Articolo
Luigi Mariucci

La crisi e il lavoro. Come uscirne?

Anche a Bologna la crisi sta mettendo alle corde la qualità della vita e le prospettive dell’intera città e, soprattutto, dei giovani. Abbiamo chiesto a Luigi Mariucci, ordinario di Diritto del Lavoro, un suo parere ed alcune indicazioni su come si dovrebbe/potrebbe agire per invertire questa deriva negativa

I dati parlano da soli. Più di 80.000 iscritti ai centri per l’impiego e in cerca di lavoro, un terzo dei quali sotto i trenta anni, 12.000 lavoratori in mobilità, 28.000 in cassa integrazione, in cinque anni un tasso di disoccupazione cresciuto dal 2,2% al 7% e la produzione industriale calata di un quinto, l’80% delle assunzioni a tempo determinato e comunque di tipo precario. E parliamo di Bologna, una provincia e una città caratterizzate tradizionalmente da un tasso elevato di benessere e coesione sociale. Se poi guardiamo ai dati nazionali, a partire dal 40% di disoccupazione giovanile nel meridione, il quadro che emerge è ancora più preoccupante. Sono i numeri di una crisi profonda, di una recessione che non sembra avere termine, che in Italia si incrocia con una crisi politica, di sistema politico e di etica pubblica senza precedenti. Come uscirne? Qualcosa possono, certo, le politiche locali, dal comune alla regione: dedicare tutte le risorse disponibili alle politiche di formazione e inserimento al lavoro, rendere più efficienti i centri per l’impiego, intervenire con sostegni pubblici sulle situazioni di più acuto disagio, usare a fondo gli incentivi previsti per la stabilizzazione dei rapporti di lavoro, rafforzare i meccanismi di integrazione tra scuola e lavoro, potenziare le scuole tecniche, vigilare sul corretto svolgimento dei percorsi formativi di inserimento nel mercato del lavoro, dagli stages ai tirocini all’apprendistato, sostenere progetti di sviluppo locale e di nuova imprenditoria specie giovanile. Ma è evidente che la soluzione non può venire che da un cambiamento radicale a livello quanto meno delle politiche nazionali.

Bulimia legislativa

Si dovrebbe in primo luogo riconoscere che la bulimia legislativa in tema di flessibilità del lavoro dell’ultimo decennio, dalla legge Biagi alle leggi Sacconi alla legge Fornero, ha prodotto il risultato di favorire la crescita geometrica della precarietà e di deprimere qualità e produttività del lavoro e dell’impresa, senza alcun risultato positivo sul piano occupazionale. Si sono anzi favorite forme di vera e propria speculazione sul lavoro illudendosi di acquisire margini di competitività facendo leva sulla riduzione dei salari e delle tutele, quando è evidente che solo sul piano della qualità dei prodotti e quindi investendo su formazione, innovazione e ricerca l’Italia può tornare ad essere competitiva sui mercati globali. Non a caso anche a Bologna le imprese che reggono meglio e riescono a mantenere ed anzi accrescere quote di export sono quelle dove ci si è concentrati sul modo in cui produrre con più qualità, e dove il lavoro viene considerato una risorsa e non una zavorra da cui liberarsi per ridurre i costi: dove si fanno buoni contratti collettivi, si coltivano positive relazioni sindacali e si promuovono politiche di coinvolgimento e non di marginalizzazione dei dipendenti. Invece che perdersi in sterili dibattiti sulla modifica dell’art.18 dello Statuto dei lavoratori – come si è fatto al tempo del governo Monti – mentre intanto dilagavano riduzioni di personale e chiusure di aziende, occorre introdurre misure di drastica semplificazione delle normative sul mercato del lavoro, per un verso incentivando le assunzioni a tempo indeterminato e per l’altro riducendo i contratti temporanei ad alcune figure essenziali (apprendistato, lavoro a termine, contratto di inserimento). Così come va costruito un vero e proprio “piano industriale” in quei settori della pubblica amministrazione, dalla scuola all’Università agli enti locali fino al servizio sanitario, in cui il blocco dei concorsi e i tagli indiscriminati hanno prodotto la perversione di un vastissimo precariato e di un invecchiamento degli organici che sono l’esatto contrario di ciò che serve ad un rilancio della funzione pubblica.

Assegno universale di disoccupazione

L’altra misura ormai indifferibile consiste nella introduzione di un assegno universale di disoccupazione per tutti coloro (giovani, donne, lavoratori maturi) che hanno perso il lavoro e che lo cercano veramente, non un sussidio assistenzialistico generalizzato, ma un sostegno selettivo al reddito finalizzato alla formazione e all’avviamento al lavoro attraverso servizi per l’impiego degni di questo nome. Tutto questo non si potrà fare se non ponendo mano a un drastico spostamento di risorse dalla rendita e dai patrimoni al lavoro. Cruciale è il tema della riduzione del carico fiscale sul lavoro e sulle imprese, che è la vera barriera che si frappone all’avvio di una nuova imprenditorialità e di politiche espansive dell’occupazione. Così come è decisivo un drastico riassetto della macchina burocratica e istituzionale in cui si annidano le vere ragioni della crescita della spesa pubblica improduttiva, dai costi dei pletorici apparati centrali e periferici dello stato stimati nel doppio (vale a dire nell’1% del Pil equivalente a 15 miliardi annui) rispetto ai paesi europei più avanzati alla quantità sterminata di privilegi che si annidano nei piani alti della struttura pubblica, a cominciare dalle retribuzioni dei manager e dei molti boiardi di Stato.

Evitiamo le ricette miracolistiche

Bisogna quindi diffidare di chiunque si esercita in facili slogan e ricette miracolistiche. L’Italia non uscirà dalla crisi grazie a qualche provvedimento taumaturgico, ma in ragione di un radicale riformismo sistemico capace di riavviare la dinamica di una crescita sostenibile e di invertire un trend ormai lungo vent’anni che vede allargarsi la forbice delle disuguaglianze e delle ingiustizie sociali, mentre crescono, come sempre accade quando declinano valori e vincoli morali, le pratiche corruttive e i comportamenti illegali. Questo implica un vero e proprio mutamento di paradigma sul piano politico, economico e culturale, tale da far tornare il lavoro, nelle sue molteplici forme, ad essere il tema centrale delle politiche pubbliche. Senza di questo ci si avvia fatalmente verso un declino inarrestabile, in cui lo smarrimento del nesso tra lavoro e cittadinanza, diritti civili, politici e sociali, è destinato a minare nel profondo gli stessi fondamenti della democrazia e dello Stato di diritto.
Luigi Mariucci

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