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Flavio Fusi Pecci

Allibiti

Flavio Fusi PecciMan mano che passano i giorni i sentimenti di preoccupazione, incredulità, forte rabbia che sono via via cresciuti ovunque smisuratamente in questi ultimi anni caratterizzati da un progressivo e sempre più rapido declino della società, a tutti i livelli, stanno convergendo insieme verso uno stato di (apparente) rassegnazione agli eventi, dominata da alcuni aspetti, tutti pericolosamente negativi.
Il primo: l’incredibile ed incessante succedersi di scandali e scaldaletti ha praticamente ridotto a zero non solo la fiducia nei partiti e, più in generale, nella politica, ma ha minato alle fondamenta il rispetto e la fiducia nelle istituzioni. Tutto è inadeguato e/o corrotto.
Il secondo: la reazione a questo stato delle cose ha inevitabilmente portato, da una parte, alla progressiva perdita di ogni speranza (specialmente fra i giovani) e, dall’altra, all’aumento esponenziale di forme esasperate di individualismo personale e collettivo (singoli, gruppi, associazioni, partiti, lobbies, etc.) che contribuiscono a distruggere quel poco di rete sociale, culturale ed economica che resta, senza aprire alcuna via per una reale inversione di tendenza.
Il terzo: la crisi economica generale che infierisce in modo forse irreversibile sull’Europa e, in modo ancora più radicale e violento sull’Italia per i noti problemi ed errori storici, mostra oramai in modo incontrovertibile come il modello di sviluppo economico, ambientale e culturale in cui viviamo sia di fatto sbagliato e, comunque, insostenibile.
In questo contesto, mi sono chiesto: io, che mi ritengo (vagamente) di sinistra, intellettualmente palestrato, aspirante cittadino attivo (dizione oggi di moda…), etc. etc. che cosa faccio? Niente, sono allibito! E fermo, anzi, no: faccio parte dei cosidetti “progressisti” che parlano dei poveri, ma (rispetto ai poveri veri – di soldi, di opportunità, di spirito, di conoscenze, etc.) vivono da ricchi. Propongono di abolire i privilegi, ma sono privilegiati; pretendono di rappresentarli e di fornire loro le basi di equità ed emancipazione, ma non li conoscono perché non vivono sulla propria pelle la povertà (non solo materiale). In poche parole, stando nella parte “alta”, noi “progressisti” guardiamo verso il “basso” convinti di una superiorità culturale e morale, in realtà ingiustificata e (se ben analizzata) comunque immeritata, magari semplicemente ereditata.
Questo atteggiamento, tipico di una ampia fascia di intellettuali (e non) “progressisti”, porta poi a sorprendersi del fatto che non vota come vorremmo il “popolo” costituito non solo dai poveri materiali, ma anche dalle donne ed uomini che ci sono antipatici perché sono per noi (e spesso anche oggettivamente, ma perché?) “poveri” in educazione, abitudini, rispetto, estetica, legalità, morale etc. In poche parole, se a noi questo “popolo” risulta “antipatico” perché questi “antipatici” dovrebbero poi fare e votare quello che vogliamo noi?
Se non siamo in grado di spezzare in concreto questa immagine e questa realtà in cui ci siamo adagiati e di spezzare veramente il “pane” con i “poveri”, tutti i poveri, volenti o nolenti daremo comunque un contributo al crescere di quel sentimento di odio reciproco che subdolamente pervade sempre di più la nostra società. Troppo tragico e nero? Forse.
Flavio Fusi Pecci

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