Articolo
Beatrice Draghetti

Fare la pace, una questione di ordinaria amministrazione

Al termine del suo doppio mandato 2004-2014 abbiamo chiesto alla Presidente Draghetti di delineare le motivazioni e il cammino del tavolo provinciale per la pace, di cui la nostra Associazione ha fatto parte e con cui ha collaborato con le iniziative “Stelle di pace sul Mediterraneo” (2005) e la presentazione dl libro “Un abile per la pace” (2013)

Beatrice DraghettiGià nel programma elettorale per la presidenza della Provincia nel 2004 era esplicitato un impegno specifico per la pace, che ha trovato nei due mandati amministrativi, fino al 2014, una continuità di espressione e di proposta. Provo volentieri a fare qualche riflessione su questa esperienza territoriale.

Le vicende vicine e lontane di conflitto, di non coesione, di respingimenti, di ingiustizia che continuano a connotare la convivenza delle persone, oltre alle vere e proprie guerre sui campi di battaglia, mi fanno ribadire la fondatezza dell’idea originaria che ha sostenuto le politiche di pace, con cui la Provincia ha cercato di servire il territorio. La pace è una questione di ordinaria amministrazione: ogni provvedimento, decisione, azione da parte dei responsabili del bene comune, se non ha come obiettivo la promozione della dignità di ogni persona e della convivenza nella giustizia, è germe di conflittualità, violenza, sopraffazione. Prima ancora, dunque, di iniziative specifiche, occasionali, straordinarie per affermare l’esigenza di pace, bisogna fare i conti con la normalità dell’azione di governo del territorio, dall’a di agricoltura alla t di trasporti, come strumento irrinunciabile di “pace vicino”.

Si è ritenuto tuttavia opportuno, come segnale di un’attenzione e di un impegno su cui anche raccogliere tante potenzialità del territorio, costituire un “luogo” che permettesse alla Provincia di riflettere e di fare proposte nella prospettiva della pace, vigilando sull’attualità purtroppo sempre densa di eventi terribili e certamente non estranei a nessuna persona di buona volontà.

È stato così costituito fin dal 2005 il “Tavolo provinciale della pace”, che ha raccolto via via decine di realtà del territorio (gruppi e associazioni, Comuni, scuole…) che, magari già molto solide e collaudate, hanno tuttavia apprezzato l’opportunità di essere raccolte insieme e di poter realizzare insieme anche alcuni tratti di impegno. Il loro è stato sempre un apporto collaborativo e virtuoso, condizione per la continuità dell’esperienza negli anni.

L’iniziativa trovò fin dall’inizio una corrispondenza positiva ed efficace anche nella presenza di molti assessori per lo più giovani nelle giunte comunali con delega specifica alle politiche di pace: la rete di persone che ne è nata è stata un avamposto creativo, generoso e costante, da cui penso il territorio abbia ricevuto molte sollecitazioni.

Non abbiamo mai voluto come Tavolo, anche se in qualche circostanza da qualcuno se ne è sentita l’esigenza, diventare un soggetto politico, che prendesse via via posizione su fatti ed emergenze… Ho sempre pensato che fosse già sufficiente, e qualche volta sprecata, l’energia spesso impegnata nelle nostre assemblee elettive ad elaborare faticosi ordini del giorno, che per poter essere votati ampiamente avevano bisogno di estenuanti limature, con rischi finali di irrilevanza ed inefficacia… Il Tavolo nella sua determinata volontà di esserci e di lavorare doveva poter rimanere un luogo libero ed incoraggiante, senza ricerca di maggioranze o minoranze, perché ciascun aderente potesse esprimere e proporre il suo specifico contributo per una cultura di pace.

Questo passaggio sulla natura del Tavolo mi permette di evidenziare tuttavia anche l’esperienza e la constatazione della progressiva distanza della “politica” da un suo coinvolgimento strutturale nelle problematiche e nelle prospettive della pace nel mondo. In fondo, niente di più di qualche spot periodico e, piuttosto, una progressiva insensibilità e distrazione: sostanziale incapacità di indignarsi e di denunciare, di comprendere le complesse dinamiche sottese agli eventi mondiali, assenza di investimenti significativi in termini di educazione, progetti e risorse. Sono impressionanti l’afasia e l’impreparazione diffuse di fronte ciò che avviene nel mondo, le cui ripercussioni peraltro entrano pesantemente anche nelle dinamiche della nostra quotidiana convivenza…

Segnali di pace

Tornando al Tavolo provinciale della pace, la sua attività negli anni si è caratterizzata particolarmente per l’iniziativa ”Segnali di pace” e per i seminari annuali. “Segnali di pace” è stata una rassegna di eventi, che si realizzava all’incirca nello spazio di un mese, tra settembre ed ottobre, raccogliendo decine e decine di proposte di impegno e di sensibilizzazione per la pace costruite da realtà del territorio e proposte a tutti. Davvero un movimento capillare e diffuso di presenza significativa e non episodica: convegni, seminari, bandighe, progetti locali ed internazionali… Fortissima e interessante la presenza dei più giovani: soprattutto attraverso l’esperienza dei consigli comunali dei ragazzi p.e. si è assistito ad una progressiva e consapevole crescita della responsabilità verso la “casa comune”, dando speranza in vista di una cittadinanza sempre più attiva.

Ogni anno, all’inizio dell’anno, si sceglieva al Tavolo una parola-chiave (risorse, relazioni, persone…) e attorno a questa si costruiva la rassegna di autunno: ci preoccupavamo anche di approfondire culturalmente gli ambiti su cui ci impegnavamo a lavorare. Per questo erano molto utili i seminari primaverili, 2 o 3 all’anno, che spesso si configuravano anche come opportunità eccezionali: le realtà presenti al Tavolo, infatti, grazie a conoscenze specifiche e legate alle loro attività, erano in grado di ottenere la disponibilità di ospiti e di relatori di alto profilo, da cui abbiamo sempre tratto preziose riflessioni e indicazioni. Ovviamente, la non particolare entratura del tema pace nell’immaginario collettivo, spesso e purtroppo rendeva questi appuntamenti “prelibatezze” per pochi…

Nella prospettiva dell’educazione alla pace sono stati molto arricchenti e formativi anche alcuni grossi progetti pluriennali a dimensione internazionale che hanno coinvolto direttamente studenti delle scuole superiori. Penso in particolare al percorso di scambio di cultura e di esperienza, durato qualche anno, tra istituti superiori di Bologna e scuole mozambicane, con periodi di visite reciproche e impegno da parte degli studenti coinvolti di rendere conto della loro esperienza, una volta tornati, allargandola ai compagni rimasti a Bologna. È stato sempre evidente che 10 giorni trascorsi in Mozambico avevano la potenzialità di sostituire egregiamente molte lezioni di educazione civica e di colmare gigantesche lacune rispetto alla conoscenza dei problemi del sud del mondo.

Siamo però arrivati a non poter più sostenere progetti di questo tipo per l’insuperabile mancanza di risorse economiche, che ha travolto gli Enti locali, risorse che sia pure in modica quantità sono assolutamente necessarie per attivare simili esperienze.

Un’ultima osservazione intendo fare. La cura con cui si dovrebbe cercare di essere dentro alle vicende del mondo, in una scelta di costruzione della pace, darebbe là possibilità anche di tenere d’occhio l’evolversi delle domande drammatiche, delle esigenze impellenti che vengono dall’umanità, vicina e lontana, anche in prospettiva educativa.
Ricordo per questo molto volentieri l’ultima e più recente “piega” che ha preso l’impegno della Provincia per la pace.

Poco più di due anni fa, durante un viaggio ad Auschwitz con studenti delle superiori, maturò l’idea di costruire un progetto che permettesse incontri ed esperienze comuni tra studenti appartenenti alle tre tradizioni monoteiste, ebraismo, cristianesimo, islam. Anche le grandi religioni infatti, e l’attualità tragicamente lo dimostra, hanno una parte importante nel mantenimento della pace. Strumentalmente spesso considerate causa di conflitto, esse possono essere invece preziose vie di pace, quando si sperimenta che la fedeltà all’unico Dio consente di ritrovarsi tutti più vicini, fratelli, in pace.

Abbiamo così costruito il progetto “Gerusalemme, città dell’incontro” che ha consentito ad un gruppo di studenti delle tre appartenenze, assieme a due professoresse, al rabbino, ad un prete cattolico, ad un imam di andare per alcuni giorni a Gerusalemme nel febbraio 2014, dopo un percorso di preparazione sulla figura di Abramo, comune padre nella fede e continuando poi, tornati a casa, relazioni e contatti.

L’associazione Abramo e pace

Un’esperienza straordinariamente efficace, che ha suggerito ai promotori del progetto nell’imminenza della chiusura della Provincia di costituire un’associazione “Abramo e pace”, per darne continuità (cosa che sta avvenendo, coinvolgendo studenti ed insegnanti).

I componenti del Tavolo della pace, ovviamente interessati ai cambiamenti istituzionali in atto che riguardavano anche le Province, esplicitarono a suo tempo in un documento comune la volontà e l’auspicio della continuazione di un impegno chiaro e trasversale per la pace, sul territorio.

Ogni “stagione” indubbiamente deve trovare modalità ed espressioni adeguate e congrue per essere all’altezza di attese e di domande: anche se si fosse chiusa l’esperienza del Tavolo provinciale della pace, non dovrebbe sparire la ricerca e l’esperienza di modi per essere tutti aiutati ad esprimere vigilanza e responsabilità rispetto a come “va il mondo”, vicino e lontano.

Beatrice Draghetti

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