Articolo
Paolo Serra

Verso la Città metropolitana

Verso la Città metropolitana
L’Italia viene spesso chiamata il paese dei mille campanili (direi meglio, torri civiche) per richiamare il forte spirito municipalista dei suoi abitanti. Se fosse così dovrebbe essere il paese degli 8092 campanili, tanti sono i Comuni esistenti, molti dei quali sfiorano il millennio dalla costituzione. In realtà l’età propriamente comunale è durata meno di tre secoli subito sostituita da quella delle signorie, più specificamente provinciali, perché i feudatari visto che la ricchezza si stava cumulando nelle città abbandonarono castelli, ed abbazie, e se ne reimpossessarono dopo averle abbandonate nei secoli cosiddetti “bui”. Si può dire, pertanto, con Dante, che l’Italia, è un paese di provincie, tant’è vero che al momento della unificazione la suddivisione amministrativa del controllo centralizzato fu divisa in prefetture ad esse omogenee, cui la Chiesa fece corrispondere gli Arcivescovadi. Nella tradizionale stratificazione amministrativa, 8092 comuni, 110 provincie, 1 governo centrale con 110 prefetti, quaranta anni fa fu inserito un quarto strato, 20 regioni. A tutt’oggi il sistema non si è ancora assestato né la revisione dell’art. V della Costituzione pare aver chiarito sufficientemente quanto di federale e quanto di centralizzato ci sia nel nostro paese.
A questo stato di cose già di per sé, non chiaro si è aggiunta, nella seconda metà del secolo scorso, quella formidabile rivoluzione del modo di vivere, che è stata chiamata mobilità di massa, che ha stravolto abitudini, usi e costumi consolidati nei secoli allargando in modo imprevedibile il raggio di azione della vita quotidiana e di tutte le sue implicazioni con le pubbliche amministrazioni. I confini comunali non esistono praticamente più, chi si ricorda dell’esistenza delle cinte daziarie?, si risiede, si lavora, si studia e ci si svaga spesso in luoghi lontanissimi l’uno dall’altro.
La frammentazione amministrativa con la sua ragnatela di regolamenti locali, sovrapposizioni, disomogeneità di servizi e prestazioni, varianti incomprensibili per il cittadino medio, invece di agevolarne l’esistenza ne diviene una delle peggiori fonti di stress. Da vent’anni si pensa di semplificare l’amministrazione della res publica, ma la resistenza dei detentori di piccoli e grandi privilegi, sia funzionari sia eletti, finora ha impedito ogni razionalizzazione.
C’è voluto il governo “tecnico” Monti per infilare nella legge 135 del 7 agosto 2012, detta “spending rewiew, un articolo, il 18, che accorpa 81 Provincie trasformandole in 56 enti di secondo grado e trasforma Comuni e Provincie delle 10 più grandi città italiane in un nuovo ente, Città Metropolitana (CM) , col compito di governare pianificazione territoriale, mobilità, sviluppo economico, servizi pubblici su una scala molto più vasta, e soprattutto omogenea. Questo per quanto riguarda le Regioni a statuto ordinario, quelle a statuto speciale dovranno adeguarsi entro sei mesi.
Due nodi da sciogliere
La fretta, però, partorisce gattini se non ciechi sicuramente miopi e la legge contiene punti molto criticabili. Le due “perle” più grosse sono la pretesa di contenere in un Consiglio Metropolitano di soli 12 membri la funzione di rappresentare sia le variabili territoriali, pianura, città, montagna, sia quelle di genere, uomini e donne, sia quelle economiche, lavoro, produzione, terziari vari, sia quelle demografiche, giovani, anziani, sia quelle culturali, sociali etc…(impresa oltre i limiti della credibilità), e quella di non retribuire la funzione considerando i consiglieri già retribuiti dalle indennità godute da sindaci o consiglieri comunali. Presi dall’euforia risparmatoria i “tecnici” si sono dimenticati del fatto che potrebbero diventare consiglieri metropolitani sindaci da 1450 o 2170 euro o consiglieri comunali da 290 o 435 euro (lordi).
Non si vede come conciliare questi livelli con incarichi gravosi come quelli descritti. Si vogliono, forse, estromettere in pratica dal nuovo organo i provenienti dai piccoli comuni o selezionarli unicamente da una casta di privilegiati, che non hanno bisogno di un reddito da lavoro dipendente per vivere? Mancano, inoltre, ed è grave perché ne minacciano la concreta attività, riferimenti certi sulla finanza delle CM, a parte il trasferimento di quella delle rispettive Provincie. Si è parlato di compartecipazione o addizione Iva, di tariffe aeroportuali, di trasferimenti di risorse da Comuni e Regione, ma il tutto è rimasto indeterminato. Io credo che gli EE.LL. dovrebbero essere finanziati attraverso i consumi e non i redditi o le proprietà immobiliari come oggi, proprio per fotografare meglio l’uso del territorio ed evitarne l’abuso. Invece non mi pare dirimente il dilemma che sta attanagliando tutti fra la elezione diretta o indiretta dell’organo e del suo presidente. Per molti l’elezione diretta pare indissolubilmente legata con l’autorevolezza della carica. Mi permetterei di distinguere. In fin dei conti la prima carica dello Stato è a elezione indiretta ed abbiamo avuto Presidenti autorevoli e Presidenti non autorevoli, mentre abbiamo avuto molti sindaci autorevoli eletti dai consigli comunali e molti non autorevoli eletti direttamente dai cittadini. Inutile, ed impietoso, fare nomi. Non è l’abito che fa il monaco, ma la convinzione interiore di lavorare per il bene della collettività.
Paolo Serra
www.bolognaragionevole.org

Solo nel tempo vedremo gli effetti di questa semplificazione, certo che avere un solo Piano Strategico Metropolitano, un solo Piano Mobilità Metropolitana ed un solo Regolamento Edilizio al posto dei 60 Comunali faticosamente coordinati dalla Provincia di Bologna, per il cittadino e gli operatori economici potrebbe essere assimilato ad un miracolo (e magari la gestione del Servizio Ferroviario Metropolitano…).

Continua con “La conurbazione universale”

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