Articolo
Giuseppe Paruolo

È tempo di scelte e di maturità

Siamo stati a lungo prigionieri di un sistema che non riesce a selezionare in base al merito, gravati da sprechi e inefficienze dovuti alla mancanza di meritocrazia e che ha scaricato sulle generazioni successive il peso del debito. Mentre il governo e il Partito Democratico varano riforme che affrontano, per la prima volta da decenni, questi nodi, una parte della sinistra si irrigidisce in un atteggiamento sostanzialmente conservatore che dimostra un’incapacità di cogliere le sfide del nostro tempo e apre spazio a populismi di vario segno. La riflessione di Giuseppe Paruolo, fra i fondatori del Mosaico e attualmente consigliere regionale dell’Emilia Romagna per il Partito Democratico.

Giuseppe ParuoloSì, lo ammetto: mi stupisce che ci siano persone di sinistra che osteggiano le riforme del governo Renzi con gli stessi toni e gli stessi schemi difensivi usati per resistere in passato alle riforme del governo Berlusconi. Non penso naturalmente che tutti debbano per forza essere d’accordo con le proposte del governo, e ben vengano le critiche costruttive che possano contribuire a migliorarne i vari provvedimenti. Ma il parallelo con Berlusconi, la qualità degli argomenti, i toni utilizzati mi pare evidenzino una clamorosa incapacità di comprendere aspetti essenziali della realtà.

Riforme migliorabili, non esaustive e per certi versi ancora troppo timide – penso in particolare alla questione del merito – rispetto al gap enorme maturato nei confronti degli altri paesi europei. Come mai un giovane italiano capace se va all’estero trova rapidamente lavoro mentre qui fa molta più fatica? Certo, a meno che non sia nato in una famiglia “giusta” o abbia altri canali a disposizione. Come vorreste che fosse stato selezionato il medico da cui dipende la vostra salute e a volte la vostra vita? Al di là dei fenomeni di rilevanza penale come la corruzione, quante sono le risorse buttate via per progetti fatti male? Quanto paghiamo in termini di maggiori costi, maggiori rischi, minore ricchezza e minori diritti alla mancanza di selezione basata su capacità e competenza delle persone? Non si può non riconoscere la centralità di questi temi.

Troverei pienamente accettabile un’opposizione che proponesse soluzioni alternative per affrontare e risolvere questi nodi. Viceversa, mi fermo di fronte a reazioni che non colgono che queste sono le sfide cui dare risposta, che considerano raccontabile una difesa della situazione esistente, che suggeriscono politiche senza preoccuparsi di come reperire le risorse necessarie, che ritengono l’economia possa crescere premiando le rendite di posizione più del merito. Credo che ciò segnali una preoccupante carenza di analisi, una vacanza della logica, un annacquamento dell’intelletto. Siamo al livello della lungimiranza dimostrata dal Bertinotti che nel 1998 fece cadere il governo Prodi o del quesito referendario greco del luglio scorso (preferite pagare i debiti oppure no?): per informazioni citofonare Tsipras.

Vorrei soffermarmi proprio su questo scadimento della capacità argomentativa. Intendiamoci, è un problema trasversale e ci si potrebbe sbizzarrire ampiamente sulle sue declinazioni leghiste, berlusconiane e ovviamente grilline. Ma quelli sono naturali avversari politici e mi preoccupano meno. Mi preoccupa di più a sinistra sentire ripetere a memoria schemi preconfezionati. Quante volte ho dovuto ascoltare sugli argomenti più disparati lo stesso discorso? Sempre uguale: la colpa di tutto è del liberismo, bisogna difendere la Costituzione, occorre fermare il governo Renzi.

Posto che sul liberismo italiano ci sarebbe da discutere (proprio sul nodo della meritocrazia), coloro che amano citare la Costituzione come baluardo contro ogni cambiamento senza distinzioni, farebbero bene a chiedersi cosa farebbero oggi al nostro posto i padri costituenti: io credo che terrebbero saldi i valori di fondo, ma non starebbero fermi e cercherebbero di trovare le risposte adeguate alle sfide del nostro tempo.

Vediamo insieme alcuni tratti comuni di questa involuzione qualitativa della capacità di argomentare, con alcuni esempi.

1) La consuetudine prende il posto della logica. L’argomento principe diventa: siccome si è sempre fatto così, non si vede perché si dovrebbe cambiare. Se il ministro Poletti invita a ragionare su strumenti ulteriori rispetto all’orario di lavoro, diventa un pericoloso liberista. Dobbiamo fare il Passante Nord perché da quindici anni abbiamo ripetuto che era strategico. A Bologna non si possono assumere insegnanti di scuola d’infanzia col contratto che hanno nel resto d’Italia perché a Bologna si è sempre fatto così.

2) Carenza (o assenza) di argomenti di supporto. Tanti discorsi dopo i fatti di Parigi argomentavano: “siccome le cose fin qui non hanno funzionato, allora bisogna…”. Premessa seguita da proposte di ogni genere: mandare le truppe corazzate, arrendersi all’Isis, togliere i crocifissi dalle scuole, metterceli. Ma qui di esempi ce ne sarebbero davvero troppi.

3) La coscienza dei diritti dissociata da quella dei doveri. Leggo che al liceo Minghetti alcuni studenti hanno occupato la scuola e fatto un picchetto all’ingresso, poi nel parapiglia una docente avrebbe strattonato uno studente del picchetto e quest’ultimo la vuole denunciare: evidentemente costoro ritengono di poter scegliere fra le leggi quali violare e quali invece invocare a propria difesa. Guarda caso poi gli occupanti hanno chiamato a fare lezione gli attivisti di un collettivo che fonda la sua azione esattamente su questa doppiezza interpretativa, applicata al settore del disagio abitativo.

4) I ruoli perdono di senso e si confondono. Qui penso ai genitori che vanno a scuola non per informarsi sul profitto dei figli ma come loro supporter pronti a blandire, diffidare o aggredire gli insegnanti. Penso agli insegnanti che vanno a scuola a strumentalizzare gli studenti aizzandoli contro la riforma della scuola, invece di promuovere confronti a più voci. Penso agli amministratori pubblici che invece di risolvere i problemi di propria competenza (ovvero, se non hanno sufficienti strumenti e risorse per riuscirci, adoperarsi nei luoghi deputati per ottenerli) preferiscono fornire alibi a chi di fronte ai problemi sceglie scorciatoie illegali.

5) Il merito delle questioni e la coerenza passano in secondo piano. Dove si fa un referendum contro le materne paritarie private? Solo a Bologna, che ne ha la percentuale più bassa, mentre le casse comunali sopportano l’enorme peso del 61% di copertura delle scuole d’infanzia comunali, già totalmente fuori scala rispetto al resto d’Italia e che si vorrebbe addirittura aumentare. E le forze politiche che l’hanno promosso, praticano la stessa linea dove governano? Naturalmente no, ma che importa?

6) Il merito delle persone, questo sconosciuto. Invece di combattere il malcostume per cui chi ha gli appoggi giusti può ricoprire qualunque ruolo (dopodiché averlo svolto fa curriculum) tanti preferiscono fare le barricate contro ogni tentativo di introdurre una valutazione basata sul merito, vedi ad esempio sulla riforma della scuola. Molti politici pretendono di essere giudicati per le dichiarazioni che fanno e non per i risultati conseguiti (e spesso ci riescono), magari passando dal governo alla lotta in un attimo e viceversa, o addirittura pretendendo di fare le due cose insieme.

L’aver tratto diversi esempi dalle cronache bolognesi non è un caso: questa perdita di qualità nelle argomentazioni di una certa sinistra a Bologna è accentuata. Oggi nella sinistra bolognese si fronteggiano una posizione (largamente prevalente nel Partito Democratico) che declina l’essere di sinistra nella concretezza delle politiche anche a costo di fare qualche proclama in meno, e una posizione che al contrario è disposta a sacrificare la concretezza pur di tenere altissimo il tasso di ideologia. Non è una situazione del tutto nuova: già nel 1977 il PCI stava dalla parte della concretezza e altri movimenti da quella dell’ideologia, e la contrapposizione fu frontale. A distanza di tanti anni, i nostalgici della stagione del 1977 cercano di riproporla, stavolta in antitesi al PD: il mondo nel frattempo è cambiato ma – salvo qualche sorprendente cambio di casacca – lo schema che hanno in mente non sembra essere molto diverso.

A facilitare questo arretramento della capacità di analisi, che si caratterizza quasi come una regressione infantile, c’è a Bologna anche una componente influente della borghesia illuminata, coi conti correnti gonfi e sempre schierata dalla parte degli interessi che contano (che peraltro spesso coincidono coi propri), che si ritrova nei salotti dove le alte gerarchie (sociali, politiche, economiche, massoniche e variamente associative) si mescolano, si sostengono e si confondono, e che al tempo stesso vuole sentirsi di sinistra, tollerante e a favore degli ultimi (possibilmente però a spese della collettività e comunque non proprie).

Il saldarsi a Bologna di questa componente radical-chic, che si sente progressista ma nei fatti è fortemente conservatrice, coi nostalgici delle stagioni dei movimenti e con le forze politiche ostili al PD da sinistra (magari in funzione di posizionamenti nazionali), rende certamente più ardua la sfida del PD, e non a caso ha attirato su Bologna l’attenzione della Lega oltre a quella ormai consolidata del M5S.

Per affrontare al meglio questa sfida occorre comprendere che la posta in gioco non è semplicemente elettorale ma è fortemente identitaria. Vogliamo arrenderci a questa regressione infantile o decidiamo di crescere e affrontare i problemi da adulti? Una scelta di maturità è necessaria al PD e alla sinistra per qualificarsi davvero come forza di governo, a Bologna come in Italia, ed è importante per Bologna che deve decidere come uscire dalla vetrina dei propri stereotipi.

Bologna città della sinistra significa comunità operosa capace di cogliere le sfide del lavoro o luogo della celebrazione del ricordo per i nostalgici dei movimenti? Bologna città universitaria significa luogo dello conoscenza che cerca di attirare i migliori cervelli, oppure divertimentificio per iscritti di lungo corso che amano passare la notte in bianco? Bologna città dei diritti significa luogo delle opportunità capace di accogliere chiunque abbia voglia di lavorare e coscienza dei propri doveri, oppure self service dove parlare di diritti autorizza chiunque a farsi giustizia da solo? Bologna città del dialogo e antifascista significa rimettere in moto percorsi di costruzione della cittadinanza che dimostrino che la storia ci ha insegnato qualcosa oppure il contrapporsi di piazze che si negano reciprocamente il diritto di parola?

E’ tempo di scelte, è tempo di maturità.

Giuseppe Paruolo

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