.

Non credo che si tratti di una contrapposizione tra legalità e solidarietà: io, pubblico amministratore, non agisco per solidarietà, ma perché ho il dovere di rimettere il più possibile tutte le persone in difficoltà in una condizione di uguaglianza e giustizia. Mi spiego con un esempio: di fronte alla famiglia  senza dimora che ha occupato un contenitore vuoto, il mio compito non è quello di reprimere e sanzionare il suo gesto (per questo c’è la magistratura), ne’ quello di assegnarle una casa totut court (non sarebbe giusto); il mio compito è quello di lavorare per ricrearle delle condizioni di legalità e regolarità che le permettano di rientrare in un circuito di diritti e doveri riconosciuti: ovvero non abbandonarli. Questo significa, per esempio, dare la possibilità di definire una residenza che è pure un elemento imprescindibile ed essenziale, e se lo stabile in cui le persone si trovano da stabile occupato diventa uno stabile dato in cessione temporanea al Comune, questo passo è più facile.

Alla fine di tutti questi noiosi ragionamenti, un pensiero che mi guida è che: “il sabato è fatto per l’uomo e non l’uomo per il sabato” e che la legalità è uno strumento per applicare la giustizia, non un valore assoluto fuori dalla storia, perché come nei secoli si è visto, se fosse interpretata così, essa rischierebbe di creare più ingiustizia e più sofferenza.

Amelia Frascaroli

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