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Andrea De Pasquale

BFC a Granarolo: pubblico interesse?

Il nuovo Centro Sportivo del Bologna a Granarolo contraddice i criteri e le regole che da 10 anni la Provincia ha assunto come guida per le scelte urbanistiche. E la battaglia da politica diventa anche giudiziaria

Andrea De PasqualeProprio mentre questo giornale va in stampa, il Tribunale Amministrativo Regionale deciderà sul ricorso presentato da cittadini ed associazioni contro il progetto del nuovo Centro Sportivo del Bologna F.C. a Granarolo. Un progetto dubbio, dal punto di vista del pubblico interesse, sul quale Legambiente ha fatto pure un esposto alla Procura, e di cui cerchiamo di ricostruire storia e contorni.
Portato avanti con tempi da record (passano poche ore dal voto in consiglio comunale a Granarolo, verso la mezzanotte di lunedì 14 maggio 2012, e la firma Protocollo di intesa con la Provincia, la mattina del 15 maggio) il progetto, definitivamente approvato con l’Accordo di Programma del 28 marzo 2013 (10 mesi in tutto, Conferenza dei Servizi inclusa) prevede la costruzione, su 225.000 mq di territorio agricolo, di 12 campi da calcio più tribune, ristorante, hotel, centro congressi, centro fitness, per 36.000 mq di nuova edificazione e una utenza che richiede oltre 480 posti auto.
Tutta la procedura si basa sul presupposto di un “rilevante interesse pubblico”, qui identificato con lo sviluppo del club calcistico, ovvero di una azienda privata, i cui obiettivi di business vengono automaticamente assunti come valore collettivo. Si è voluto classificare l’intervento come di livello comunale (non metropolitano), e adottare quindi una procedura semplificata e accelerata (che non coinvolge alcuna assemblea elettiva se non il Consiglio Comunale di Granarolo!), mentre il Piano Territoriale di Coordinamento Provinciale del 2004 cita per ben 4 volte il nuovo centro sportivo del Bologna Football Club come “Polo Funzionale”, evidenza che viene negata a più riprese in tutta la sequenza degli atti.
In secondo luogo, c’è un forte squilibrio tra benefici pubblici e privati. Il comune di Granarolo cede un patrimonio collettivo, limitato e non rinnovabile come il suolo agricolo, in cambio di un piatto di lenticchie: un campo sportivo a quasi 3 km dal paese (ma a soli 900 metri dall’inceneritore, mentre il campo attuale è invece in pieno centro a Granarolo, a 300 metri dalle scuole), e un risparmio quantificato dallo stesso comune in 15.000 € all’anno. Al contempo l’operazione genera per la parte privata un plusvalore milionario: la trasformazione di un’area agricola in edificabile, per 36.000 mq di nuova costruzione (equivalenti a 500 appartamenti medi), e in più la possibilità di costruire residenze nell’attuale centralissima area sportiva.
In terzo luogo, l’intervento comporta un forte impatto ambientale: 45.000 mq di suolo impermeabilizzato (pari a 7 volte piazza Maggiore, o a una superficie asfaltata grande quanto 9 campi da calcio), e 225.000 mq di territorio agricolo consumato, ovvero trasformato in modo irreversibile: il ripristino dell’uso agricolo non sarà possibile nemmeno in futuro, dato che i 12 campi da calcio comportano vari strati di inerti, ghiaia e sabbia che non sarà semplice rimuovere, se non a costi altissimi. In caso di fallimento di quel progetto, è facile prevedere che cambi l’uso (commerciale? produttivo? residenziale?) ma certamente non si tornerà ai campi coltivati. Inoltre sull’elettrosmog (l’area è attraversata da un elettrodotto al altissima tensione, da 220.000 volt) nulla è stato risolto: l’idea di interrare i cavi “dopo” aver costruito il Centro non ha infatti alcuna fattibilità tecnica (vorrebbe dire disfarne una buona parte con una trincea che taglia diagonalmente il comparto), tanto che Terna ha dichiarato di non avere ricevuto alcuna proposta né richiesta in tal senso.
Una contraddizione esemplare…
Questo progetto dunque è un caso esemplare per la capacità di contraddire in un colpo solo tutti i principi urbanistici, ambientali e trasportistici a cui le amministrazioni locali (e il partito che le governa, ovvero il PD) affermano di ispirarsi: stop al consumo di suolo, alla dispersione insediativa e all’urbanistica mercanteggiata. Infatti, mentre ci affanniamo a scrivere in tutti i programmi elettorali e di governo che i nuovi insediamenti vanno ubicati nelle aree dismesse (la famosa “rigenerazione urbana”) e non su suolo vergine, qui si fa il contrario, si consuma suolo agricolo senza riqualificare alcunché. Qui non c’è ombra di ferrovia vicina, mentre andiamo dicendo da 15 anni che i nuovi insediamenti vanno andranno concentrati intorno alle linee del Servizio Ferroviario Metropolitano, per limitare l’uso dell’automobile. Qui c’è un privato che legittimamente porta avanti i suoi interessi aziendali, e le istituzioni appongono a quelli il sigillo di “rilevante interesse pubblico”, per incassare briciole a fronte della possibilità di costruire su territorio vergine, risparmiando i costi di demolizione, rimozione e bonifica propri della ricostruzione su aree dismesse.
…alquanto imbarazzante
In conclusione, si tratta di una scelta politicamente imbarazzante, di cui il PD, partito di governo locale, sarà chiamato a rispondere, già alle prossime amministrative (aprile 2014). Anche perché gli argomenti utilizzati per portare avanti il progetto sono palesemente contraddittori: quando si tratta di affermare il pubblico interesse (condizione necessaria ex lege per un Accordo di Programma), si dice che il Centro Sportivo “è legato fortemente alla crescita sociale ed economica della comunità”, che contribuirà alla “crescita e formazione multidisciplinare educativa e sportiva dei giovani”, che “si riconosce il ruolo del soggetto portatore di valori ed interessi di valenza generale e collettiva (BFC), collocandolo nell’ambito delle finalità pubbliche e di un preminente interesse della collettività dato dal valore in sè del progetto sia dal punto di vista sociale, sportivo, aggregativo, che di valorizzazione territoriale, dalla relazione con la città e l’Area Metropolitana”. Poi, quando si tratta di argomentare che non si tratta di un Polo Funzionale (che avrebbe richiesto una diversa e più attenta procedura), si dice che tutte le strutture previste nel centro (compresi albergo, palestra, centro benessere, ecc.) “sono destinate all’uso esclusivo degli utilizzatori del centro sportivo che sono i giocatori del Bologna, e non accessibili a tutti”. Come si conciliano le due cose? Una prima risposta dovrà venire appunto da TAR, entro fine giugno. Ma la battaglia non finirà comunque lì.
Andrea De Pasquale

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