Articolo
Francesco Berti A. Veli

La domenica

Questi pensieri, che ho qui messo giù, non sono fatti per convincermi ad essere … che cosa? Più docile? Più fiducioso? Più tollerante? Forse. Non ho nessuno da invocare, se non lo spirito della giustizia che mi assiste, per quanto può e vuole. E di tanto in tanto rileggo Matteo 6, 33, e mi chiedo che cosa veramente sia questa “giustizia”, nella quale anch’io, dal fondo dell’angolino in cui nascendo mi sono trovato, continuo a credere.

Francesco Berti Arnoaldi VeliNon ricordo la data. Ma eravamo negli anni Settanta. Una quarantina d’anni fa, all’ingrosso. Il Concilio era ancora vicino: apparteneva al passato prossimo. Tra le novità liturgiche, era stata introdotta la “preghiera dei fedeli” in uno spazio riservato appunto “ai fedeli”, che avrebbero avuto la parola. Le Messe erano ancora numerose, i preti non difettavano. Così era anche a San Procolo, parrocchia che nei miei ricordi di ginnasio aveva tre messe domenicali, alle 8 alle 10 e alle 12; e un cappellano in aiuto al Parroco.
Le innovazioni liturgiche erano state prese sul serio. Il cappellano, don Mario, discuteva alcuni giorni prima i temi della “preghiera ai fedeli”. L’innovazione era piaciuta specialmente ai giovani. Di fatto, i giovani partecipavano alla preparazione dei temi, domande, proposte di preghiera; e giunto il momento, salivano al microfono e dicevano quel che avevano pensato, senza intervento né del Parroco né del cappellano, e poi tornavano al loro posto.
Ho ricordato in un articolino “La voce della ragazza”, quello che mi capitò di sentire. Una frase sola, breve: “Perchè quelli che credono di possedere Dio lo cerchino”. E sono contento di aver conservato questa frase, scrivendola subito (e poi pubblicandola), perché l’innovazione liturgica non sarebbe durata a lungo.
Di fatto, le “preghiere dei fedeli” furono sterilizzate: le avrebbe dette il celebrante. Ma gente del pubblico al microfono, mai più. Non tardò ad essere distribuito, ai fedeli messalizzanti, un foglio intitolato “La Domenica”, recante settimana per settimana i testi canonici dell’ordinario della messa (antifona, epistola, Vangelo, Salmi, prefazio). In più, era comparsa una breve rubrica intitolata “Preghiera dei fedeli” con avvertenza in minuscoli caratteri “si può adattare”. Poi seguiva il testo predisposto delle preghiere “dei fedeli”, generalmente in numero di quattro o cinque. Il foglietto viene distribuito all’inizio della Messa. Quando tocca al “fedele” di dire la sua, basta che legga il testo che gli è stato assegnato. Non importa nemmeno che si scomodi ad arrivare al microfono. Basta che legga.
Così, ormai da anni, avviene regolarmente. Il foglietto con l’ordine di servizio risulta stampato dalle Edizioni Periodici San Paolo s.r.l. I testi delle “preghiere dei fedeli” sono anonimi, e coperti da un nullaosta del Vescovo di Alba in Piemonte, Giacomo Lanzetti. Lo stile lascia pensare che l’autore sia un minutante curiale: l’esposizione è modesta, sempre nello stesso ordine, la prima preghiera è per la Chiesa, poi per i cristiani perseguitati e via dicendo. Questa è una storia che non è fatta per piacermi.
Perché è una storia triste
“Preghiera dei fedeli”: questa non è “dei fedeli”, né grammaticalmente né logicamente. Preghiera dei fedeli, i quali esprimono ciò che sentono, che desiderano, che ritengono importante. Loro. Infatti il Concilio aveva voluto riconoscere una parte importante al laicato, cominciando tra l’altro a capovolgere la posizione del prete celebrante rispetto al pubblico presente in chiesa, coinvolgendolo in un colloquio, e cancellando l’immagine di pecore che seguono il pastore. E riconoscendo dei ruoli ai laici, una loro partecipazione collegiale non solo passiva. Per questo l’innovazione di una preghiera “dei fedeli” era conforme agli indirizzi e alle speranze nuove nate dal Concilio.
L’innovazione è durata poco: i fedeli sono stati esclusi da una partecipazione diretta. Le loro preghiere sono state in realtà avocate dalla Chiesa, preparate da organi ecclesiastici, e sottoposte al preventivo nulla-osta dell’autorità censoria. Questo significa che la Chiesa ha creduto di accorgersi di aver fatto un’imprudenza, originata dallo spirito giovanneo del Concilio. Avrebbe potuto dare atto che l’innovazione non poteva essere mantenuta, che le preghiere non potevano essere lasciate ai fedeli, nè espresse senza nulla osta episcopali. Ha preferito la collaudata via del silenzio. Ha lasciato il coperchio, e cambiato il contenuto. I fedeli sono stati tacitamente espulsi. Con un esercizio – è venuto il momento di dirlo – di ipocrisia. Dell’ipocrisia silenziosa, triste vizio secolare.
È fin troppo facile osservare che quello di predisporre i testi della preghiera al tavolo dei minutanti e sotto la sorveglianza del Vescovo censore è un metodo che espropria i fedeli di ciò che l’invenzione conciliare li invitava espressamente a fare; e che tutto torna nelle abitudini liturgiche inalterabili delle tradizione preconciliare. Il pubblico dei fedeli deve solo alzarsi in piedi al Vangelo, dare le risposte previste dal breviario, inginocchiarsi alla elevazione: e ascoltare. Era così semplice chiamare le cose col loro nome. Dire: ci siamo sbagliati, la Chiesa non era matura.
È vero che gli arresti, i retromarcia cauti e silenziosi rispetto alle intuizioni di Giovanni e alle aspettative conciliari soddisfano la sete di stabilità di una Chiesa invecchiata, e sempre disposta ad ascoltare i timori più che le speranze. Ma intanto statistiche che si vorrebbe nascondere (invano, perché i fatti sono di pubblico dominio nella loro crudezza irreparabile) dicono che i preti calano, più parrocchie (fino a nove!) vengono affidate ad un unico parroco, i cappellani sono scomparsi, chiese si chiudono perché non c’è chi possa reggerle, il numero delle messe è forse più che dimezzato, le vocazioni faticose, e soprattutto la frequentazione delle chiese è ai minimi storici sui quali non incidono le sagre una tantum. Le tre messe domenicali del mio San Procolo (parrocchia di seimila anime) sono un ricordo irreversibile.
Ho sempre osservato con il più grande interesse quello che avviene nelle Chiese, anche se in senso proprio non sono “credente”. Accompagno mia moglie alla messa; e lei mi dice: “ che ci vieni a fare se non sei credente? “ Semplicemente, mi trovo in mezzo a una “comunione” di gente; e mi piace partecipare ad una comunione (dalla quale per la verità non mi sento respinto). Ma non mi piace assistere passivamente ad una mistificazione, per la quale la Chiesa, dopo aver proclamato che nella messa i fedeli diranno le loro preghiere, fa trovare testi devozionali precotti. E chi non è contento, può accomodarsi. Infatti, né donne né uomini salgono più al microfono.
Forse gli ultimi foglietti curialeschi erano particolarmente infelici, burocratici vorrei dire: sta di fatto che da qualche domenica non accompagno più Luisa alla messa in una delle chiese da cui siamo circondati (San Procolo, San Domenico, la Santa, San Paolo; non più le Muratelle, in liquidazione).
Francesco Berti Arnoaldi Veli

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