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Il PD davanti a un bivio (Renzi / 4)

L’incalzante percorso imposto da Renzi alla “ditta PD” costringe tutti a porsi delle domande di fondo, forse inimmaginabili fino a pochi mesi fa. La sinistra storica italiana è infatti di fronte ad un bivio: lasciare la strada dei padri perché non più al passo dei tempi per esplorare territori un tempo proibiti, oppure cercare di rimanere fedeli al capitolato storico, rischiando la marginalizzazione a causa della manifesta incapacità di fronteggiare una nuova realtà globale che non siamo più in grado di governare. Fra le tantissime analisi e discussioni disponibili, ci è parso interessante portare all’attenzione nel dibattito anche alcune note liberamente estratte da un articolo di Francesco Piccolo, vincitore del Premio Strega 2014, sul Corriere della Sera del 29 ottobre 2014. Quanti “di sinistra” concordano con lui oggi

Renzi pone il PD e la sinistra di fronte ad una scelta: tornare a una riserva sicura dove le idee si conservano, cercando di difendere tanti diritti fondamentali, ma senza riuscire a proporre niente di veramente innovativo, oppure seguire per strade sconosciute lui e il suo gruppo, nato e cresciuto alla Leopolda, sfidando sul suo terreno il crudele mondo globale che ci soggioga, nella speranza di essere tanto forti da riuscire a navigare fra i flutti?

Francesco Piccolo ci presenta una analisi per tanti aspetti chirurgicamente impietosa degli insormontabili limiti che hanno afflitto la sinistra italiana degli ultimi venti, anzi trenta anni. Secondo lui la sinistra italiana è stata infatti “reazionaria” e ha inseguito il mito della purezza, e cioè degli ideali da difendere senza nessuno sconto. Questi due elementi sono stati fondamentali per godere in modo masochistico del terzo elemento, e cioè la propensione alla sconfitta. Soltanto con la sconfitta infatti la purezza è difendibile, soltanto con la sconfitta non si mettono alla prova le idee e quindi si conservano intatte, come sotto i ghiacciai. Quindi, la sconfitta è stata salvifica per questo, ed è stato il punto di identificazione di varie generazioni.

Secondo questi canoni, Renzi non è di sinistra: cerca di applicare al suo governo i caratteri del riformismo e quindi è disposto a rinunciare alla purezza; con questo intento ha avuto risposte elettorali vincenti. Per essere di sinistra bisognerebbe essere progressisti, bisognerebbe accogliere il presente e avere voglia di prendersi la responsabilità di guidare il Paese e questo comporta sia cadere in errore sia collaborare con chi ci sta. Di conseguenza, per essere di sinistra, bisognerebbe non essere come è stata la sinistra negli ultimi 30 anni.

Ecco cosa sta succedendo alla sinistra italiana: c’è qualcuno, al suo interno che dimostra l’inconsistenza di ciò che era diventata. E allora cosa deve fare? Deve opporre resistenza al cambiamento un po’ troppo disinvolto e un po’ troppo guascone di Renzi? O deve seguirlo sopportando gli eccessi, e casomai contribuendo a spostare la barra verso la via migliore?

La questione è se imboccare davvero la strada del riformismo; e cioè fare e non invocare riforme. Perché le risposte nella pratica sono sempre negative? Com’è possibile che ogni proposta di riforma riesce ad acquietare la sinistra e l’intero Paese solo se alla fine non se ne fa nulla?

L’Italia ha una doppia anima reazionaria. E’ reazionaria perché è conservatrice: una larga parte del Paese non vuole cambiare nulla (non vuole nemmeno che tutto cambi affinchè nulla cambi, non vuole cambiare e basta) ; ed è reazionaria perché è vittima, a sinistra, del sentimento di sconfitta dei rivoluzionari.

La rivoluzione non c’è stata, o è stata persa. E tutti i reduci ed i postumi della rivoluzione sono diventati reazionari: poiché il cambiamento non è stato radicale, ogni forma di cambiamento è insufficiente.

E’ questa la frase che sentiamo sempre più in questi mesi per le varie proposte: insufficiente. Sentiamo spesso anche peggiorativa, sia chiaro. E quando è peggiorativa, bene, se ne può discutere. Si può combatterla. Ma quando è insufficiente, bisognerebbe mettere in atto la vera rivoluzione: fare riforme insufficienti.

Forse, il riformismo è proprio questo: attuare una serie di riforme che riempiano man mano la distanza fra il punto di partenza ed il punto “soddisfacente” di arrivo. In mezzo c’è un cambiamento che avrà un cammino sempre “meno insufficiente”. Francesco Piccolo, così come tanti altri nel PD pur un po’ sconcertati, conclude “Renzi spaventa per la sua avventatezza, ma la sinistra “reazionaria” spaventa (da molto tempo) per la sua mancanza di idee”.

Quanti fra voi/noi concordano?

La Redazione

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