Articolo
Antonella Beccaria

La banda della Uno Bianca e le stragi del Brabante Vallone

La famigerata banda della “Uno Bianca”, composta da poliziotti, colpì dalla metà del 1987 e venne fermata solo a fine novembre 1994 dopo aver mietuto 24 vittime in oltre 100 azioni criminali in cui rimasero ferite oltre un centinaio di persone. Perchè?Abbiamo chiesto ad Antonella Beccaria, giornalista per il Fatto Quotidiano e per La voce delle voci, autrice di indagini, inchieste, libri ed articoli per approfondire scandali ed orrende stragi, di parlarci di un impressionante quadro di stragi, per tanti versi analogo, che ha insanguinato il Belgio, sulla cui ricostruzione ed analisi si sta impegnando da anni.

Antonella BeccariaVentotto morti, un bottino che oscilla tra i 6 e i 7 milioni di franchi belgi (tra i 150 mila e 175 mila euro), secondo la commissione parlamentare che nel 1997 venne incaricata dal parlamento belga di indagare sui fatti del Brabante Vallone. Certo, cifre che vanno rapportate al costo della vita di almeno 25 anni fa, ma che non sono sufficienti a giustificare la morte di Rebecca Van Den Steen, 12 anni, uccisa con i genitori il 9 novembre 1985 ad Alost, nel corso dell’assalto al supermercato Delhaize. E poi, tra le vittime di quell’assalto, ci sono Marie Jean, George, Jan, Dirk, e Annice, 10 anni.
Il giorno dopo, il 10 novembre, sarebbe stato San Martino e la gente si era assiepata dentro il centro commerciale. Mancavano pochi minuti alle 19 e occorreva completare gli ultimi acquisti per il giorno successivo. Malgrado i controlli delle forze dell’ordine fossero ormai elevatissimi, nel parcheggio arrivò una Golf Gti da cui scese un commando che sparò sulla gente assiepata alle casse e fece una strage. L’ultima. Da allora sparirono nel nulla, senza che mai si sia arrivati ad alcuna risposta definitiva su quella che viene definita la storia del delitti del Brabante Vallone.
Il Belgio, come l’Italia, è terra di scandali
Alcuni hanno evidenziato gravi disfunzioni all’interno della giustizia e della gendarmeria, tra cui il caso di Marc Dutroux, il mostro di Marcinelle. Ma prima ci fu il dossier Agusta, che coinvolse ministri corrotti, industriali francesi, politici italiani. E ancora prima ci vanno i delitti del Brabante, quelli commessi dai tueurs fous, gli assassini folli, sui quali grava la responsabilità di quei 28 morti, falciati in 24 attacchi messi a segno tra il 1982 e il 1985.
Come una storia che si ripeterà anche in Italia con la vicenda della banda della Uno Bianca, si tratta di assassinii spietati, la maggior parte dentro e fuori alcuni supermercati, massacri senza una ragione apparente. Apparente perché quei fatti hanno lasciato spazio a considerazioni di natura politica che chiamano in causa apparati dello Stato. E a questo proposito aiuta ricordare qualche fatto.
Il 30 settembre 1982 alcuni uomini assaltano un’armeria di Wavre. Qui si fa un ferito e spariscono alcune armi realizzate su commissione. Un poliziotto che prova a intervenire viene ucciso a sangue freddo. Nelle settimane che seguono, un commando fa irruzione in un albergo di Beersel e se ne va dopo aver “rapinato” qualche pacchetto di sigarette, caffè e champagne. Bilancio: un morto, ucciso con sei colpi sparati alla testa. Trascorre ancora un po’ di tempo e un tassista di Mons è assassinato nella sua auto: quattro proiettili nel cranio. Perché? Anche qui non è dato saperlo. Ma per gli investigatori esisterebbe un legame perché le armi utilizzate sono le stesse.
Un lungo elenco di stragi
Passa un mese e a essere attaccato è il primo supermercato. A questo punto si inizia a parlare degli assassini folli del Brabante Vallone. I cittadini belgi sono sotto choc e iniziano a disertare i grandi magazzini a partire dal 1983, quando nel mirino finisce un punto vendita Delhaize. Stavolta si aggiunge un nuovo elemento: gli assalitori hanno i volti coperti da maschere di carnevale. Intanto gli attacchi ai supermercati si infittiscono. A Nivelles vengono uccisi due passanti per rubare caramelle e alcol e in un altro caso i gendarmi vengono attesi dagli assassini. È evidente ormai che il commando non solo è ben armato, ma che sa usare bene le armi che impiega. Intanto viene ucciso un gendarme e si fa un altro ferito. E ancora un veicolo delle forze dell’ordine viene preso di mira da un gruppo che si muove con modalità militari. I criminali indossano lunghi cappotti di stoffa spessa e di foggia militare e guidano sempre auto dello stesso tipo, delle Volkswagen Golf.
Torniamo però indietro di qualche anno, alla notte dal 31 dicembre 1981 quando un commando penetra in una caserma della gendarmeria, sede di un’unità d’élite, la squadra speciale d’intervento. Punta verso l’armeria, dove è appena stato depositato un lotto di un nuovo tipo di mitragliette, armi tedesche ad alta precisione per le unità antiterrorismo. Chi segue le indagini non può ignorare che il commando sapeva della fornitura appena giunta. E nemmeno si può ignorare che conosceva alla perfezione il luogo. Ma non è ancora finita perché qualche mese dopo viene presa d’assalto una fabbrica tessile dove si sta mettendo a punto un nuovo modello di giubbotto antiproiettile. Due morti – un portinaio e un impiegato – per rubarli.
Dal canto loro, gli inquirenti, pressati dall’opinione pubblica, annunciano nel 1983 di aver catturato la banda del Brabante, composta da cinque persone con qualche precedente penale. Tutti abitano nella zona del Borinage, nella Vallonia, e vicino a loro c’è un ex poliziotto, a cui viene trovato un revolver sospetto, ma la facilità con cui gli indizi si mettono in fila convince poco gli investigatori. Inoltre questa presunta banda sarebbe composta da personaggi disorganizzati, dediti a piccola criminalità, senza nozioni di strategia e tattica militare. Inoltre le perizie balistiche li non incastrano e questa pista finirà nel nulla.
Dunque chi sono i veri criminali?
Se nel 1988 non si è in grado di rispondere, non lo si tanto meno nel pieno della prima ondata di criminali, tra il 1982 e il 1983. Poi, nel 1984, silenzio. È finito l’incubo? Se qualcuno inizia a crederci, dovrà ricredersi nel settembre 1985 quando una Golf Gti si ferma nel parcheggio del supermercato di Braine- l’Alleud, regione del Brabante. Uno degli occupanti è particolarmente imponente, viene chiamato “il gigante”. In totale il commando è composto da tre uomini. Anche stavolta portano maschere di carnevale e dei cappotti militari. E come già accaduto in passato, sparano su qualsiasi cosa si muova. A questo primo colpo del 25 settembre 1985 ne segue a ruota un altro, lo stesso giorno, sempre in un supermarket della stessa catena, che fa cinque vittime. Il bilancio finale della giornata è di otto morti.
Si è di nuovo da capo: l’incubo degli assassini folli del Brabante è tornato. Due giorni dopo, ad Alost, provocano un altro massacro che non frutta praticamente denaro. È il 27 settembre 1985, un venerdì, e a quel punto è chiaro che questi criminali non sono rapinatori, ma gente che cerca di seminare terrore. Alla fine il bilancio sarà ancora di cinque morti.
La sera dell’ultima strage, quella di Alost del 9 novembre 1985, il commando se ne va gettando un sacco in un canale di Charleroi. C’è chi vede e viene ordinato di dragare il corso d’acqua, senza esito. L’inchiesta, dunque, registra un altro buco. Tornando a quel sacco, un anno più tardi, con il cambio del procuratore, si ordinano nuove ricerche e a questo punto saltano fuori armi, munizioni, giubbotti antiproiettile rubati, più alcuni oggetti presi ad Alost. Mancano però le armi usate negli assalti.
Analizzando la storia degli assassini folli del Brabante, è chiaro che non si sta parlando di criminali ordinari. Questi – stabiliranno indagini lunghissime e difficoltose – sono professionisti della sovversione rintracciabili negli ambienti dell’estrema destra belga. E per iniziare a riannodarne i fili occorre partire dal cosiddetto affaire Pinon. Una storia legata a un medico, André Pinon, e a sua moglie. La quale, sospettata di infedeltà dal marito, era stata fatta pedinare da un investigatore che aveva scoperto la sua partecipazione a una serie di “balletti rosa” con alte personalità della Stato.
In questi festini, chiamati partouze, si sarebbe abusato anche di minori traendone materiale per ricatti. Il legame con l’estrema destra viene inizialmente individuato nel 1980, quando il direttore di un giornale fa condurre un’inchiesta in cui si scoprirà tra i frequentatori dei partouze c’erano anche estremisti dell’ex Front de la Jeunesse, sostituito dopo lo scioglimento dal Westland New Post.
Nel 1984, Paul Latinus, uno dei suoi dirigenti, afferma di essere minacciato a causa dell’affaire Pinon. Ormai emarginato e tossicodipendente, viene ritrovato impiccato a casa della sua fidanzata, appeso a un calorifero con il corpo che toccava il pavimento. Inoltre all’inizio degli anni Ottanta si viene a sapere che alcuni gendarmi, per combattere il narcotraffico, si trasformavano essi stessi in narcotrafficanti. E qui si aggancia un delitto del 1986. Vittima è direttore di una fabbrica di armi, la FN di Herstal, che esporta in America Latina. È uno straniero indicato come vicino alla Cia. Si chiama Juan Mendez, ha legami con l’estrema destra e si scopre anche che collaborava con gli Stati Uniti in alcuni frangenti “sensibili”: forniture d’armi per l’affaire Irangate contro i movimenti rivoluzionari in Nicaragua.
Nell’inchiesta sull’omicidio dell’esportatore, i gendarmi inciampano anche in un loro ex collega, un militante di estrema destra che ha un’arma usata dagli assassini folli del Brabante. Si trovano anche maschere, documenti e una mappa di covi a Bruxelles, oltre a pezzi rubati alla caserma dell’unità speciale della gendarmeria. A questo punto il legame con i delitti del Brabante è inconfutabile. Ma la soluzione, che sembra prossima, è ancora lontana al punto che ancora oggi le indagini sono aperte ed è bene dire che nel 2015 quei delitti andranno prescritti, se non interverrà una legge ad hoc di cui si sta discutendo in Belgio.
A oltre 27 anni da quell’ultimo colpo ad Alost, si può risalire all’identità degli assassini folli del Brabante? Degli esecutori non si sa niente, se si escludono gli identikit realizzati negli anni. Sappiamo però che vennero coperti da gendarmi poi arrestati e che altrettanto fecero uomini del neofascismo e della rete Stay-Behind belga.
Ma torniamo al perché
Destabilizzare e così stabilizzare il Paese, ha detto Guy Coeme, ministro della difesa tra il 1988 e il 1991. Lo schema più classico della strategia della tensione, orientata in Belgio non verso un ipotetico pericolo rosso, ma per consolidare il mercato di uranio e diamanti. E per contenere i movimenti pacifisti che a inizio anni Ottanta si opposero all’installazione delle base missilistiche di Cruise e Pershing. Ma non si è voluto saperne di più, almeno fino a oggi. A lungo il ministro della giustizia, Jean Gol, ha rifiutato di istituire una commissione parlamentare. Poi vennero sei giudici istruttori, un centinaio di investigatori e due commissioni d’inchiesta. E quando finalmente questa inchiesta, anzi le inchieste (perché saranno due) si faranno, il procuratore del re di Bruxelles dirà: “Credo che siamo stati traditi. Non vedo altre giustificazioni a quello che rimane il più grande mistero della mia carriera”.
Antonella Beccaria

antonella.beccaria.org

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