Articolo
Ugo Mazza

Dal “no al consumo di suolo”, verso la rigenerazione urbana

Si parla oramai continuamente un po’ da parte di (quasi) tutti del fatto che si deve smettere di estendere indiscriminatamente il consumo del suolo, poi però constatiamo che il consumo continua imperterrito. Esistono molteplici delibere al riguardo ovunque. Tutto bene? Ugo Mazza, ex-consigliere regionale ci dice in questo articolo: “Non credo: sono necessari obiettivi pubblici chiari e nuove regole urbanistiche”.

Ugo MazzaNel 1963 uscì nelle sale il film “Le mani sulla città” di Francesco Rosi: titolo e film da non dimenticare.
Così come non va dimenticata la fine politica del ministro Sullo, DC, che negli stessi anni presentò un progetto di legge urbanistica che limitava la speculazione sui suoli, raccontata nel bel libro “ La città dolente” di Vezio De Lucia.
A quel tempo il bisogno di case giustificava l’espansione urbana ma Rosi nel film denunciò, dietro questo bisogno, il malaffare, l’arroganza dei costruttori e la complicità di amministratori corrotti per trasformare i terreni agricoli in edificabili per speculare sulla rendita fondiaria: invece di patate crescevano palazzi, e Sullo cercò di rompere la catena.
Ricordare quel film significa dimenticare le differenze tra oggi e ieri, storiche, economiche e sociali, ma avere sempre presente che la rendita sui suoli e per la loro diversa posizione è ancora imperante e che il suo intreccio con il profitto industriale, dato dalla produzione edilizia, è ancora oggi il motore malato dell’edilizia del nostro paese.
Oggi tanti, a volte troppi, parlano contro il consumo di suolo e propongono di rigenerare le città ma pochi ci parlano delle nuove regole necessarie per un processo economico e sociale di tale portata, condivisibile nelle sue motivazioni.
Non vorrei che il titolo “Le mani sulla città” diventasse il titolo di questa nuova fase edificatoria. In fondo la rigenerazione urbana è “mettere le mani sulla città”: distingue “il come”, servono regole nuove.
Per dirla in altri termini non vorrei che esaurita la spinta per raccattare la rendita assoluta, cioè la differenza del valore del terreno agricolo rispetto a quello edificabile, si puntasse solo a raccattare la rendita differenziale, cioè la differenza di valore delle aree tra prima e dopo la ristrutturazione degli edifici esistenti, con abbattimento o meno; intervento che valorizza in modo esponenziale la rendita dell’area per la sua peculiare collocazione, molto ma molto di più del valore dato dal profitto industriale generato dal processo produttivo e dalla qualità del prodotto stresso. La complessità nella rigenerazione urbana sta nel distinguere la rendita dal profitto.
Nelle aree agricole era forse più semplice ma, come scrive Vezio De Lucia nel suo libro (titolo premonitore?) la limitazione della rendita assoluta fu oggetto di un duro scontro senza soluzioni legislative adeguate.
Ma non per questo, anzi, si dovrà rinunciare a proporre una legislazione adeguata al progetto di rigenerazione urbana, capace di distinguere il profitto dalla rendita e di usarne una sua parte per finanziare la qualità del progetto urbanistico che motiva l’intervento stesso nell’ambito di un progetto pubblico di riqualificazione urbana.
Infatti, è fuor di dubbio che la rendita differenziale sulle aree già edificate non è frutto del lavoro, ma dell’aumento di valore dell’area stessa a seguito del processo di ristrutturazione deciso dalla pubblica amministrazione. Nelle norme e nei regolamenti attuativi andranno quindi previste anche le modalità di valutazione della rendita e del suo parziale prelievo, per realizzare la qualità dell’intero comparto che concorre a determinare il plus valore delle aree interessate, che è ben più elevato della somma del valore industriale dei singoli edifici, ristrutturati o ricostruiti.
È del tutto evidente che per affrontare questa nuova fase urbanistica sono necessarie nuove norme e regole nazionali e locali altrimenti si rischia di essere travolti da una nuova e grande speculazione: “le mani sulla città” per l’appunto.
Un piccolo esempio di questo pericolo può essere dato da quanto è successo nella nostra realtà con lo “sprawl” contro cui molti, silenti ieri, parlano oggi: ma questa “crescita di villette in area agricola” non è frutto dell’abusivismo ma dei Piani regolatori approvati da Comuni, Province e Regione.
Ecco, non vorrei che la storia si ripetesse, non in farsa ma in dramma.
La storia urbanistica della nostra regione, proprio per la sua qualità “passata”, spinge a riflettere sull’indebolimento progressivo del “rito emiliano-romagnolo” di governo del territorio per il lento ma costante indebolimento dell’apparato di norme che lo presiedevano fino a giungere alla “urbanistica contrattata” evidenziata in modo esplicito dagli “accordi di Programma” che i Consigli Comunali adottano quasi come voto di fiducia verso il Sindaco che li ha già sottoscritti.
Questo “impoverimento della norma” è l’altra faccia della medaglia del progressivo esaurimento del sistema alleanze politico-sociali della sinistra in Emilia-Romagna, come del contrapposto sistema di alleanza della destra.
Questo confronto/scontro programmatico e strategico tra la destra e la sinistra, in cui si dividevano le varie associazioni economiche, si è via via sciolto lasciando lo spazio a un sistema consociativo in cui prevale la convergenza dei vari poteri economici rappresentati da un “tavolo unico degli interessi” sempre più in grado, anche per logiche economiche compensative al loro interno, di contrattare e condizionare le Istituzione Elettive, sempre più prive di una “loro cultura”.
In molti casi, grazie ad azioni lobbistiche sempre più perfezionate, sono riusciti a orientare le norme penetrando nel sistema decisionale privo di regole per la trasparenza e il controllo facendo apparire le loro richieste come obiettivi di interesse generale, la crescita come un bene di tutti.
Il “lobbismo” non è di per sé un fatto negativo: lo diventa in modo drammatico se le Istituzioni sono prive di regole che garantiscano la trasparenza delle azioni lobbistiche e se, mancando la parità tra loro, il tavolo pende sempre verso una parte sola, quella dei “poteri forti”: è con amarezza che ricordo che la mia proposta di legge sulla trasparenza delle lobbies fu bocciata nel 2005 con voto quasi unanime dal Consiglio Regionale dell’Emilia-Romagna.
Solo leggi nazionali e regionali per il riconoscimento e regolamento delle lobbies, la parità e trasparenza della loro partecipazione al processo legislativo e normativo, potrà determinare quel salto di responsabilità necessario perché le Assemblee Elettive assumano e affermino in modo netto la loro autonomia nella decisione finale.
Trovo che questa sia una condizione preliminare per affrontare questa nuova fase urbanistica definita dal passaggio dal “consumo di suolo” alla “rigenerazione urbana”.
Passaggio che richiede “una nuova stagione del governo del territorio” e un “cambiamento profondo del modo di governare”, anche qui da noi in Emilia-Romagna, con precisi capisaldi:

  • approvare una nuova legge nazionale sui suoli, per regolare le trasformazioni urbane e l’uso della rendita differenziale prodotta dalla rigenerazione urbana quale interesse pubblico da utilizzare, in tutto o in parte, per la qualità urbana;
  • assumere quale priorità alla definizione degli ambiti di rigenerazione urbana precise norme di tutela dei centri storici appositamente individuati e di edifici o parti urbane di particolare pregio storico e culturale oltre a limiti e norme di tutela del paesaggio nel rispetto delle peculiarità generali e specifiche per la tutela degli spazi urbani, dei profili della città in relazione alla peculiarità del sito e dei panorami consolidati e ritenuti un valore proprio della comunità;
  • approvare una nuova legge che, separandole dalle “opere pubbliche”, ricollochi la realizzazione delle “opere di interesse pubblico” all’interno dei procedimenti urbanistici e dei Piani adottati dalle Assemblee Elettive di sviluppo economico, sociale ed energetico;
  • superare l’urbanistica contratta, affermare il ruolo decisionale dei Comuni nella scelta degli ambiti di intervento per la rigenerazione urbana e definire i criteri per la contrattazione con gli investitori sulle aree interessate in via preliminare con atto del Consiglio Comunale in cui siano indicati gli obiettivi di qualità e i limiti al Sindaco e agli uffici interessati per la elaborazione dei piani attutivi che saranno poi verificati e approvati dal Consiglio Comunale stesso;
  • definire le modalità per l’attivazione di un processo partecipativo negli ambiti così individuati dal Consiglio Comunale per coinvolgere, oltre ai progettisti e agli operatori interessati, anche i cittadini che vivono e lavorano nell’ambito stesso per concorrere alla definizione e al controllo degli obiettivi di qualità concordati e dei limiti storico-ambientali posti all’intervento, sia per i singoli edifici che per l’intero comparto di rigenerazione urbana:
  • definire criteri di valutazione e unità di misura chiari e controllabili atte a definire la qualità e la sostenibilità delle nuove costruzioni e dell’ambito urbanistico rigenerato in particolare per l’integrazione con il trasporto pubblico, la mobilità interna essenzialmente pedonale e ciclabile, il verde e la dotazione dei servizi, il recupero e il riciclo dell’acqua e la realizzazione di “edifici con involucro a consumo energetico quasi zero”, realizzati con materiale riciclabile al momento dell’abbattimento.

Capisaldi certamente vaghi ma non astratti, da discutere con le persone consapevoli e competenti per arrivare prima ed evitare di scoprirci poi tutti bravi nel criticare quello che hanno o che abbiamo fatto.
Ugo Mazza
Bologna, 19 novembre 2013

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