Articolo
Silvia Zamboni

Come uscire dall’era fossile?

Dopo i fallimenti delle conferenze mondiali sul clima per siglare accordi internazionali post Protocollo di Kyoto qualcosa comincia a muoversi, a cominciare dall’impegno dichiarato di Barack Obama di tagliare le emissioni climalteranti, e proseguendo con la Cina che investe nelle rinnovabili più di Usa, Europa e Giappone (anche se al contempo si è accaparrata buona parte delle riserve di carbone). Silvia Zamboni da sempre impegnata per la difesa dell’ambiente ci parla delle risorse energetiche su cui puntare.

I cambiamenti climatici si sa che derivano dall’aumento della temperatura terrestre prodotto dall’accumulo in atmosfera delle emissioni dei gas serra che in larga parte derivano dall’uso dei combustibili fossili, ma anche dagli allevamenti intensivi, dalle discariche, dall’agricoltura chimicizzata, dai mezzi di trasporto non elettrici. Ragion per cui da decenni l’IPCC – la task force di scienziati dell’Onu che studia i cambiamenti climatici – ammonisce i governi che l’aumento della temperatura terrestre da qui al 2050 deve essere mantenuto entro 2 gradi al massimo per evitare conseguenze catastrofiche per la vita dell’uomo sul pianeta. Di conseguenza occorre diminuire le emissioni di gas serra.
Strada obbligata è quella della transizione ad un sistema energetico low-carbon, ovvero a basse emissioni di carbonio e addirittura zero-carbon ove già possibile, ad esempio nella nuova edilizia, come già prevede ad esempio il Regno Unito, paese in cui una legge impone che dal 2016 tutte le nuove costruzioni devono essere zero-emission, ossia auto-produrre l’energia verde che consumano.
Il tandem energetico con cui pedalare verso l’età solare post-fossile ha due ciclisti sui sellini: l’efficienza energetica, per ridurre i consumi, e le fonti rinnovabili per coprire con l’energia verde i consumi energetici residui. Va quindi programmata un’uscita graduale dall’era fossile, tenuto conto dei fattori ambientali che impongono di ridurre le emissioni di gas serra, ma anche di quelli economici (il raggiungimento del peak-oil renderà l’estrazione del petrolio anche economicamente ed energeticamente svantaggiosa), e di quelli geopolitici (l’intensificarsi dell’instabilità delle regioni da cui importiamo gas metano e greggio, o di quelle attraversate da gasdotti, che ha portato in primo piano, a danno delle tematiche ambientali, il problema della “sicurezza energetica”, intesa come sicurezza degli approvvigionamenti).
Quanto poi al nuovo miraggio, quello dello shale gas a basso prezzo made in Usa, anche questa è una “bolla energetica” destinata a sgonfiarsi, secondo Gianni Silvestrini, direttore scientifico di Kyoto Club, a causa “dell’elevatissimo tasso di declino della produzione dei pozzi e degli enormi capitali necessari per tamponare il calo di produzione”. I numeri citati da Silvestrini parlano chiaro: “Nel 2012 sono stati spesi 42 miliardi di dollari per perforare settemila nuovi pozzi a fronte di entrate per 32,5 miliardi di dollari dalla vendita del gas”.

Il problema politico per l’Europa

Proprio sulla modulazione di questa transizione all’era post-fossile, in parte già in corso, si giocherà anche una delle prime battaglie politiche all’interno e tra gli organi in via di costituzione che guideranno l’Unione europea nel prossimo quinquennio. Un antipasto di questo confronto ci è già stato servito nel primo trimestre di quest’anno (l’ultimo della passata legislatura europea), quando Commissione Barroso e Parlamento europeo si sono scontrati sugli obiettivi da imporre all’Unione europea da qui al 2030: mentre la Commissione (vedi la Comunicazione sul Quadro per le politiche dell’energia e del clima per il periodo dal 2020 al 2030) era a favore dell’obiettivo del 27% di consumi finali di energia coperti dalle rinnovabili, il Parlamento europeo era per il 30%. A marcare ulteriormente questo braccio di ferro si è aggiunta la mancata indicazione, da parte della Commissione, di un obiettivo vincolante in materia di efficienza energetica.
Mentre il target proposto di riduzione del 40% delle emissioni di CO2 è assolutamente insufficiente rispetto alla necessità di abbassarle del 80- 90% al 2050, come si è impegnata a fare la Ue, per cui al 2030 bisognerebbe attestarsi già su un – 55%. Ovviamente di parere opposto è la lobby dei fossili, che ha evidentemente goduto di buon ascolto a Bruxelles, se consideriamo la fetta di incentivi di cui hanno beneficiato i fossili: mentre sui media impazzava la guerra alle rinnovabili super-sovvenzionate, è venuto fuori un dato (citato da Monica Frassoni nel libro “Un’altra Europa”), che rovescia il panorama: “i sussidi pubblici totali per la produzione energetica nella Ue nel 2011 ammontavano a 26 miliardi di euro per i combustibili fossili (a cui vanno aggiunti 40 miliardi di euro per le spese sanitarie correlate), a 35 miliardi per l’energia nucleare e a 30 miliardi per le energie rinnovabili. Questo significa che su un totale di 131 miliardi di euro le energie rinnovabili nel 2011 hanno ricevuto una quota di sussidi del 23%”.

E l’Italia?

E l’Italia, che paga ogni anno una bolletta energetica che nel 2012 ha toccato la cifra record di 64 miliardi di euro, come si sta muovendo rispetto ai temi della sicurezza e della transizione energetica? Dopo essere stata nel 2011 il campione mondiale per nuova potenza fotovoltaica installata, il nostro paese ha attraversato una fase di forte instabilità in materia di incentivi alle rinnovabili, con ripercussioni negative su questo comparto industriale, che invece aveva dato prova di grande dinamicità in una fase economica stagnante al limite della recessione. E’ evidente che con la caduta dei prezzi del fotovoltaico gli incentivi andavano ridimensionati. Ma lo si è fatto in maniera irrazionale. Nonostante questi scossoni, le rinnovabili sono andate avanti e oggi un terzo dell’elettricità prodotta in Italia viene da idroelettrico, geotermica, biomasse, eolico e solare.
Rispetto alla questione della sicurezza energetica, per ridurre la dipendenza dall’import di gas naturale secondo Silvestrini occorre accelerare, sul fronte della domanda, l’introduzione di pompe di calore ad alta efficienza, caldaie a biomassa e solare termico (quello per scaldare l’acqua), favorire la diffusione delle rinnovabili elettriche, in particolare del fotovoltaico, ormai avviato a reggersi senza incentivi, e infine lanciare il biometano (ottenuto da scarti agroindustriali, discariche, mega allevamenti, depuratori).
Sul fronte della domanda, poi, bisogna puntare sulla riqualificazione energetica degli edifici: con un taglio annuale dei consumi dell’1,5% nel settore civile, in dieci anni si arriverebbe a risparmiare l’equivalente di oltre un terzo (8 miliardi di metricubi) dell’importazione di gas metano dalla Russia (pario a 22 miliardi di metricubi). E si ridarebbe fiato al settore dell’edilizia. Riconfermando che oggi le ragioni dell’ambiente vanno più che mai a braccetto con quelle dell’economia.
Silvia Zamboni

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