Articolo
Federico Bellotti

Sulla tua Parola…

Lo scorso 31 agosto il cardinale Carlo Maria Martini è tornato alla casa del Padre: la Chiesa, i credenti, gli uomini in ricerca, tanti ‘lontani’ hanno perso un riferimento sicuro, un testimone saggio e coerente, un compagno di viaggio con il quale dialogare lungo il personale e comunitario sentiero della vita.

federico-bellottiNoi del Mosaico desideriamo ricordare l’uomo, il biblista, il pastore, desideriamo ringraziarlo per il suo rigore e la sua intelligenza di studioso, per le sue attenzioni per tutti, per la sua sollecitudine verso tanti esclusi, per la sua determinazione nel costruire ponti ed abbattere muri, per la sua volontà di avvicinare non credenti e uomini di altre fedi e ancor più per la sua passione per quella Parola della quale si innamorò da giovane e che sempre lo ha accompagnato e gli ha indicato la via da seguire per sé e per il suo popolo. Proprio la consapevolezza del comune destino che lega tutti gli uomini – proprio tutti! – l’inquietudine dell’esistenza, la ricerca di senso, la condivisione di dubbi e di paure ma anche la meraviglia per il creato e lo stupore per la bellezza hanno sempre sollecitato il Martini pastore a ricercare il confronto, il dialogo, la condivisione anche a costo di alcune critiche ed incomprensioni all’interno di una Chiesa – la sua Chiesa – a tratti troppo preoccupata dell’ortodossia e della salvaguardia del suo bagaglio valoriale.

Martini è sicuramente stato un credente che ha preso sul serio l’umanamente illogico ed apparentemente irrazionale comando del Signore a gettare le reti in un mare che – dopo un’intera notte di duro lavoro – non aveva offerto nulla… Sulla Parola del Signore, come già Pietro e gli apostoli, Martini ha gettato le reti nel mare inquieto dell’umanità, ha scandagliato i drammi e le paure dell’uomo, ha osservato ed ascoltato, ha partecipato alle sofferenze, ha avvicinato i lontani, è ripartito dai carcerati, ha ragionato con i non credenti, ha pregato con i cristiani di altre confessioni e con i fedeli di altre religioni. Martini ha fatto palpitare quella Parola, l’ha proposta ed offerta come vero pane per tutti, l’ha resa luce rassicurante per i tanti sbandati in cammino nella notte: quella Parola – ci continua a ricordare Martini – ci rassicura sul fatto che Dio ci sottrae all’abbandono e ci accompagna verso il destino che ci ha preparato.

Le diverse dimensioni del cardinale Martini, quella spirituale, quella intellettuale e quella esperienziale possono essere collegate e ricondotte ad altrettante città nelle quali le vicende della sua vita lo hanno portato: Torino, dove è nato e si è formato, Roma, dove l’autorevolezza dei suoi studi di esegetica biblica lo hanno portato ad essere rettore del Pontificio Istituto Biblico e della Gregoriana, Milano, dove per ventidue anni è stato pastore e guida. Su tutte – quasi a sintetizzarle – Gerusalemme, la città del suo Maestro, la città dell’alleanza, la città di Dio e dell’uomo dove tutto si ricapitola e da dove tutto riparte: proprio a Gerusalemme è ritornato – dopo la fine del suo servizio episcopale – per continuare i suoi studi e pregare per la pace e per l’umanità. Proprio là avrebbe voluto concludere la sua vicenda terrena ma la dura malattia che ha segnato e condizionato i suoi ultimi anni lo ha costretto ad un forzato rientro in Italia, a Gallarate, dove si è spento.

Troppo grande questa figura di uomo e di credente per tentarne una qualche sintesi in poche righe: mi limiterò a riportare, fra i tantissimi possibili, alcuni stralci della lettera pastorale “Farsi prossimo” – scritta nel 1985 – nella quale, partendo dalla parabola del buon samaritano, indica ai lettori la necessità di vivere concretamente l’amore nel nostro oggi e l’ineludibile bisogno di reinterpretare l’impegno politico come peculiare e privilegiata testimonianza dell’amore di Cristo per tutti.

Federico Bellotti


Estratto della Lettera pastorale “Farsi prossimo” (1985)

Signore, come possiamo testimoniare il tuo amore?
Tu un giorno ci hai raccontato di un uomo,
che scendeva da Gerusalemme a Gerico
e fu assalito dai briganti.
Signore, quell’uomo ci chiama!

Nel cap. 10 del vangelo di Luca, Gesù, dopo aver presentato la profonda unità che c’è tra l’amore di Dio e l’amore del prossimo, racconta la parabola del buon samaritano, per indicare l’ampiezza illimitata e incondizionata dell’impegno con cui dobbiamo farci prossimo di ogni uomo. In essa possiamo cogliere quattro momenti.

Il primo momento è come un’introduzione scenica. In alto sta Gerusalemme, con le sue mura sicure, le case accoglienti, il tempio di Dio che offre bellezza e protezione. Mille metri più in basso, Gerico, la città delle rose, si stende sulle rive del Mar Morto a trecento metri sotto il livello del mare. Tra le due città una zona aspra e desertica, con una strada piena di imprevisti e di pericoli. Un uomo, che scende da Gerusalemme a Gerico, incontra dei briganti, che gli portano via tutto, lo bastonano e fuggono, lasciandolo mezzo morto.

Il secondo momento della parabola ci presenta il penoso spettacolo della durezza del cuore. Un sacerdote e un levita, che percorrono quella strada, passano oltre, senza prestare soccorso. La loro durezza è l’immagine della nostra. I bisogni dei fratelli ci mettono in difficoltà. Rimaniamo chiusi in noi stessi e scarichiamo sugli altri le responsabilità.

Il terzo momento è il cuore di tutta la narrazione. Consta di una sola parola greca, che significa: fu mosso a compassione. Essa designa l’intensa commozione e pietà da cui fu afferrato un samaritano, che passava per quella stessa strada. Non pensiamo soltanto a un risveglio di buoni sentimenti. Dobbiamo pensare che con questa parola il racconto evangelico voglia descrivere un evento misterioso che è accaduto nel cuore del samaritano e lo ha, per così dire, attratto nello stesso movimento di misericordia con cui Dio ama gli uomini. Cercheremo anche noi di scoprire le leggi misteriose, secondo le quali l’amore di Dio, mediante lo Spirito di Gesù, infonde la carità nei nostri cuori.

Il quarto momento è una conclusione movimentata, tutta premura e azione: il samaritano si avvicina allo sfortunato, si fa prossimo, versa vino e olio sulle ferite, le fascia; carica lo sconosciuto, fatto diventare prossimo, sul proprio asino e lo porta alla locanda; sborsa due monete d’argento per le cure che saranno necessarie. La cosa più bella è che non lo abbandona al suo destino. Sa che può aver bisogno di tante altre cose; allora dice al padrone della locanda: “Abbi cura di lui e, anche se spenderai di più, pagherò io quando ritorno”. Anche noi ci chiederemo quali gesti concreti ci domanda la carità che Dio ha acceso nel nostro cuore.

Partendo dalla parabola del buon samaritano, ciò che mi voglio chiedere è che cosa è scattato in lui, che meccanismo si è messo in moto nel suo animo, quale concreto cammino egli ha percorso per farsi prossimo di quel disgraziato, soccorrerlo, prevederne i bisogni futuri. E mi voglio chiedere conseguentemente che cosa deve scattare in me, in ogni mio fratello e sorella, in ogni comunità cristiana, quali forze vanno risvegliate, quali responsabilità vanno assunte, quali itinerari vanno percorsi, perché noi possiamo ripetere il gesto del buon samaritano qui e ora, nel mondo d’oggi, in questa società di cui facciamo parte.

Nel bene e nel male ogni persona umana è strettamente collegata con le altre persone attraverso una rete di valori ideali comuni, di modi di pensare e di parlare, di tradizioni, di strutture economiche, di relazioni politiche. Amare l’uomo concreto vuol dire anche intervenire nel campo comunitario, sociale, politico, perché sia sempre più aperto alla libertà, alla pace, alla giustizia, alla collaborazione, alla ricerca di valori spirituali comuni. Vuol dire anche dialogare e lavorare con tutti coloro che vogliono coltivare questi valori nella comunità degli uomini. In altre parole, per essere buoni samaritani nella società attuale, occorre fare qualcosa di più di quello che ha fatto, secondo la parabola evangelica, il buon samaritano nella società di allora, meno complessa e stratificata. Nella nostra società complessa, la carità deve congiungere l’impegno personale diretto e immediato con un intervento più vasto e articolato nelle strutture stesse della vita associata. Questo intervento deve prevedere tre tappe: l’animazione sociale, il discernimento spirituale, l’impegno politico.

La testimonianza di un impegno politico eticamente irreprensibile è oggi tra quelle più significative per la credibilità della fede cristiana: tale testimonianza è concretamente possibile oggi nella politica? E possibile per uomini e donne comuni che abbiano buona volontà, desiderio di onestà e intelligenza, senza aver per questo la vocazione all’eroismo o al martirio? La questione è cruciale oggi in Italia, perché riguarda la possibilità reale di incoraggiare o no nuove leve per il servizio sociale e politico dei prossimi vent’anni. Se di fatto i giovani si decideranno a servire anche in politica e ad esprimere così un aspetto fondamentale del “farsi prossimo” dipenderà anche dalla capacità dei partiti di offrire itinerari onesti e accettabili di militanza, nei quali la coscienza non sia costretta a compromessi ma sia valorizzata nei suoi ideali di fondo.

Carlo Maria Martini

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