Articolo
Giuseppe Paruolo

M5S e futuro della democrazia

Nello spazio politico lasciato libero dall’insipienza dei partiti cresce un movimento cui non interessa costruire una classe politica capace di governare. Dietro le parole d’ordine del Movimento 5 Stelle si intravvede un disegno ancora non pienamente definito ma dai tratti decisamente preoccupanti, di cui nessuno pare accorgersi.

E’ del 2009 l’elezione a Bologna del primo consigliere comunale grillino e a ripensarci non pare vero siano passati solo tre anni. Un anno dopo, nel 2010, si è parlato di exploit per la conquista di due seggi nel Consiglio Regionale dell’Emilia Romagna. Cosa dovremmo dire ora che in Sicilia il candidato del M5S ha preso il 18% dei  voti e sono stati eletti 15 consiglieri?
I media per diversi anni hanno deliberatamente ignorato il movimento che stava prendendo corpo. Ora invece ne parlano molto, occupandosi di vari aspetti ma soprattutto di se stessi, ovvero del rapporto fra movimento e mondo dei media.  Del M5S parlano male, per lo più, ma con gli stessi effetti del silenzio dei primi anni: il movimento prosegue la sua finora inarrestata ascesa. Ma proviamo a mettere un po’ di ordine.
L’offerta politica dei grillini miscela elementi diversi: molte critiche (spesso sacrosante) alle storture italiche indotte o tollerate dalla politica; il linguaggio violento, offensivo e incline al turpiloquio di Beppe Grillo; la freschezza e in generale la buona volontà dei ragazzi che si candidano nelle liste M5S; un programma fatto di pochi punti a forte impatto (alcuni pienamente condivisibili, altri meno) e che si tiene attentamente alla larga da diversi argomenti: soprattutto evita questioni che potrebbero risultare discriminanti sull’asse destra-sinistra, in modo da poter pescar voti dai delusi di entrambi gli schieramenti.
Ma ciò che soprattutto fa discutere  è la democrazia interna al M5S, i diktat di Grillo e il ruolo di Casaleggio. Sul set si susseguono gli episodi: l’espulsione di Tavolazzi, il fuorionda di Favia, il caso Salsi-Ballarò, lo scontro Bugani-Favia e altri ancora. L’acuta deduzione è che nel M5S non c’è davvero democrazia e che Grillo (o meglio Casaleggio dietro di lui) è di fatto un tiranno.
Ora, che vi sia un problema di democrazia interna in una formazione politica guidata da un leader (o meglio  un dominus) che nel suo blog scrive che nel movimento “uno vale uno” e poche righe sotto procede ad un’espulsione con un semplice post scriptum, mi pare che sia di una evidenza lapalissiana. Tutti i giornali e le tv lo dicono, però non succede assolutamente nulla.
D’altra parte, c’è democrazia nel PDL di Berlusconi? C’è democrazia nelle varie formazioni politiche nate o finite sotto l’ombrello di un leader-padrone? Come si possa professarsi democratici militando in partiti che negano la contendibilità della propria guida è uno deimisteri inquietanti della politica italiana. Sta di fatto che l’assenza di democrazia interna è una caratteristica talmente comune che accusarne il M5S è un’arma spuntata, e come si vede inutile. E così continuerà ad essere fino a quando non riusciremo a fare crescere una sincera coscienza democratica nel nostro paese.
Per questo il punto che io ritengo più significativo è un altro, e riguarda l’obiettivo che il M5S si prefigge. Già, perché in tutta questa discussione sui mezzi, si perde di vista il fine. Quale è lo scopo? Che il M5S abbia l’obiettivo di abbattere l’attuale sistema dei partiti è infatti evidente, ma per sostituirlo con cosa? Non è chiaro. Anzi, comincia ad essere chiaro che la soluzione che hanno in mente i padroni del M5S non è una soluzione di democrazia tradizionale, e forse nemmeno democratica tout-court.
Quale è infatti il motivo dello scontro fra Casaleggio e il gruppo degli emiliani rappresentato da Favia, Tavolazzi, la Salsi ed altri? Stavano semplicemente costruendo una rete di relazioni interna al M5S. E’ una tendenza naturale in democrazia quella di cercare di strutturarsi, partire da una condizione di opposizione per costruire una proposta di governo e una organizzazione in grado di sostenerla. Capita naturalmente che reti e cordate concorrenti entrino in conflitto fra loro, ma nel M5S non c’è nessuna altra cordata: i gruppi locali sono pienamente autonomima sostanzialmente non collegati fra loro se non attraverso il dominus del movimento. Per questo l’alt a Favia e Tavolazzi ha il sapore dell’alt a qualunque rete di relazione interna al M5S.
Vogliamo parlare del limite dei due mandati nel M5S? D’accordo, gli italiani hanno tutte le ragioni di essere stanchi di parlamentari di lungo corso e di partiti che pongono limiti teorici al numero di mandati senza poi rispettarli. Ma vi pare normale una regola che dica due mandati in qualunque istituzione e poi basta? Significa nessuna esperienza sia per il neo consigliere di quartiere (e ci sta) che per il neo parlamentare: follia pura.
E l’autoriduzione dello stipendio? Anche qui, lo spettacolo dei casi Fiorito e similari è indecente, e serve una svolta di sobrietà che ristabilisca livelli retributivi ragionevoli per la classe politica. Ma fissare stipendi molto  bassi, oltre a lisciare il pelo all’indignazione popolare, ha anche l’effetto di escludere persone che legittimamente nella loro professione hanno stipendi più alti. È un modo di selezionare una classe politica di basso livello: gli metti in mano una telecamera e gli dici di filmare il suo vicino in aula mentre legge il giornale o si mette le dita nel naso e via andare. Se poi per caso ti sfugge il controllo dell’eletto, gli puoi sempre ricordare che è un ex-magazziniere, come ha fatto Grillo con Favia.
Tutti questi elementi hanno un significato univoco: ai padroni del M5S non interessa costruire una classe politica capace di governare davvero. Li lasciano liberi sul piano locale, ma impediscono che si connettano fra loro. Li mettono sul palco delle piazze per prendere i voti, ma non vogliono che vadano in TV. Decidono regole sui mandati e sugli stipendi non solo per marcare una differenza, ma anche per non fare crescere personalità politiche di spessore all’interno del movimento. Manderanno in Parlamento un piccolo esercito di neofiti, completamente asserviti ai voleri di Grillo e Casaleggio.
Ogni tanto qualcuno cita le suggestioni tecno-futuristiche di Casaleggio, che in sostanza prevede che Internet sostituisca democrazia e poteri attuali. Non come i Piraten, che usano Internet per costruire democrazia, Casaleggio parla di Internet come alternativa alla democrazia, spero sia chiara la differenza, al di là del corredo di guerre mondiali e sterminio della popolazione. Lo citano sempre senza prenderlo sul serio, e anche i militanti del M5S non se ne preoccupano più di tanto. Forse non è una buona idea.
Giuseppe Paruolo

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