Articolo
Pierluigi Giacomoni

Il «cuore di tenebra» del mondo: gli «stati falliti»

CITTADINI DEL MONDO

pierluigi-giacomoniChe cos’è lo Stato? E’ un territorio, insegna la dottrina, delimitato da confini all’interno del quale valgono le stesse leggi. Lo Stato gode di sovranità propria e gli altri non possono ingerirsi nelle sue questioni interne. Lo Stato dispone dello strumento della forza sia all’interno che nelle relazioni internazionali: infatti mantiene una polizia ed un esercito e si serve dei servizi segreti per scoprire ed eliminare possibili minacce alla sua integrità e sicurezza. Si presenta sulla scena internazionale con dei simboli: bandiera, inno e moneta. Se vuole rinunciare a qualche parte della propria sovranità, lo fa firmando dei trattati con altri Stati sovrani.
Tutti gli Stati, riconosciuti dalla comunità internazionale, cioè dagli altri Stati, hanno diritto d’esser rappresentati all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite con un proprio seggio.
Tuttavia, pur essendovi degli Stati con tutti gli attributi precedentemente elencati, la condizione di fragilità delle loro istituzioni è tale che si è coniato l’espressione di «stati falliti» per definire la situazione in cui si trovano. L’espressione è spesso usata dagli analisti di geopolitica per descrivere una situazione nella quale un’amministrazione statuale non è in grado d’assicurare alcune condizioni minime di funzionamento regolare.

Fragile State Index (FSI)
Dal 2005 il “Fondo per la Pace” (USA) realizza un indice annuale chiamato “Fragile State Index” (già “Failed State Index”), pubblicato dalla rivista Foreign Policy. L’indice, però, tiene in considerazione solo gli Stati ammessi alle Nazioni Unite. Così, alcune unità statuali, pur presenti sulla scena internazionale, sono esclusi dalla graduatoria FSI. E’ il caso, per esempio, di Taiwan, dell’Autorità Palestinese, di Cipro Nord, del Kosovo, del Sahara occidentale e di altri ancora. E’ vero che alcuni di essi intrattengono relazioni con altri Stati, ma l’assemblea del Palazzo di Vetro non li ha mai ammessi a pieno titolo come suoi membri.

Criteri per la formazione della graduatoria degli stati falliti.
La graduatoria elaborata si basa sul punteggio totale di dodici indicatori che saranno illustrati più oltre.
Per ogni indicatore il punteggio è determinato su una scala da 0 a 10, dove 0 indica una situazione di piena efficienza e 10 un livello di alta vulnerabilità. Il punteggio totale è la somma dei 12 indicatori ed è riportato su una scala da 0 a 120.
I dodici indicatori di “vulnerabilità dello stato” sono quattro sociali, due economici e sei politici. Va precisato che questi indicatori fotografano una situazione già in atto, ma non può esser escluso che lo Stato preso in considerazione possa adottare misure efficaci per migliorare la propria efficienza ed uscire da una condizione d’alta vulnerabilità.
I Paesi inseriti nella categoria “Alert”, sono i più vulnerabili (da 90 a 120 punti); Quelli inseriti nella categoria “Attention” (da 60 ad 89 punti) si trovano in una posizione di medio-alta vulnerabilità; quelli inclusi nella categoria “Moderate”, da 30 a 59 punti) presentano alcune caratteristiche d’accentuata fragilità che potrebbero condurre ad un progressivo fallimento.

Gli indicatori FSI

Indicatori sociali:
1. Pressione demografica: squilibrio tra risorse vitali disponibili (cibo, acqua, terra coltivabile…) e densità di popolazione, tensioni derivanti dai modelli d’insediamento (eccessivo inurbamento);
2. Movimenti improvvisi di popolazione:
sradicamento forzato della popolazione dai suoi luoghi d’abituale residenza per effetto di conflitti armati, devastazioni, brutalità verso i residenti, pulizie etniche…
3. Desiderio di vendetta di un popolo rispetto ad un altro a causa di presunti torti subìti in un qualsiasi momento della storia. si pensi a quei conflitti esplosi per sanare ferite più o meno antiche come l’occupazione di territori, vissuta da altri come un sopruso o un danno alla propria memoria storica (v. conflitto Serbia-Kosovo).
4. Incitamento all’esodo umano: la “fuga di cervelli” di professionisti, intellet-tuali e dissidenti politici e l’emigrazione volontaria della “classe media”.

Indicatori economici:
5. Sviluppo economico squilibrato: si pensi a quelle situazioni in cui un’élite risulta essere molto ricca, mentre una grande massa di popolazione vive in miseria.
6. Rapido grave declino economico: si pensi a Paesi investiti da una violenta crisi economica che genera povertà e frustrazione in vaste masse, in un passato recente, relativamente garantite. (v. Grecia).

Indicatori politici:
7. Progressiva delegittimazione della amministrazione statuale; (V. Haiti dopo il terremoto del 2010).
8. Progressivo deterioramento dei servizi pubblici; 9. Diffuse violazioni dei diritti umani; 10. Apparato di sicurezza come Stato nello Stato; 11. Continue lotte armate tra diverse fazioni del ceto dominante. (v. Somalia o Yemen)
12. Intervento di altri Stati nelle vicende interne d’un territorio. (v. Iraq 2003 o Libia 2011).
Sulla base di questi indicatori, di anno in anno viene redatta una classifica degli Stati falliti: l’ultima è stata pubblicata nel giugno 2014. Di seguito la lista dei 20 Stati più fragili:
1. Sud Sudan
2. Somalia
3. Repubblica Centrafricana
4. Repubblica Democr.ca del Congo
5. Sudan
6. Ciad
7. Yemen
8. Afghanistan
9. Haiti
10. Pakistan
11. Zimbabwe
12. Guinea Conakry
13. Irak
14. Costa d’Avorio
15. Siria
16. Guinea-Bissau
17. Nigeria
18. Kenya
19. Etiopia
20. Niger

Come risulta evidente il fenomeno degli «Stati falliti» si manifesta soprattutto in Africa ed Asia. Ma ci sono anche in Europa ed America Latina Paesi a rischio, come i «Narcostati» in America Centrale e i Paesi di recente democratizzazione nell’Est Europa.
Inoltre, è evidente come il fenomeno sia in relazione con la povertà di vaste aree del mondo, spesso interessate da regimi screditati ed autoritari, dilaniati da conflitti insanabili e sanguinosi. Nello «Stato fallito» qualunque attività è lecita: il traffico di uomini, la schiavitù, l’oppressione più spietata, le infiltrazioni della criminalità organizzata. Ognuno, per le sue caratteristiche, è esposto a pericoli: se è bambino può divenire soldato e carnefice, se è donna può esser trasformata in prostituta, se è uomo può esser costretto a combattere o a trasportar droga; i traffici più illeciti fioriscono, la corruzione dilaga, anche i movimenti terroristici, che tanto allarmano l’opinione pubblica, fioriscono in questo «cuore di tenebra» del mondo che continua incessantemente ad autoalimentarsi.

Pier Luigi Giacomoni


SCHEDA 1: HAITI
Nel gennaio 2010 un disastroso terremoto devastò la città di Port-au-Prince, capitale di Haiti, il Paese più povero del continente americano, già bersagliato da decenni di dittature e malgoverno.
Situato nella regione nord-occidentale dell’Isola di Hispaniola, Haiti ottenne l’indipendenza nel 1804 in seguito all’insurrezione degli schiavi neri che lavoravano nelle piantagioni di canna da zucchero.
Essi, tuttavia, non riuscirono a governare il Paese e l’élite che era proprietaria della terra e dello zucchero riprese il controllo della situazione, imponendo regimi dispotici e corrotti.
Si pensi, a titolo d’esempio, alla lunga dittatura della famiglia Duvalier (padre e figlio) che resse il Paese dal 1957 al 1986.
Gli anni successivi alla caduta dei Duvalier fu un susseguirsi di colpi di Stato, elezioni frodate, nuovo dispotismo.
Molti haitiani hanno cercato di sfuggire a questa triste realtà trasferendosi con ogni mezzo all’estero, non escludendo le barche sovraccariche di fuggitivi che, come accade nel nostro Mediterraneo si ribaltano in alto mare provocando l’annegamento della maggioranza dei passeggeri.


SCHEDA 2: CONGO
Il Congo è, dopo la divisione del Sudan in due Stati, il Paese più vasto dell’Africa.
Il suo sottosuolo è ricchissimo di materie prime: negli ultimi anni, soprattutto nelle province orientali, si estrae il coltan, minerale indispensabile per la produzione dei microcip che sono l’anima della telefonia cellulare.
Ottenuta l’indipendenza dal Belgio nel 1960, il Paese rischiò subito d’andare in pezzi a causa di diverse spinte secessioniste.
Salito al potere nel 1965, Joseph Mobutu impose al vasto territorio una brutale dittatura che non disdegnava la rapina delle risorse del Paese.
I mobutisti s’impossessarono di tutto ciò che poteva arricchirli e, quando abbandonarono il Paese lo lasciarono più disastrato di prima.
Nel 1997, quando Mobutu morì’ in esilio, il Congo era nuovamente dilaniato dalla guerra civile e da violenze d’ogni tipo.
(sul tema cfr. D. van Reybrouck, Congo, Feltrinelli Milano, 2014).

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