Articolo
Angelo Casali, Paola Casali

La battaglia di Ronzano

Bologna è sempre stata una città ricca di realtà associative e culturali aperte alla riflessione, discussione, formazione e concreta attività su temi e problemi strettamente legati agli ideali ed alla vita della comunità locale ed internazionale. Come tutti i gruppi in qualche modo basati sul volontariato, l’efficacia della loro azione è legata allo slancio ed alla capacità dei singoli e di tutti, cose che, a volte, si esauriscono nel tempo. Capita però abbastanza spesso anche che esperienze molto interessanti e durature vengano messe a dura prova da fattori esterni, difficili da comprendere, che meritano un approfondimento. Pubblichiamo una lettera che affronta una vicenda ed un dibattito in corso, insieme ad un riquadro che delinea sinteticamente alcune delle attività svolte all’Eremo Ronzano.

Quando saranno date alle stampe queste righe, forse le vicissitudini legate all’Eremo di Ronzano non saranno più all’ordine del giorno. Nulla di cui stupirsi: visto che la tragedia dei migranti a Lampedusa, dei quali vengono celebrati i funerali di stato a 500 km dal luogo dove hanno trovato la morte, sarà altresì “acqua passata”, dopo i soliti dibattiti e le dichiarazioni inconcludenti.
Nei mesi scorsi, sono apparsi diversi articoli sui quotidiani locali in merito alla decisione dell’Ordine dei Servi di Maria di affidare la gestione dell’Eremo all’associazione dei reduci Giuliano-Dalmati; contro questa scelta operata dal Consiglio Provinciale dell’Ordine è seguita una generale e compatta “levata di scudi” Certamente Ronzano ha rappresentato per Bologna un rifugio nel quale i cattolici progressisti (tra cui anche molti laici) hanno tentato di costruire una idea di essere “chiesa” diversa da quella istituzionale (con conseguenti “scomuniche”, vedi alla voce fra Benito allontanato da Ronzano per aver firmato l’appello contro la legislazione sul testamento biologico).
Senza dubbio la decisione dell’Ordine (ben supportata dalla Curia) è da combattere con tutte le modalità possibili. Forse però è bene incominciare ad allargare un po’ il discorso.
Proviamo ad analizzare la situazione ponendoci alcune domande: cosa ci potevamo aspettare da un Ordine che ha tra le proprie priorità la gestione dei propri possedimenti? Un Ordine il cui Priore Provinciale (fra Gino Leonardi) pare nemmeno sfiorato dalle aperture conciliari (proprio all’Eremo abbiamo assistito allibiti a una sua omelia che ha fugato ogni dubbio) e che con questa decisione mira a concentrare i pochi frati disponibili nella sede di Strada Maggiore onde rinverdirne i fasti (Quali? Quelli di Padre Santucci?).
Potevamo davvero pensare che la Curia volesse opporsi e impedire che si distruggesse una realtà vitale del territorio? Da Padre Fabrizo Valletti in poi, per quante volte abbiamo assistito impotenti allo stesso copione? A Bologna in particolare ogni istanza di rinnovamento è stata sistematicamente tacitata. Ne è un esempio il breve contatto da noi avuto in merito alla catechesi dei giovani (cifre alla mano, un disastro totale per loro stessa ammissione): quando il discernimento è stato indicato come prerogativa esclusiva del clero, abbiamo capito che era in atto l’ennesimo tentativo di imbrigliare all’interno dei canoni istituzionali ogni esperienza di catechesi che non fosse quella tradizionale.
Bene, siamo tutti d’accordo su questo punto? E quindi? Tutti contro il clericalismo imperante e basta? La faccenda secondo noi è un po’ più complessa. A Ronzano è in atto una battaglia per il potere (nelle diverse forme in cui si manifesta).
Esiste il potere dell’Ordine che cerca di perseguire le proprie politiche, adducendo, pratica comune e consolidata, la mancanza di vocazioni (vogliamo fare paragoni con quanto accade in Sud America o in Africa per quanto riguarda il rapporto pastori-pecorelle?).
Ma esistono anche all’interno di Ronzano le posizioni, naturalmente diversificate, dei frati che hanno rifiutato di abbandonare l’Eremo, disobbedendo ai propri superiori (certamente per motivi molto più cristiani che il semplice presidio della struttura onde evitare possibili invasioni di extracomunitari). Queste posizioni, nel migliore dei casi, mirano al mantenimento dello status quo. Ossia di creare a Ronzano un’oasi ristoratrice per quei credenti che sono alla ricerca di qualcosa di più profondo di una religione imposta dall’alto. Indubbiamente, per quel che passa il convento (!), non è poco, ma riteniamo che sia il momento di cercare di fare uno scatto in avanti.
L’atteggiamento dei frati di Ronzano, pur critico nei confronti delle scelte dell’Ordine, non ci pare adeguato; in pratica, queste forze (r)innovatrici si accontentano di criticare l’istituzione ecclesiastica, senza proporre nessun serio tentativo che ne limiti il potere (compreso il loro).
In ultima analisi, sono anch’esse posizioni conservatrici che sanciscono il fatto, noto ai frequentatori di Ronzano, che l’anima progressista e conciliare di Ronzano, dopo l’ allontanamento di fra Benito, si sia affievolita (dove sono finite le settimane di convivenza, per esempio?).

Che fare?

Crediamo che sia ora di pensare ad un rinnovamento radicale, che preveda un coinvolgimento pieno anche dei laici nel modello di Chiesa che si dovrà praticare. Non esiste alternativa, il modello attuale, se mantenuto, è destinato al fallimento.
Ribadiamo che una rottura con il senescente modello di cristianità attuale sia ormai ineludibile.
Allora partendo da Ronzano, proviamo a mettere in pratica quello che pensiamo sia giusto. Dov’è finita la sbandierata corresponsabilità richiesta ai laici ? Il motto è: siate coresponsabili di quanto decidiamo e adeguatevi? Cominciamo per esempio a invitare il Consiglio Regionale dell’Ordine a fare una disamina pubblica dei progetti che sono stati rifiutati dallo stesso, illustrando le motivazioni di tali scelte. Potrebbero sfruttare l’occasione per spiegare quali finalità abbia, invece, la decisione di darlo in gestione all’Associazione dei reduci Giuliano-Dalmati.
Potrebbero anche convincerci che nell’idilliaco “Eremo nostrum” non c’è nessuno scontro in atto e nessuna difesa di interessi particolari e che la decisione presa non ha come fine semplicemente “un miglior utilizzo delle strutture che permettesse anche un più adeguato utile” (cf. http://www.prg.servidimaria.net/notizie /archivio/DoL_agosto_settembre %202013.pdf), ma almeno che sia detto alla luce del sole.
Angelo e Paola Casali

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