Articolo
Giuseppe Paruolo

Quale futuro per la nostra Regione?

In chiusura del lungo ciclo del governo regionale guidato da Vasco Errani, la ricerca di un ricambio soltanto nella chiave della continuità e della manutenzione rischia di essere un errore strategico. Ce ne scrive Giuseppe Paruolo, fra i fondatori del Mosaico ed attualmente consigliere regionale.

Giuseppe ParuoloNel marzo del 1999, proprio mentre io muovevo i primi passi sulla scena politica candidandomi come assoluto outsider alle primarie bolognesi per il candidato sindaco (insieme e grazie agli amici de Il Mosaico), Vasco Errani diventava Presidente della Regione Emilia-Romagna.

Da allora sono passati 15 anni, nello scenario politico bolognese se ne sono viste di tutti i colori, ma fra tante cose che sono cambiate spicca la continuità della presidenza regionale. Un ciclo importante, quello guidato da Errani, che ora si avvia alla conclusione: la riflessione e il dibattito dei prossimi mesi sarà inevitabilmente incentrato sul futuro – e sulla guida futura – della nostra Regione.

Sui giornali, come al solito, la questione coinvolge soprattutto categorie politicistiche. Il nuovo presidente sarà renziano? Nel caso sarà della prima, seconda o terza ora? E quanto peseranno sulla scelta i maggiorenti, vecchi e nuovi, del Partito(ne) Democratico?

In verità, qualche questione sostanziale viene evocata. A Bologna si critica la stagione del policentrismo e si richiede un rilancio della centralità di Bologna. Altrove invece permane un’avversione al (soprattutto presunto) centralismo bolognese, con ragionamenti della serie “Bologna si tenga stretta la città metropolitana, che al resto pensiamo noi”. Un combinato disposto che rischia addirittura di riportarci indietro, a contrapposizioni che hanno poco senso. Invece occorre cogliere che è necessario evitare inutili (e spesso dannosi) duplicati, con una razionalizzazione capace di dare ruolo certamente al capoluogo ma anche ai diversi territori, e soprattutto cogliendo che oggi è fondamentale ragionare “in grande”, ovvero su scala almeno regionale

E’ certamente il merito delle questioni che va privilegiato. Certo mettendo in valore le tante cose buone realizzate in questo lungo ciclo che volge al termine, ma al tempo stesso senza rinunciare a individuare gli aspetti su cui occorre produrre una svolta o un rilancio dell’azione amministrativa regionale. Tradotto in gergo renziano, occorre declinare come si #cambiaverso in Regione Emilia Romagna.

Al di là delle parole d’ordine, perché la riflessione sia di respiro adeguato, serve interrogarsi su quello che possiamo chiamare “sistema Emilia-Romagna” e su come esso si sia modificato dalla fine del secolo scorso ai giorni nostri.

La parola “sistema” porta con sé due connotazioni: una positiva che ci parla di forte coesione, di continuità di impegno, di capacità di cooperazione fra attori e istituzioni diverse; una negativa che implica staticità e sostanziale immutabilità nei meccanismi decisionali.

Proprio partendo dagli aspetti positivi, non possiamo non riconoscere che il sistema Emilia-Romagna è messo in discussione da alcuni importanti mutamenti avvenuti o maturati in questi anni.

Quattro motivi per cambiare rotta

Per prima una considerazione generazionale. Il processo di costruzione della Regione, avvenuto negli anni ’70, ha visto crescere e consolidarsi l’Ente, spesso con l’afflusso di giovani entusiasti che si sono sentiti coinvolti in una esperienza innovativa. Questa generazione, che per anni è stata in ruoli dirigenziali o comunque di riferimento, è a questo punto andata definitivamente in pensione.

Secondo, il retroterra politico è profondamente mutato. Negli anni in cui è andata formandosi la Regione c’era il PCI, un partito con oltre 400 mila iscritti (448 mila nel 1977), e la cui forte strutturazione ha innervato non solo la politica ma anche molti ruoli e settori intorno ad essa. Oggi quell’onda lunga è ormai esaurita, e il PD (nel bene e nel male) è un’altra cosa e su questo è profondamente diverso. Qualcuno forse pensa ancora di conservare la punta dell’iceberg senza più l’iceberg sotto, ma è invece chiaro che occorre rivedere completamente meccanismi e processi di formazione delle carriere e delle decisioni.

Terzo, mancano le scuole, nel senso di percorsi di formazioni del personale dirigente (politico e non). Non so spiegare perché, ma è un fatto: in passato c’erano, oggi mancano. Per esempio, molti dei dirigenti sanitari di cui si avvale il nostro sistema sanitario (uno dei fiori all’occhiello della nostra Regione) vengono dalla scuola di Mario Zanetti. A 14 anni dalla sua scomparsa, e nonostante lodevolissimi tentativi, non si può dire che si sia riusciti a creare qualcosa di paragonabile, e anche i suoi allievi di un tempo hanno ormai cominciato ad andare in pensione.

Quarto, in passato forse bastava ascoltare e mettersi in relazione col mondo accademico da un lato e con il tessuto economico e imprenditoriale dall’altro. La relazione politica – accademia – economia in Emilia Romagna dava vita ad un tessuto estremamente ricco, solido e competitivo di aziende medie e piccole, in cui la politica poteva limitarsi a fare da facilitatore. Ora quel ruolo non basta più.

Nella competizione globalizzata di oggi, quel tessuto soffre, le dimensioni medie e piccole sovente non bastano più, e anche se riesce a mantenere competitività in alcuni comparti di certo non è più in grado di esercitare una funzione di guida; il mondo accademico ha i suoi problemi e comunque è analogamente frammentato; alla politica viene richiesta una funzione di guida che non sempre appare in grado di esercitare adeguatamente.

In questo quadro si corrono dei rischi. La capacità di aggregazione rischia di tradursi in distribuzione di fondi a pioggia, che risultano infine insufficienti per fare i salti di qualità necessari. L’affidarsi soltanto alla condivisione delle strategie con gli attori locali rischia di limitare l’ampiezza della visione, e spesso la crisi dei comparti industriali o delle manifestazioni fieristiche è proprio insita nella mancanza di una visione più ampia di quella rappresentata localmente. Il legame col territorio rischia di tradursi nell’attenzione solo a ciò che è fisicamente tangibile, spesso soprattutto dal punto di vista edilizio, a scapito di ciò che non è immediatamente traducibile in metri quadri.

Di fronte a queste sfide, una classe politica abituata a governare sulla base delle idee migliori del tessuto che le stava attorno andrebbe in crisi comunque, anche se non fosse essa stessa da troppo tempo abituata ad una selezione interna più disposta a premiare le appartenenze che il merito. Figuriamoci poi se si sommano i due fenomeni…

Nell’approcciare il futuro della nostra Regione, credo che dovremo pensarla come a una grande (e bella) nave. Una nave possente, costruita in tempi ormai remoti, e mantenuta efficiente da una attività di manutenzione che le ha garantito una quasi sempre buona navigazione. Ma nel ringraziare chi ci ha portato sin qui, non possiamo raccontarci che basta ancora limitarsi a stringere meglio i bulloni ed oliare gli ingranaggi per continuare ad affrontare il mare in tempesta che ci attende. Serve invece una profonda rivisitazione strutturale e una metodologia nuova di navigazione. Se saremo in grado di concepirla e di metterla in campo, potremo dirci all’altezza dei nostri padri. In caso contrario, temo che saranno i nostri figli a non giudicarci all’altezza.

Giuseppe Paruolo

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