Articolo
Marco Macciantelli

Si diventa sindaco, lo si rimane un po’ per sempre

Marco Macciantelli è stato, per due mandati, prima Assessore Provinciale alla Cultura con Vittorio Prodi, poi Sindaco di San Lazzaro. Nel PD, è attualmente membro della direzione provinciale e responsabile regionale degli enti locali. A noi interessa in particolare la sua esperienza personale di Sindaco, perché essa rappresenta oggi forse lo snodo più diretto di interazione fra eletto/delegato e cittadino.

Marco MacciantelliUna molteplicità di compiti 10 anni sindaco. Per me, un onore. Ho cercato di essere al servizio, non di una parte, di tutti. Per un Comune deve contare solo il “noi”, non l’“io”di qualcuno. Non un mestiere. Un servizio. Non una professione. A suo modo, una missione. Un’attività nella quale, giustamente, l’orologio non conta. Conta che tu ci sia, che tu sia a disposizione, sempre.

Il sindaco confessore. Il sindaco difensore civico. Il sindaco della porta accanto. Il sindaco ufficiale di governo. Il sindaco primo cittadino. Il sindaco ultimo nella scala istituzionale. Il sindaco amico. Il sindaco in fascia tricolore. Il sindaco calamita. Il sindaco antenna. Il sindaco bersaglio. Il sindaco punching ball. Il sindaco San Sebastiano. Il sindaco Sisifo. Il sindaco Golia. Il sindaco parafulmine. Il sindaco presidio. Il sindaco in trincea. “Sindaco, pensaci tu”. “Sindaco, hai voluto la bicicletta, ora pedala”. “Sindaco, sì, ho capito, non ci sono più soldi, ma quel problema lo risolviamo lo stesso, vero?”
Si diventa sindaco, lo si rimane un po’ per sempre.

È cambiato il mondo

Voglio aggiungere una riflessione. In un Paese come il nostro, dove non c’è un’idea della formazione, il sindaco è gettato nella mischia, da un giorno all’altro, dopo la campagna elettorale e il voto, senza un tirocinio. Deve sapere tutto, essere in grado di affrontare qualunque emergenza. In un Paese come il nostro, senza un’idea della programmazione, nel quale le regole sono una lotteria che cambia le carte in tavola ogni sei mesi, il sindaco è come un funambolo.

Sono stato eletto nel giugno 2004. Nei due mandati non mi sembra di aver saltato né un consiglio né una giunta. Nel frattempo è cambiato il mondo. Sarà un caso, ma, proprio a partire dal primo manifestarsi della crisi, nel 2008, è iniziato il balletto sulla prima casa, che ha coinvolto il ruolo dei Comuni, i loro rapporti con i cittadini, e che, ad un certo punto, ha fatto supporre si potesse affermare, al di là delle chiacchiere sul federalismo, il ragionevole criterio del “vedo pago voto”. Invece ne è sorta una discussione infinita su come toglierla e metterla, ritoglierla e di nuovo rimetterla. Esito: prima Ici, poi Imu, poi Tasi e ancora non è stato raggiunto un approdo definitivo.

Il balletto sulla prima casa

Con una precisazione di carattere storico. L’Imu è nata per iniziativa della maggioranza di centrodestra, nel triennio 2008-2011, un istante dopo la cancellazione dell’Ici sulla prima casa, con l’idea di applicarla dal 2014. Poi è stata ripresa da Monti, anticipata al 2012, estesa alla prima casa e gravata del precedente mancato gettito.

Contestualmente è avvenuta una trasformazione di cui non sempre ci si rende conto e di cui non si parla, distratti da tante altre cose. Il bilancio di un Comune è diventato un pezzo di una più ampia economia sociale di comunità. E’ andato saldandosi ad altro: al capitale sociale, all’economia civile, al terzo settore. Con un contestuale congedo sia da un’idea vecchia di autosufficienza, sia da un’identificazione ideologica tra “gestione pubblica” e “interesse pubblico”. Per certi versi, una forma di resilienza del governo locale nei confronti della crisi.

Fare di più con meno

Una cosa è andata emergendo con chiarezza. Le risorse sono un bene finito. Non una fase, una condizione. Si deve fare di più con meno. Ogni centesimo va usato al meglio, come catalizzatore di altre risorse. Sapendo che alcune cose si possono fare anche con poca spesa o senza costi. La relazione conta tanto, se non più, della prestazione.

Non spetta a me dire se siamo riusciti a fare qualcosa di buono (ho proposto un bilancio ne “La cifra di San Lazzaro. 10 anni di mandato” Bologna, Gilardi editore, 2014). La qualità non ha bisogno della grandezza.

Bastano le piccole cose. Abbiamo cercato di cogliere l’attesa, molto forte, da parte dei cittadini, per un po’ più di rispetto, di pulizia, di risparmio, di salute, valori molto sentiti in un’area metropolitana, come quella bolognese, che è andata assumendo stili di vita e standard di qualità della vita di rango europeo.

Un nuovo governo locale

La stessa riforma del sistema locale è più avanti di quanto si pensi e si dica. Accanto alle fusioni, come in Val Samoggia, procedono le Unioni, anche grazie alla legge regionale del 21 dicembre 2012, sino al patto di stabilità regionale.

La legge 81 del 1993, con la riforma del sistema elettivo, è stata una delle poche cose che, nonostante tutto, negli ultimi vent’anni, abbia funzionato, in una filiera istituzionale che continua ad avere uno straordinario bisogno di riforme. Proprio quella legge da un lato ha sollecitato la scelta di candidati credibili per l’elezione diretta, dall’altro coalizioni in grado di unire di più politica e spirito civico.

La politica: quel tanto che basta

L’elettore, come spiega Ilvo Diamanti, non è per sempre, ma a tempo. Ogni volta va riconquistato. C’è un’area, anche nel centrosinistra, insofferente verso i partiti. Ci sono persone che han voglia di esserci, di contare, fuori e oltre il perimetro della politica organizzata. Non si tratta di andar dietro a chi si limita ad agitare i problemi, ma di farsi dare una mano da chi ha voglia di risolverli. Le pareti divisorie tra la politica e il resto del mondo non hanno più senso. Il mondo, senza chiedere il permesso a nessuno, entra, se lo ritiene opportuno, e dice la sua, liberamente, senza soggezioni. La democrazia dei partiti deve sempre più interagire con la democrazia dei cittadini.

La politica: quel tanto che basta. Come il sale. Se non c’è la pietanza (del fare comunità) è insipida. Se ce n’è troppa può risultare immangiabile.

Marco Macciantelli

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