Articolo
Walter Vitali

Democrazia deliberativa e città metropolitana

Walter Vitali ci ha cortesemente inviato il testo del suo intervento in occasione del convegno “La figura di don Giuseppe Dossetti: dal Libro Bianco alla città metropolitana” del 29/10/2013 organizzato dal Quartiere San Vitale nell’ambito della Festa internazionale della storia. Insieme ai “flash – back” che con pari amicizia Giancarlo Lenzi ha scritto per questo stesso numero, apriamo così una finestra su una Bologna diversa e spesso rimpianta. Altri pregevolissimi interventi nello stesso convegno sono stati tenuti da Rolando Dondarini, Alberto Melloni e Enrico Galavotti. In particolare, quest’ultimo è disponibile qui.

L’ultima parte dell’intervento di Enrico Galavotti ha posto una questione molto interessante. Se, ed in quale misura, il Libro bianco si configurò come una sconfitta o una “mezza vittoria”, come ebbe a dire lo stesso Dossetti nel discorso pronunciato in occasione del conferimento dell’Archiginnasio d’Oro del 1986. Secondo me fu tutte e due le cose, e per certi versi fu una vittoria piena sul PCI del 1956.
Il XX Congresso del PCUS si era tenuto in quell’anno e aveva avviato la destalinizzazione. Palmiro Togliatti promosse il rinnovamento della vecchia classe dirigente che aveva guidato la resistenza, e che in larga parte era su posizioni staliniste, con l’VIII Congresso che affermò nello stesso anno l’idea della “via italiana al socialismo”.
Ma a Bologna e in Emilia-Romagna il rinnovamento tardò ad arrivare.
Il gruppo dirigente comunista che Dossetti aveva sfidato era ancora quello della vecchia guardia, che lui accusò di “immobilismo conservatore”.
E il Libro Bianco fu il frutto della scelta coraggiosa di circondarsi di giovani come Achille Ardigò, Luigi Pedrazzi e Nino Andreatta i quali, insieme a Osvaldo Piacentini, ne furono gli autori.

Vecchia e nuova guardia nel PCI

Pur con i toni soft che erano in uso allora nella liturgia comunista, la stessa critica di “immobilismo conservatore” fu mossa, nella sostanza, dalla nouvelle vague di Guido Fanti alla vecchia guardia stalinista nella Conferenza programmatica regionale del PCI del 1959. Fu da quel momento che iniziò il rinnovamento della classe dirigente comunista che portò nella giunta del comune di Bologna intellettuali come Giuseppe Campos Venuti, Athos Bellettini e Renato Zangheri, insieme ad amministratori di valore ispirati da idee nuove come Umbro Lorenzini.
Non c’è dubbio che la sfida di Dossetti del ’56 contribuì a promuovere il cambiamento del PCI, il quale si affermò anche dialogando e assumendo alcune delle idee fondamentali del Libro Bianco. Su questo si registrò la piena vittoria di Dossetti.
Ciò non avvenne solo per i quartieri.
All’inizio degli anni ’60 si invertì l’indirizzo del precedente piano regolatore che prevedeva una città di un milione di abitanti con un’espansione edilizia anche sulla collina. Nel 1963, con il Piano di sviluppo, si passò dal bilancio in pareggio al deficit spendig e agli investimenti per le infrastrutture a sostegno dell’economia (Fiera, Centergross, Interporto, ecc.).
Tutto questo si affermò attraverso conflitti, anche aspri, nel gruppo dirigente del PCI bolognese sotto la coltre ovattata del “centralismo democratico”.
Né fu senza scosse la delicata questione della successione a Giuseppe Dozza nel 1966. Vi furono provvedimenti disciplinari nei confronti del cosiddetto “gruppo Soldati”, il quale sosteneva la necessità di un’apertura del PCI nei confronti del centrosinistra che stava nascendo e i cui componenti furono accusati di frazionismo interno.

Quartieri: dalla riforma del 1976 ai nostri giorni

La concezione dossettiana dei quartieri ebbe un destino diverso, e fu almeno parzialmente sconfitta. Come ha giustamente sostenuto nel suo intervento Alberto Melloni, Dossetti pensava ai quartieri come espressione di articolazione organica della città e di comunanza di destino tra le persone.
Invece la strada che presero i quartieri fu quella del decentramento amministrativo, in modo particolare a partire dalla legge del 1976 che introdusse l’elezione diretta dei consigli.
L’attuazione di quella legge coincise infatti con l’inizio della loro crisi. Con la fine degli anni ’70 terminò la stagione della partecipazione che a Bologna aveva visto i quartieri al centro della fase di realizzazione dei servizi sociali (nidi e scuole dell’infanzia, centri civici, centri sportivi) la quale fu caratterizzata da un forte coinvolgimento dei cittadini.
Ricordo che nel 1985, quando ero assessore al decentramento del comune di Bologna, vi fu un importante dibattito in consiglio comunale in occasione della decisione di passare da 18 quartieri a 9. Si contrapposero allora due ipotesi, quella della giunta che poi passò e quella del gruppo della DC la quale proponeva di farne 24, più piccoli e più vicini ai cittadini. Quella proposta era sicuramente più vicina all’idea di Dossetti dei quartieri come comunità, mentre la nostra li concepiva come istituzioni che erano ormai diventate parte integrante dell’amministrazione comunale. E già allora volgevamo lo sguardo verso la città metropolitana.
Il tema fu poi ripreso nel 1994, quando dopo la legge n. 142 del 1990 Bologna fu la prima città a ribaltare la logica centralistica della legge e a fare un Accordo volontario per la città metropolitana che diede vita alla Conferenza metropolitana dei sindaci.
È un esempio citato nella letteratura internazionale, poiché iniziò in quel modo in diverse parti d’Europa un processo di costruzione delle città metropolitane dal basso.
Con la sconfitta del centrosinistra nel ’99 quel progetto si arenò. Ora se ne sta parlando di nuovo, e dopo la sentenza della Corte costituzionale del luglio 2013, che ha annullato tutta la normativa recente, il parlamento è di nuovo alle prese con una legge.
Le questioni fondamentali a me paiono due. La prima è che deve essere garantita l’autonomia statutaria delle città metropolitane, in modo che ciascuna di esse si possa dare uno statuto pienamente corrispondente alle sue caratteristiche e differenziato rispetto alle altre. Sarebbe significativo che questo processo costituente avvenisse in occasione dei novecento anni del comune di Bologna, di cui ci ha parlato Rolando Dondarini.
La seconda riguarda il tema della democrazia deliberativa, cioè di procedure volte a coinvolgere i cittadini in una partecipazione orientata a deliberazioni (giurie dei cittadini, sondaggio deliberativo, electronic Town Meeting) che avvengano prima delle decisioni degli organi amministrativi, e con le quali questi ultimi debbano confrontarsi. Nello statuto della città metropolitana potrebbe essere inserita la procedura del debat public francese sulle principali opere pubbliche.
Walter Vitali

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