Articolo
Pierluigi Giacomoni

Ucraina – Russia: una convivenza difficile

CITTADINI DEL MONDO

Per i Russi, l’Ucraina, in particolare Kiev, è il luogo d’origine della moderna civiltà russa, a partire dall’anno 1000. Questo breve excursus ci fa capire perché dopo più di dieci secoli per il governo russo l’Ucraina è ancora e sempre un obiettivo da raggiungere…

pierluigi-giacomoniI Normanni, o Vichinghi, nel IX secolo d.C. penetrarono profondamente nei territori delle odierne Russia e Ucraina. Discendendo dalla Finlandia, percorsero tutta la pianura sarmatica e il fiume Dnepr fin quasi al mar Nero. Gli slavi che abitavano queste regioni li chiamarono Rus, ossia “rematori”. Si vuole che da questa voce sia nata, per derivazione spontanea, la parola che successivamente avrebbe dato il nome al popolo, alla lingua e allo stato.

Fino all’XI secolo questi scandinavi emigrati conservarono la loro lingua d’origine, continuarono ad aver contatti con i territori di partenza, poi si slavizzarono. Essi intrattenevano, assai attivamente, rapporti commerciali con Bisanzio, grande centro degli affari, allora e ancora per molti secoli. Si racconta che questi mercanti russoscandinavi giungessero sul Bosforo nel mese di giugno, con le loro navi. Partiti da Kiev, provenienti da tutta la Russia, tutt’insieme, armati, discendevano il fiume Dnepr; trascinavano i battelli, quando le rapide ne interrompevano la navigazione; si difendevano con le armi dagli attacchi dei popoli nemici; quindi, costeggiando il Mar Nero, giungevano a Costantinopoli.

A quell’epoca i russi erano ancora pagani, ma, proprio da Bisanzio, presto giungeranno i missionari che battezzeranno nel 988 il principe Vladimir per poi evangelizzare tutto il popolo. All’inizio dell’XI secolo, Kiev ha già un’importanza di cui nessuna delle città dell’Europa settentrionale gode ancora. Nel 1018 – riferiscono testimonianze giunte fino a noi – ha quaranta chiese e almeno otto mercati. Il principato di Kiev dura, con alterne vicende, fino al 1240, quand’è travolto dall’inarrestabile avanzata mongola. I Tartari governeranno il territorio della Russia meridionale fino al XV secolo.

La Russia di Mosca

Passano i secoli e il mondo russo trasferisce il proprio epicentro a Mosca, dove nel XV secolo i principi locali iniziano una politica fortemente espansiva verso est, la Siberia, e verso sud, il Caucaso. Anche i Romanov, saliti al potere nel 1613, proseguono questa politica, sia per espandere territorialmente l’impero dei russi, sia per diffondere il cristianesimo in Asia, sia, infine, per dare al Paese uno sbocco su mari caldi, non coperti per mesi da ghiacci.

Tuttavia la Russia di Mosca è un Paese chiuso alle influenze esterne. Se da un lato i sovrani incaricano architetti italiani di collaborare alla costruzione del Cremlino, dall’altro la Moscovia appare assai strana ai forestieri. Visitatori occidentali ce la descrivono quale un mondo magico: arcano, sontuoso, pittoresco, diverso da qualsiasi cosa avessero visto prima.
Gli inviati stranieri notano i ricchi costumi, soprattutto le pellicce, le maestose barbe grigie, il complesso cerimoniale di corte, i sontuosi banchetti e le spaventose bevute.

La Russia moscovita vive in relativo isolamento rispetto, per esempio, alla Russia di Kiev, e inoltre dà vita a una particolare cultura basata sulla religione e il ritualismo, facendo proprio un atteggiamento di sospetto nei confronti di qualsiasi influenza esterna.
È una cultura peculiare e provinciale che, almeno in apparenza, ha grandissima presa sul popolo.
In realtà, gli elementi principali della cultura moscovita – religione, lingua, leggi, accentramento del potere, dispotismo – fungono da legami con il mondo esterno, e anche sotto il profilo temporale la Moscovia, lungi dal rappresentare una cultura in sè conclusa, è piuttosto una fase di transizione verso l’impero russo. Tuttavia, alcuni dei tratti qui evidenziati connoteranno fino ai nostri giorni la storia della russia zarista, dell’URSS e dell’era di Putin.

In fin dei conti furono gli stessi moscoviti, sotto la guida di Pietro il Grande, a trasformare il loro paese e la loro cultura, la terra fiabesca e a volte l’incubo dei viaggiatori occidentali, in uno dei grandi stati dell’Europa moderna.
È proprio Pietro il Grande e, più tardi, Caterina II a inserire il paese nel concerto europeo e a imprimere al moto espansivo una spinta decisiva di lungo periodo su due direttrici: il Mar Nero e l’Oceano Pacifico. Il primo è indispensabile per raggiungere Costantinopoli, divenuta l’Istanbul degli ottomani, vera porta verso il Mediterraneo, il secondo è la chiave per intraprendere scambi a livello intercontinentale con l’America.

Così tra Sette e Ottocento vengono promosse diverse guerre contro il Sultano per impadronirsi della “Seconda Roma”, mentre, dopo l’invenzione della ferrovia, si avvia la costruzione della linea transiberiana, destinata a collegare Mosca con Vladivostok, città russa sul Pacifico.
L’inattesa sconfitta russa nella guerra contro i giapponesi del 1904- 05, la crisi dello zarismo e le rivoluzioni del 1917 bloccano per un po’ quest’anelito, ma poi la corsa riprende.

I bolscevichi, costretti dal trattato di pace di Brest Litovsk (marzo 1918) a rinunciare a diverse porzioni di territorio, vogliono riacquistare, passo dopo passo, le regioni perse.
Già durante la guerra civile che devasta la Russia tra il 1919 e il ’20 sono sedate le velleità d’indipendenza di Ucraina e popoli caucasici; poi con la guerra di Finlandia del 1940, Mosca recupera le tre repubbliche baltiche di Estonia, Lettonia e Lituania.
Sconfitti i tedeschi nella “grande guerra patriottica” (1941-45), Stalin riottiene anche la Bessarabia, che diverrà la repubblica di Moldavia.

L’ossessione Ucraina

La Russia staliniana, però, non si fida degli ucraini.
Quando negli anni Trenta è lanciata la politica di collettivizzazione forzata delle campagne e si intraprende la lotta contro i kulaki, l’Ucraina, è colpita dalla carestia. «All’inizio del 1929, – scrive R. Kapuscinski – la XVI Conferenza del Partito bolscevico ratifica il programma della collettivizzazione generale. Stalin decide che entro l’autunno 1930 tutti i contadini del suo stato (il che all’epoca, equivale ai tre quarti della società, più di cento milioni di persone) debbano trovarsi nei kolchoz. Ma i contadini non vogliono saperne, e Stalin ne stronca la resistenza con due metodi: li spedisce a centinaia di migliaia nei lager, oppure li deporta e li insedia in Siberia. Il rimanente, vuole ridurlo all’obbedienza per fame.
La mazzata peggiore si abbatte sull’Ucraina.

Formalmente le cose stavano così: Mosca aveva stabilito i quantitativi obbligatori di grano, patate, carne e via dicendo, che ogni villaggio doveva fornire allo stato. Poiché le richieste erano notevolmente più alte delle derrate realmente prodotte e raccolte su quelle terre, ai contadini era materialmente impossibile realizzare il piano imposto. Allora con la forza si cominciò a portar via e a confiscare tutto quel che in paese c’era di commestibile. I contadini non avevano né da mangiare né da seminare. Dal 1930 iniziò una micidiale fame di massa che durò sette anni, toccando nel 1933 le punte più alte del sinistro massacro. La maggior parte dei demografi e degli storici concorda oggi nel dire che in quegli anni Stalin sterminò per fame circa dieci milioni di persone».

Non finisce qui: Mosca non abbandona la politica di russificazione forzata già portata avanti dagli zar: per decenni rimane in vigore la proibizione di stampare libri in ucraino; le maestre di Kiev portano i bambini nei parchi per insegnar loro l’ucraino che equivale a un’azione controrivoluzionaria.
Fino a che esiste l’URSS, il conflitto rimane sotto traccia, poi riesplode nel 1991 quando l’Ucraina riacquista la sua indipendenza, che vuol anche dire riaffermazione della lingua e della cultura autenticamente ucraina.

Semplificando al massimo, si può dire che esistano due Ucraine: l’occidentale e l’orientale. L’occidentale, l’ex Galizia, territori facenti parte della Polonia d’anteguerra, è più «ucraina» dell’orientale. I suoi abitanti parlano ucraino, si sentono ucraini al cento per cento e ne sono orgogliosi. Qui si sono mantenuti lo spirito della nazione, la sua specificità, la sua cultura. Nell’Ucraina orientale la faccenda è diversa. Vi abitano milioni di russi veri e propri, più Ucraini russificati. La russificazione qui è stata più intensa e brutale che altrove.
Tra il 1932 e il ‘33 Stalin fece fucilare decine di migliaia di intellettuali: si salvarono solo quelli scappati all’estero. «La cultura ucraina – conclude Kapuscinski – si è mantenuta meglio a Toronto e a Vancouver che a Donezk e Karchov».

Da quanto è stato detto si comprende che il conflitto in atto ha molte motivazioni: da un lato vi è il desiderio degli ucraini di emanciparsi dall’ingombrante vicinanza col gigante russo, dall’altra vi è il timore da parte di Mosca di non perdere il controllo d’un Paese che rappresenta pur sempre un’importante fonte di risorse agricole e minerarie. L’Ucraina è il granaio dell’intera Russia e fornisce con le sue miniere ferro e carbone.
Kiev però ha bisogno del gas e del petrolio di Mosca e il Cremlino usa questa dipendenza come strumento di pressione sui governanti di Kiev.
In più c’è il grave indebitamento dello Stato che pare ammonti a oltre 50 miliardi di dollari.

Tutti questi elementi rendono ingarbugliata la crisi in cui si mescolano vecchi rancori e nuove volontà di potenza e il ricordo, mai veramente sopito, del luogo dove tutto ebbe origine: Kiev, la città dalle quaranta chiese, dalla grande porta, rievocata da Mussorgskij nel finale dei “Quadri di un’esposizione” dove il grande tema solenne si salda con una piccola aria derivante da un inno ortodosso enunciata quasi sommessamente. È quasi la sintesi d’una storia nella quale si fondono contrasti e similitudini. Saprà la politica riprendere il filo della cooperazione tra russi ed ucraini o prevarrà la legge del più forte?

Pier Luigi Giacomoni

TRANSDNISTRIA, ABKHAZIA, OSSEZIA E LE ALTRE
Dopo la dissoluzione dell’URSS è stato tutto un pullulare di Stati autoproclamati non riconosciuti internazionalmente. Oltre a questi, si sono create delle exclaves territoriali, cioè dei territori appartenenti a uno Stato distaccati territorialmente da esso.
GLI STATI AUTOPROCLAMATI
TRANSDNISTRIA – Si trova nell’est della Moldavia e ha una popolazione di 159.000 abitanti. Il suo governo ha sede a Tiraspol ed è presieduto da Evgenij Kravchuk. Dal 2 settembre 1990 si è proclamata indipendente, ma è di fatto sotto il controllo russo. Il 18 marzo scorso, in seguito alla secessione della Crimea dall’Ucraina, ha chiesto d’essere ammesso alla Federazione russa.
ABKHAZIA – si tratta d’una piccola repubblica indipendente sorta in un territorio rivendicato dalla Georgia. Nell’agosto 2008, al termine d’un conflitto durato circa una settimana, Tbilisi dovette cedere questo territorio al controllo militare russo. L’Abkhazia è una repubblica indipendente non riconosciuta dall’ONU, ma che ha rapporti speciali con Mosca.
OSSEZIA DEL SUD – anche questo territorio del Caucaso faceva parte della Georgia, ma dopo il 1991 crebbero le rivendicazioni indipendentiste. Dopo la guerra russo-georgiana dell’agosto 2008 l’Ossezia del sud è divenuto uno stato indipendente, riconosciuto dalla Russia e da altri pochi Paesi (Nicaragua, Venezuela, Nauru). Non è escluso che l’Ossezia del sud si unifichi in futuro con quella del Nord, repubblica che fa parte della Federazione russa.
LE EXCLAVES [parti di territorio di uno stato sovrano che giacciono all’esterno dei confini della nazione N.d.R.]
KALININGRAD – si tratta d’un’Oblast russa confinante con Lituania e Polonia. Separata dal resto del territorio russo, è l’antica Königsberg, la città natale del filosofo Immanuel Kant (1724-1804). Attualmente è abitata da 941 mila abitanti su una superficie di oltre 15 mila kmq. Dal 2004 confina con territori facenti parte dell’UE.
CRIMEA – Dallo scorso 18 marzo la penisola sul Mar Nero fa parte della Federazione Russa. Questa situazione di fatto non è riconosciuta a livello internazionale.
NAGORNO-KARABAKH – Si tratta d’un’exclave armena situata in territorio azero. Per acquisire questo territorio l’Armenia e l’Azerbaigian si sono combattuti dopo la fine dell’URSS. Oggi la questione pare risolta con la cessione del territorio a Yerevan.
NAKICEVAN – Si tratta d’un’exclave azera in territorio armeno. Abitata da zeri, armeni e altre popolazioni, dopo la dissoluzione dell’URSS ha proclamato la propria indipendenza. Attualmente è una repubblica autonoma dell’Azerbaigian.

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