Articolo
Pierluigi Monachetti, Sofia Nardacchione

Aemilia e Black Monkey: siamo tutti coinvolti

Le mafie non sono caratterizzate solo dalla manifesta violenza ma anche, in particolare al Nord, da caratteri meno evidenti ma non meno pericolosi. Abbiamo chiesto ai referenti di Libera di aiutarci a comprendere la situazione. 

Si è aperto da alcuni giorni l’imponente processo denominato “Aemilia” che vede imputate centinaia di persone, molte delle quali per reati di associazione mafiosa, ex art. 416 bis.

Il maxiprocesso Aemilia, segue di pochi anni quello giornalisticamente chiamato “Black Monkey”, che si aggiunge a sua volta ad ulteriori importanti operazioni di polizia e procedimenti giudiziari ai danni delle organizzazioni mafiose presenti sul nostro territorio.

Nonostante la meritoria attività di magistratura e forze di polizia, però, sembra che la consapevolezza del radicamento mafioso in regione sia ancora scarsa. L’attenzione degli operatori dell’informazione non sempre è in linea con la drammaticità di tali procedimenti e questo si riflette inevitabilmente sui cittadini che rischiano di non recepire dimensione ed importanza di quello che sta accadendo nel territorio e più in generale fuori dalla regioni a tradizionale presenza mafiosa.

Il presunto clan “ndranghettistico”

Il processo Black Monkey, che si sta svolgendo dall’autunno 2013 presso il Tribunale di Bologna, vede alla sbarra il presunto clan ‘ndranghetistico, capeggiato da tale, Nicola “Rocco” Femia.
Femia si era trasferito nel 2002 a Sant’Agata, in provincia di Ravenna, e da qui avrebbe creato, secondo l’accusa, un vero e proprio impero, in Italia e all’estero, occupandosi di gioco d’azzardo sia legale che illegale.

L’operazione antimafia sarebbe stata generata proprio da un grave episodio di violenza avvenuto a pochi chilometri da Bologna, allorquando Et Toumi Ennaji, testimone chiave del processo ora irreperibile, nel 2010 sarebbe stato picchiato da tre dei principali imputati – Giannalberto Campagna, Filippo Crusco e Luigi Carrozzino – nei pressi dell’Hotel Molino Rosso di Imola, dove il ragazzo di origine marocchina aveva trovato riparo e chiamato la Polizia.

Moltissimi altri però sono i luoghi dove agiva il presunto clan. Lazio, Campania, Calabria (in particolare nel reggino, da dove provengono la maggior parte degli imputati), senza tralasciare l’estero, come ad esempio Malta, Inghilterra, San Marino, in particolare per quanto riguarda alcune piattaforme illegali di gioco on-line.

Così come tanti sono gli episodi di violenza, estorsioni e intimidazioni, in particolare ai gestori dei negozi che noleggiavano le slot machines da aziende gestite dal Femia, ai quali corrispondono altrettanti testimoni che sentiti dal Pubblico Ministero Dott. Caleca sono apparsi visibilmente impauriti, segno anche della pericolosità degli imputati.

Ovviamente Femia continua a parlare di un teorema giornalistico, che lo accusa ingiustamente di essere mafioso. Riteniamo però che forse dovrebbero essere di più i giornalisti che ne parlano, anche in solidarietà del loro collega Giovanni Tizian che, proprio a causa dalle minacce ricevute da Guido Torello durante una telefonata con Femia (“se non la smette gli sparo in bocca”), è costretto a vivere sotto scorta da ormai tre anni.

Imputati interni ed esterni

E’ importante rilevare che nel processo, la cui conclusione è prevista per i primi mesi del 2016, non sono imputati solo elementi organici all’organizzazione, ma anche commercialisti, ex appartenenti alle forze dell’ordine, ingegneri informatici. Tale circostanza sta emergendo sempre più anche nel processo Aemilia, tanto che si arriva a parlare di una c.d. “zona grigia”. Quella, probabilmente, più pericolosa.

Particolare risalto, nel processo Aemilia, assume infatti proprio i rapporti tra le mafie, gli imprenditori e professionisti o funzionari coinvolti negli appalti relativi alla ricostruzione post sisma.

Imprenditori, sempre più accondiscendenti a stringere legami e rapporti con persone sospettate di essere affiliate alle mafie in cambio di un maggior profitto; Società create ad hoc per partecipare a nuove gare d’appalto; riutilizzo dei materiali pericolosi da smaltire per la ricostruzione dopo il sisma del 2012.

Tutto questo ha permesso alla ‘Ndrangheta presente in Emilia-Romagna di crescere e rafforzarsi, modificando anche il classico modus operandi, al fine di meglio nascondersi. Già dalle prime udienze preliminari è emersa l’autonomia della cellula emiliana rispetto alla madre Cutrese, confermata dal rigetto dell’istanza, formulata da alcuni difensori, di trasferimento del processo a Catanzaro, competente per territorio a giudicare i reati di associazione mafiosa compiuti dalle ‘ndrine attive a Cutro.

Tra i 219 imputati sono finiti alla sbarra i presunti capi della ‘Ndrina emiliana: Nicolino Sarcone (zona di Reggio Emilia), Michele Bolognino (Parma e Bassa reggiana), Alfonso Diletto (Bassa reggiana), Francesco Lamanna (Piacenza), Antonio Gualtieri (Piacenza e Reggio) e Romolo Villirillo (uomo di collegamento tra le varie zone). Tutti imputati per associazione di stampo mafioso e non solo. Altri protagonisti della vicenda, imputati per concorso esterno in associazione mafiosa, avendo agevolato la consorteria criminale, risultano essere Augusto Bianchini, che mettendo a disposizione la sua ditta e le sue conoscenze, partecipava alle gare d’appalto e quindi alla ricostruzione post sisma utilizzando inerti con amianto; il giornalista Marco Gibertini, che con le sue conoscenze nel mondo politico, imprenditoriale e nella stampa trovava i giusti collegamenti per il soldalizio; Roberta Tattini, commercialista bolognese, che forniva consulenze sui possibili investimenti e sul riutilizzo di denaro di illecita provenienza.

Il tutto ovviamente avrà bisogno di una conferma giudiziaria.

Serve una nuova forma di resistenza

Così come nel processo Black Monkey anche questa volta sono state tante le richieste di ammissione come parti civili presentate ed ammesse. Tra queste, oltre a Libera, sindacati, comuni, associazioni e ministeri a dimostrazione dell’esistenza di una comunità consapevole che vuole vivere libera dalle mafie e dai loro condizionamenti.

Per combattere il sistema che si è venuto a creare, però, c’è bisogno della consapevolezza da parte dell’intera comunità. Come ha detto il magistrato Nino Di Matteo durante il conferimento della cittadinanza onoraria “oggi deve essere prioritaria una nuova forma di Resistenza per vincere una nuova e particolarmente insidiosa e pericolosa guerra di liberazione, una guerra di liberazione contro le mafie, contro la mentalità mafiosa”

Lavoriamo tutti per raggiungere questo obiettivo.

A cura di Pierluigi Monachetti e Sofia Nardacchione

Ps. E’ possibile seguire gli aggiornamenti dei processi a questo link.

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