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Il processo Black Monkey: slot machine truccate… anche giù al Nord

DiecieventicinqueIl processo Black Monkey: è il nome di una scheda contraffatta per slot machine. Scopo? Manomettere le macchinette del gioco d’azzardo per evitare di versare la quota spettante per legge all’AAMS (l’Amministrazione autonoma dei Monopoli di Stato, cioè l’autorità preposta a regolare il comparto del gioco pubblico in Italia). L’inchiesta Black Monkey nasce da qui. A partire dal 2010 la Guardia di Finanza, sotto la direzione della Dda di Bologna, comincia a svolgere alcune perquisizioni in diversi locali di Bologna e provincia, toccando anche Ferrara e Modena, alla ricerca di slot machine truccate e postazioni di gioco on line illegali. Attraverso le indagini si scopre che a capo dell’intero organigramma vi era Nicola Femia, detto Rocco o “u curtu”, già comparso in diverse indagini. Femia, originario di Marina di Gioiosa Jonica (Reggio Calabria) si trasferisce nel 2002 a Sant’Agata sul Santerno, in provincia di Ravenna, per scontare un provvedimento di obbligo di firma presso la polizia giudiziaria. E’ qui che mette in piedi un sistema che andrà a toccare ben 12 regioni italiane (Lombardia, Piemonte, Veneto, Toscana, Lazio, Marche, Abruzzo, Campania, Puglia, Calabria, Sicilia e Sardegna) e addirittura all’estero (Gran Bretagna e Romania).

Femia viene arrestato la mattina del 23 gennaio 2013, insieme alla richiesta di altre 28 ordinanze di custodia cautelare (18 delle quali in carcere) in tutta l’Italia e alla confisca di beni pari a 90 milioni di euro: 18 auto di lusso, oltre 170 unità immobiliari, 21 società, 1500 schede di slot machine contraffatte e 30 rapporti bancari. I canali esteri, circa una ventina di siti internet rumeni e britannici, venivano sfruttati per la promozione e gestione del gioco online illegale, così da evadere le tasse tramite il mancato pagamento del prelievo erariale unico (pari al 12%) previsto dalla normativa italiana. Il processo, dopo il rinvio a giudizio di 23 imputati (per 13 di questi è stata accolta la contestazione del reato di associazione mafiosa; per altri, imputati a vario titolo, è stata mantenuta l’aggravante del metodo mafioso), si apre il 28 marzo 2014.

Diventiamo cassa di risonanza per le udienze!

Il giorno della prima udienza l’aula era gremita di persone: scolaresche accompagnate dai propri insegnanti, studenti universitari, associazioni (compresa Libera, parte civile nel processo tramite i responsabili dell’ufficio legale presenti sul territorio), liberi cittadini.

Tantissime sono state le richieste, e la loro successiva accoglienza, di costituzione di parte civile: il giornalista Giovanni Tizian, il primo che ne scrisse sulle pagine della Gazzetta di Modena, e che fu minacciato da un faccendiere di Femia e per questo sotto scorta dal 2011; l’Associazione Sos Impresa; la regione Emilia-Romagna; il Comune di Modena, il Comune di Imola; la Presidenza del Consiglio dei Ministri, il Ministero dell’Interno e il Ministero di Grazia e Giustizia; la Provincia di Modena, il Comune di Massa Lombarda; Confindustria nazionale, SOS Impresa Confesercenti; l’associazione Libera. Un segnale importante da parte delle istituzioni nazionali, che manifestano una presa di posizione nei confronti della materia del gioco d’azzardo e delle possibili infiltrazioni e speculazioni di cui la criminalità organizzata può usufruirne; ma anche dall’ambiente industriale che per primo si rapporta con il gioco d’azzardo.

Ad oggi, il processo è arrivato alla sua dodicesima udienza (le prossime previste in calendario sono del 14 e 28 novembre). Continuano velatamente gli attacchi di Nicola Femia a Giovanni Tizian (episodio che balzò alla cronaca nazionale durante la quarta e quinta udienza); è cominciata l’audizione dei testimoni facenti parte della lista della pubblica accusa: imprenditori, finanzieri, titolari di locali, alcuni degli imputati del processo, dal quale si delinea non solo il meccanismo con cui si riuscivano ad evadere i controllo imposti dallo Stato, ma l’aria di particolare pesantezza e tensione, quasi paura, di riportare le dichiarazioni già precedentemente rese agli organi inquirenti.

Noi, come testata di informazione, crediamo fortemente alla pubblicità di processi di questo tipo: il processo Black Monkey è uno dei più importanti mai instaurati in Emilia- Romagna nei confronti della criminalità organizzata, e che può riuscire a dare un’idea di quanto la mafia sia riuscita non solo ad infiltrarsi, ma a radicarsi sul territorio. La grandissima richiesta di costituzioni di parti civili è un segnale forte che vogliamo sia seguito da fatti concreti a livello amministrativo, sia locale che nazionale: una seria lotta contro il gioco d’azzardo che toglie risorse a chi è più povero, per dare ricchezza soprattutto alle mafie che esistono anche in questa regione. Spesso alle udienze mancano invece giornalisti delle testate importanti: non basta che l’Ordine dei Giornalisti sia presente come parte civile, è necessario che vi sia una costante informazione. Sarebbe il modo più giusto per essere vicini al collega Giovanni Tizian.

Sicuramente però riesce a dare una speranza di cittadinanza attiva la grandissima partecipazione a tutte le udienze di studenti e persone comuni che si sentono in dovere di ascoltare e capire.

Come noi ci sentiamo in dovere di continuare a raccontare questo processo su tutti gli spazi che ci verranno messi a disposizione.

Redazione di DIECIeVENTICINQUE

‘DIECIeVENTICINQUE‘ e Dieci e Venticinque International nascono  dalla necessità di fare un giornalismo diverso. Un giornalismo che sia una missione e un’eredità. Lo spirito che contraddistingue questo progetto è la volontà di costruire una palestra di idee che abbia l’informazione come strumento principale  e come obiettivo ultimo. Il 31 marzo 1962 la parola mafia entra per la prima volta nelle case degli italiani attraverso la televisione. Per la prima volta i nomi di Riina, Liggio, Provenzano diventano nomi di cosa nostra, diventano un problema di tutti. Tutto questo grazie a Enzo Biagi. Un giornalista bolognese  che si era interessato di mafia in una terra, l’Emilia, così lontana dalla assolata Sicilia, dalla mafia che sembrava esclusiva siciliana ma che forse aveva già capito quello che noi cinquant’anni dopo ci ritroviamo davanti ai nostri occhi.
Noi di DIECIeVENTICINQUE abbiamo provato ad assorbire l’eredità lasciataci da Enzo Biagi. Come abbiamo provato a fare nostro l’insegnamento e la storia di Giuseppe Fava. Bologna come Palermo. Palermo come Bologna. Due città tanto vicine quanto lontane, vicine come le verità mancanti, lontane come quell’aereo che non arrivò mai a destinazione ma che si squarciò in volo e scomparve in mare, nei pressi di Ustica. DIECIeVENTICINQUE sulle orme de “I Siciliani giovani”. Un popolo, un paese, da sud a nord, legato, aldilà delle latitudini, dalla lotta comune e dalla ricerca della pubblica verità. Il Nord come il Sud. La mafia. Una. In tutta Italia. Siamo nati il 7 dicembre del 2011, pochi giorni prima dei nostri “Siciliani giovani“, giorno dell’arresto di Michele Zagaria, ex primula rossa dei casalesi che comandava la rete degli affari relativi al cemento in Emilia-Romagna egemonizzando anche le varie ‘ndrine locali presenti sul territorio. Nati in una data casuale e felice che segna in pieno il nostro cammino. RETE Antimafia e impegno civile a Bologna. Qui giù al nord dove la mafia esiste e ancora non per tutti.

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