Articolo
Stefano Marchigiani

Le Feste dell’Unità stanno cambiando anima?

Stefano Marchigiani è davvero un “veterano” delle Feste dell’Unità che ha avuto modo di vivere e gestire direttamente con competenza, dedizione, capacità, umiltà, grandissima efficacia tante feste locali e nazionali. A lui abbiamo chiesto di descriverci come sono cambiati nel tempo il logo, la forma, i contenuti, in poche parole: l’anima delle feste.

Stefano MarchigianiA questa domanda non è semplice rispondere.
Bisogna fermarsi un momento per riflettere, guardare indietro, provare a decifrare segni più o meno evidenti, facendo appello alla esperienza diretta e ancor più al portato della memoria storica dei “veterani” e delle “veterane” con cui si sono condivise le fatiche sul campo in questi anni.
È di tutta evidenza che in 70 anni di Feste, cambiamenti ce ne sono stati e forse conviene analizzarli ad uno ad uno, dai più evidenti ai più nascosti, per coglierne il senso.

IL LOGO – Festival de l’Unità, Festa dell’Unità, FestaUnità… nel tempo il “logo” della Festa si è modificato, modernizzato forse. È un cambiamento, però, non solo grafico: porta con sé un significato di sostanza.
Da un’epoca in cui il messaggio era “festeggiamo la stampa del Partito”, strumento fondamentale nella promozione del consenso e dell’adesione al partito stesso, si passa al mantenimento di un “marchio”, evocativo quanto si vuole, ma sostanzialmente distintivo di una “kermesse” politico/gastronomica che sopravvive allo strumento a cui si riferiva: il quotidiano “L’Unità”.

LA FORMA – Anche la “forma” della Festa ha subito una graduale trasformazione, passando dalle “Feste di Sezione” di un tempo ormai lontano, feste ruspanti della durata di qualche giorno, connotate da stand più o meno rudimentali, rapidamente montati dai militanti in un giorno, e ancor più rapidamente smontati in una notte, alla FestaUnità Nazionale/Provinciale 2014, della durata di quasi un mese, con un raffinato layout urbanistico, stand “industrializzati” tirati su con l’apporto indispensabile di ditte specializzate, cura (per quanto possibile) del “look”.

Quello che non è sostanzialmente cambiato è lo “schema funzionale”: gastronomia, ballo, musica, giochi, mercatino, eventi culturali e dibattiti politici.
È cambiato, però, il livello qualitativo della “offerta” e il rapporto tra i diversi “ingredienti” che compongono il piatto.
Diventa preponderante l’attività di ristorazione, i ristoranti tendono a raggiungere livelli di qualità (e prezzi) da “Guida Michelin”, altro che salsicce e crescentine, e nei bar si servono cocktail raffinati, non più solo caffè e “Vecchia Romagna”.
E, specialmente nella Festa Grande, cresce considerevolmente la presenza espositiva e commerciale, fino a rendere incerta la distinzione semantica tra “Festa” e “Fiera”.

Poi, certo, ci sono sempre le iniziative politiche, i dibattiti, gli incontri. Il problema è che, nella maggior parte dei casi e a meno che non ci sia un personalità di (molto) alto livello, godono di una partecipazione che va poco oltre gli addetti ai lavori e i “soliti noti”, categoria sempre più sottile per raggiunti limiti di età.

IL CONTENUTO – A riprova che in politica la forma è sostanza, questo quadro racconta un percorso “evolutivo”, forse non scelto scientemente, ma che si è imposto nei fatti.
Al significato eminentemente politico dei Festival, frequentati quasi esclusivamente dal “popolo di sinistra”, si è andato sovrapponendo il tema dell’autofinanziamento del partito e quindi l’obiettivo di attrarre quanti più “avventori” possibile, siano o meno nostri elettori o simpatizzanti, per di massimizzare gli utili.
Se ancora una quindicina di anni fa, nelle discussioni preparatorie, si potevano sentire espressioni del tipo “A costo di fare un pareggio tra costi e ricavi, la Festa va fatta per il suo significato politico”, oggi è più frequente sentirsi dire “Se la Festa non riesce a produrre un utile adeguato, è meglio lasciar perdere e inventarsi qualcosa d’altro”.

L’ANIMA – Preso atto di ciò, non si può ignorare che l’obiettivo di garantire un cospicuo autofinanziamento del Partito è perseguibile se, e solo se, i militanti volontari continuano ad essere la spina dorsale delle Feste de l’Unità di qualsiasi dimensione, poiché la “ciccia” del risultato economico è data dal loro tempo, dalla loro fatica, dalla loro capacità: donne e uomini che organizzano, allestiscono e gestiscono le attività per puro spirito di servizio per il Partito.

Al di là della evoluzione formale di queste Feste, in fondo sempre uguali a se stesse, è a queste persone, dunque, che bisogna guardare per capire se, come e quanto si è modificata l’anima della Festa de l’Unità.
Riflettendo sui tanti giorni, mesi e anni, vissuti a stretto contatto con “il popolo delle Feste”, devo giungere alla conclusione che, in fondo, quella non è sostanzialmente cambiata, perché “il popolo” stesso è l’anima delle Feste.
È cambiato, invece, quello che si può definire “il clima”, perché la preoccupazione dominante, gli obiettivi economici, rischia di influire negativamente sugli umori delle persone e di acuire gli inevitabili conflitti interpersonali, insomma tende a sacrificare quel senso di “festa di chi ci lavora” che rende meno gravoso l’impegno personale e rischia di affievolire la carica di entusiasmo che comporta la partecipazione attiva a un evento politico sentito come proprio.

A questo insidioso clima negativo fa ancora argine il legame che resiste tra i volontari della Festa, quello che li fa sentire parte di una comunità unita dagli stessi ideali, attori di un progetto politico condiviso.
Nell’anno del Signore 2014, qui sta il punto: il “progetto politico condiviso”.
Se il progetto politico del partito è nebuloso e la base dei tesserati e dei volontari si sente solo usata come manovalanza e non coinvolta nella definizione delle scelte politiche, per quanto ancora durerà questo legame, questo senso di comunità?
La vecchia guardia resiste a denti stretti, aggrappata agli ideali che hanno formato il suo carattere e in cui ancora confida, il che fa venire alla mente il brano di una canzone di qualche anno fa: “Diceva Ulisse: chi m’o fa fa’? / Sarà per questa mia idea di libertà”.
I più giovani, i “nativi” del PD, a volte sembra che fatichino a entrare in piena sintonia con questo modo di sentire la Festa, forse anche per una loro diversa visione del fare politica, più SMART (?).
Forse hanno ragione loro, ma la vecchia guardia è sulla strada di un naturale quanto inevitabile esaurimento e non è dato sapere quanto i nativi saranno in grado di sobbarcarsi il gravoso onere delle Feste de l’Unità, almeno così come le abbiamo conosciute.

Stefano Marchigiani

Annunci

Discussione

Trackback/Pingback

  1. Pingback: Il sommario dell’ultimo numero | Il Mosaico - 08/12/2014

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

AUTORI

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: