Articolo
Giuseppe Ruggieri

Il papa parroco

È già un anno e passa che la chiesa cattolica, dopo le dimissioni di papa Ratzinger, ha un nuovo papa, venuto “dalla fine del mondo”, il quale ha scelto di chiamarsi Francesco. Cos’è cambiato da allora? Lo chiediamo al teologo Giuseppe Ruggieri

La cosa che ha colpito tutti è stato il suo stile fin dal primo momento del suo incontro con i fedeli radunati in piazza San Pietro: ha salutato con un semplice “buona sera”, si è presentato come “vescovo di Roma”, ha chiesto di pregare per lui.
I giorni e i mesi successivi hanno mostrato che in quei gesti c’era un messaggio duraturo e per nulla effimero. Anzitutto si è mostrato un uomo capace di rapporti semplici, alieno dalla ieraticità che fa scomparire l’umanità reale nella funzione ricoperta. Papa Francesco sa andare alla porta per accompagnare chi lo visita, siede semplicemente a mensa nel refettorio della sua residenza, sa afferrare il telefono per intrattenersi con gli amici di un tempo o per farsi vicino e consolare la donna che cerca conforto.
Al titolo di “vescovo” ha dato un contenuto pastorale che i conoscitori della chiesa antica, quando il vescovo era di fatto il parroco della città, riconoscono molto bene. Infatti ha saputo inventare una “parrocchia” vera e propria, con la chiesa parrocchiale situata nella palazzina di Santa Marta all’interno delle mura vaticane, dove ogni giorno con la sua omelia edifica il popolo e s’intrattiene con qualcuno dei presenti.
“Vescovo di Roma” è diventato così sinonimo di “parroco universale”. L’abbandono dei palazzi apostolici come abitazione personale è più di un fatto simbolico, giacché comporta l’abbandono dello stile che fin dall’antichità ha forgiato lo stile dei papi sul modello della corte imperiale.
Ciò su cui vorrei fissare l’attenzione sono tuttavia due fatti. Il primo di essi è quello che con una certa forzatura amo chiamare il “ritorno del vangelo”. So di forzare i termini, ma lo faccio consapevolmente. Parlo cioè del vangelo annunciato da Gesù di Nazaret, ricalcato sulla profezia di Isaia al capitolo 61, quella a cui si riferì lo stessoGesù per presentare se stesso nella sinagoga di Nazaret (Cf. Luca 4, 16-30): il messaggio bello rivolto ai poveri. Non mi vergogno di dire che, nel leggere l’omelia tenuta da papa Bergoglio a Lampedusa, la commozione mi ha afferrato alla gola e ho pianto. Era dai tempi di Giovanni XXIII che un papa non pronunciava parole simili. I discorsi, le encicliche, i messaggi parlavano di qualcosa d’altro: la secolarizzazione, i progetti culturali, la “nuova” evangelizzazione, il progetto culturale, dove il vangelo veniva rivestito di vesti pesanti, complicate, intessute di analisi intelligenti, discorsi filosofici complessi e via dicendo.
Con papa Bergoglio non solo i cosiddetti cristiani comuni e i preti di frontiera, ma il vescovo di Roma ha ridato spessore al vangelo che è più grande della chiesa, che sa far avvicinare il regno di Dio ai poveri, che sa consolare e dare speranze, che senza mediazioni sa parlare a tutti gli uomini di buona volontà, credenti e non credenti. Certamente è legittimo il dubbio sulla capacità di un episcopato e di un clero, irretito nella sua maggioranza in una camicia di forza chiesastica, di adeguarsi a questo stile. Ma è altrettanto indubbio che una spina è stata piantata nella carne della chiesa.
Il secondo fatto è quello della riforma dell’istituzione ecclesiastica. Il Vaticano II ha consegnato alla chiesa la parola della collegialità: il papa non governa da solo la chiesa, ma sono i vescovi tutti che, in comunione con il vescovo di Roma e riconoscendone il ruolo di ultima istanza, guidano il popolo di Dio nel suo cammino quotidiano verso l’incontro con il Signore. Papa Bergoglio saprà riformare il governo della chiesa? Il programma lo ha enunciato. Ma qui non parlo della “pulizia” della curia romana, della razionalizzazione dello IOR o di altro ancora. Giacché si tratta invece di dar voce “effettiva” alla chiesa tutta. E non già in primo luogo per farla funzionare meglio. Una chiesa conciliare non è per ciò stesso una chiesa più santa. Anzi, con ogni probabilità, manifesterà le sue crepe con maggiore evidenza. Ma una chiesa conciliare che si riflette nel suo governo collegiale è una chiesa più “reale” e più conforme alla sua natura.
Ci sono vari escamotages per sfuggire alla consegna: il primo lo ha enunciato in diverse interviste lo stesso papa. Ascoltare tutti e decidere da solo. È questa la prassi dei superiori gesuiti. Questo implica che non riconoscerà la portata deliberativa del sinodo dei vescovi che continuerà così ad essere consultivo? Fino ad oggi di papa Bergoglio abbiamo conosciuto atti primaziali, ma non collegiali, compresa l’istituzione di quello che a mio avviso è stato denominato opportunamente “consiglio della corona” per la riforma del governo della chiesa e della curia romana.
Papa Bergoglio porta con sé una duplice eredità: quella delle chiese latino americane e quella di un provinciale della Compagnia di Gesù. Il richiamo a una chiesa povera e per i poveri è certamente un retaggio prezioso che risale alla testimonianza di quelle chiese, ricche di martiri per la giustizia e di araldi del vangelo. L’eredità di un ex provinciale gesuita potrebbe rivelarsi un peso tale da oscurare la più grande decisione dottrinale del Vaticano II: la sacramentalità dell’episcopato in forza della quale, e non per delega dall’alto, i vescovi delle chiese locali partecipano al governo e alla responsabilità della chiesa tutta.
Potrebbe accadere che proprio per la sua mentalità di governo, praticato secondo gli schemi della Compagnia, papa Francesco non sia in grado di superare quella “solitudine istituzionale” nella quale già si è venuto a trovare. Il concistoro del febbraio scorso, quello in cui è stata messa in minoranza una relazione del card. Kasper, in cui si lasciava intravedere la possibilità che la chiesa ammettesse alla comunione i divorziati risposati civilmente e alla quale il papa aveva pubblicamente manifestato il suo apprezzamento, mi sembra l’inizio di questa solitudine. Accadrà quindi che la testimonianza evangelica di questo papa rimanga prigioniera di un’istituzione rigida emonolitica? Il prossimo sinodo dei vescovi darà forse una risposta a questa domanda.
Giuseppe Ruggieri

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