Articolo
Pietro Maria Alemagna

La città storica: salvare le pietre, mantenere gli abitanti

Una città viva per i suoi abitanti e vivace per i suoi utenti anche senza “movida”

Oramai da anni è in atto a Bologna nella zona universitaria, ma non solo e, in particolare, in via Giuseppe Petroni e Piazza Verdi, uno scontro senza fine fra residenti e nonresidenti utenti diurni e notturni. Ogni tentativo di individuare una soluzione rispettosa della legge e garante dei diritti di tutti è sempre fallito. Anzi, con il passare del tempo l’asprezza del confronto si è via via accentuata ed emerge sempre più evidente la necessità di affrontare questo tipo di problemi in una visione integrata della città e di come cittadini residenti e non, di varia estrazione, possano viverla in un clima di ragionevole compatibilità. In questo contesto, offriamo alla riflessione comune il contributo dell’architetto Alemagna che qui vive ed opera. Altri ne seguiranno.

Sauver les pierres, garder les habitants: questo è il titolo di un lungo servizio di Le Monde, del 5 febbraio 1994, che mi ritrovo per caso sotto gli occhi, dove si loda la capacità della città di Bologna di avere saputo coniugare la conservazione del suo tessuto urbano con il mantenimento dei suoi abitanti, senza quei fenomeni di emarginazione e di allontanamento del tessuto sociale originale tipici di tanti centri storici europei.
Sappiamo bene di che cosa si parla e di come nel passato questo obiettivo, dagli anni ’60 in avanti, sia stato perseguito nella nostra città con tenacia e lungimiranza, e, anche se con alterne fortune, con una rassicurante continuità fino ad oggi. Si tratta dello stesso obiettivo che il vigente Piano Strutturale Comunale PSC del 2009, di cui dobbiamo riconoscere il merito all’allora assessore all’urbanistica e oggi sindaco Virginio Merola, definisce come “Riabitare Bologna”.
Da sempre la vocazione residenziale della città storica vede il terziario, in particolare i servizi bancari, e il commercio di lusso quando finisce per escludere altre tipologie commerciali, come attività incongrue di cui si deve alleggerire la presenza. Anche l’Università, dopo il mancato decentramento sempre negli anni ’60, prima voluto da Campos Venuti e poi rifiutato da Cervellati, ha finito per diventare problematica per la sua forte concentrazione nel quadrante nord-orientale e per il carico che comportano i suoi studenti residenti che, per il solo centro, rappresentano più del 25% del totale degli abitanti.
Ma da un po’ di tempo si è affacciata sulla scena un’altra attività che ha le stesse caratteristiche di incongruità. Essa sta portando a cambiare il volto di intere parti di quel centro e ad allontanarne gli abitanti che si ritrovano piano, piano, espropriati dai loro diritti e della qualità di vita alla quale erano abituati.
Quando arriva la notte…
Un’attività che, con l’arrivare della notte, trasforma intere strade e piazze in luoghi dove chi abita non ha più diritti ma deve solo sopportare soprusi e angherie da parte di utenti vocianti e, il più delle volte, irrispettosi dei diritti altrui e insensibili alla dignità dei luoghi che essi usano. Sono questi gli effetti della “movida bolognese” e dello “sballo” la cui fama già da tempo valica ampiamente i confini cittadini richiamando presenze sempre più numerose anche dalle città vicine.
L’attività in questione è quella dei bar da happy hour e cicchetto ad oltranza, dei fast-food etnici mordi e fuggi, della vendita di birra “bevi 3 e paghi 2”, delle pizzerie al taglio e di altro ancora.
Un’attività legata in buona parte alla vendita di alcolici che non fa altro che alimentare la diffusione dell’abuso di alcol che è un fenomeno ben conosciuto nelle fasce giovanili.
Niente a che vedere con le osterie, vanto della città negli anni ’60/70, dove gli studenti ed i giovani in generale convivevano con soddisfazione con i tiratardi più attempati, ascoltando il giovane Francesco Guccini. Niente a che vedere con i locali dove si faceva buona musica e si viveva fino a notte fonda con Chet Baker.
Quei locali si integravano con il tessuto della città fino a farne parte perché erano cresciuti con essa, quando non facevano parte anche della sua storia, rispondendo ad una sua tradizione “gaudente” storicamente sensibile alla domanda di luoghi per lo svago serale dei giovani ed in particolare degli studenti. Quei locali erano sparsi nella città e diventavano le mete precise di chi decideva di finire la giornata in compagnia a chiacchierare davanti a un buon bicchiere di vino e ad ascoltare musica. I nuovi locali restano invece estranei al tessuto della città perché si moltiplicano in fretta senza altri obiettivi che approfittare dell’occasione propizia offerta dalle nuove mode e dai nuovi utenti. I nuovi locali si insediano tutti nelle stesse vie, nelle stesse piazze perché il richiamo sia più immediato ed efficace e diventano le mete casuali di chi passa la serata alla ricerca del “cicchetto” o della birra al minor prezzo o di altro ancora.
Così facendo la densa presenza di questi locali straccia il tessuto urbano specializzandone rapidamente delle parti e stravolgendone completamente l’uso e la funzione originale. La notte vi si concentra una vita notturna fracassona, spesso indisciplinata e violenta nei comportamenti. Di giorno la successione di serrande chiuse e l’irreale assenza di attività umane fino alle prime ore della sera presentano uno spettacolo non meno estraneo alla storia di quei siti di quello notturno.
A tutto questo si aggiungono deprecabili situazioni come quelle create dalla programmazione culturale estiva dell’anno in corso che ha portato nella città storica un numero spropositato di concerti rock, elevando con una sciagurata delibera di giunta i decibel possibili in molti luoghi fragili e già a rischio come, ad esempio, Piazza Verdi. Una programmazione culturale che ha dimenticato completamente quella cultura urbana che vorrebbe che gli spazi fossero usati con equilibrio e rispetto per il loro rango e la loro qualità.
… nascono i conflitti
I malcapitati abitanti di quelle parti si ritrovano all’improvviso espropriati del loro spazio dove non esistono più diritti ma solo l’obbligo di sopportare. Ed allora nascono i conflitti. Il diritto al riposo ed alla qualità della vita di centinaia di famiglie che abitano quelle strade e quelle piazze, il più delle volte da sempre, si contrappone al diritto al lavoro di pochi esercizi di recente o recentissimo insediamento, senza il riconoscimento di nessuna priorità o gerarchia di valori.
Il suggerimento che alla fine prevale da parte di questi ai residenti è: “Se non vi sta bene andatevene”.
I cittadini perdono le loro strade e le strade rischiano di restare senza i loro cittadini.
“Salvare le pietre, mantenere gli abitanti” così vero nel passato fa allora riflettere oggi.
Se continua così in quelle parti della città storica, che stanno diventando sempre più numerose anche al di fuori di questa, non solo non si salveranno le pietre, nel senso anche del loro uso appropriato, ma si allontaneranno anche gli abitanti. Parlo di quelli che lavorano o studiano e che si debbono alzare alla mattina alle 7 e di quelli con i bambini che debbono andare a letto presto la sera, o ancora di quelli anziani che non possono sopportare le ansie e i soprusi di cui sono oggetto.
Come già avviene, le loro residenze, sempre meno appetibili, saranno occupate sempre di più da un’utenza temporanea che, se prima faceva parte di un salutare mix di tipologie di abitanti, finirà per prevalere sulle altre snaturando ulteriormente quel tessuto sociale tanto apprezzato dal giornalista di Le Monde.
In questo modo il fenomeno di cui ho parlato finisce per riprodurre sugli abitanti quella stessa violenza che è sempre stata propria della speculazione immobiliare quando aggrediva un tessuto storico col fine di espellerne gli originali abitanti.
Questa situazione non è sostenibile da nessun punto di vista, sia sociale che ambientale.
La visione, anche se forse esacerbata dal fatto che chi scrive si trova ad essere uno di quei malcapitati abitanti di cui sopra, è degna di una riflessione approfondita e responsabile che riguarda il futuro della nostra città storica e non solo di quella.
Quale idea di città?
Il tema vero è ancora una volta quello della “idea di città” che vogliamo che governi questo futuro. La domanda che viene spontanea allora è: ma che cosa intende questa Amministrazione per “riabitare Bologna”?
Che il centro storico diventi progressivamente un unico pub a cielo aperto o, come alcuni dicono, un unico grande luogo di spaccio di alcol? Si deve accettare che invece di cercare di fare riabitare Bologna a chi può viverla quotidianamente e continuativamente, si finisca per spopolarla a vantaggio solo di chi la usa in modo temporaneo e saltuario? Sempre di più la città degli utenti rischia di diventare una città per i consumatori.
È questo che si intende come riqualificazione di quelle parti? È questo che si intende come rivitalizzazione dello spazio pubblico di quelle parti di città?
Dov’è la “cultura della convivenza: imparare a vivere ed abitare insieme” di cui, sempre il PSC, parla ampiamente? Dove sono le misure per garantire quella “vivibilità urbana” che lo stesso PSC individua più volte come problema centrale per il raggiungimento dell’obiettivo “Riabitare Bologna”?
La ricerca di una migliore vivibilità urbana non significa fare in modo che anche la città storica mantenga o ritrovi un suo equilibrio nelle funzioni e nell’uso? Non significa creare le condizioni perché tutte le varie componenti dei suoi abitanti dei suoi utilizzatori possano convivere nel modo più armonico possibile di giorno e di notte durante tutto l’arco dell’anno?
Credo di conoscere questa città per averci vissuto da sempre e lavorato da più di 40 anni e so bene che non possiamo dimenticare l’importante e positiva presenza dei giovani ed in particolare degli studenti universitari, né tornare a visioni del passato superate ed anacronistiche.
La mia idea di una città ancora viva per i suoi abitanti e vivace per i suoi utilizzatori parte proprio da questa coscienza. Parto dalla convinzione che il tempo libero, in particolare dei giovani, non deve essere la causa del problema ma deve diventare la soluzione del problema.
Che fare?
Si costruiscano situazioni perché il percorso formativo dei giovani che frequentano Bologna per motivi di studio trovi, anche fuori dal tempo dello studio, occasioni di arricchimento culturale e sociale anche coniugate allo svago. Si elevi la qualità dell’offerta di tempo libero e di svago di tutta la città storica. Si favoriscano occasioni per la sperimentazione in tutti i campi della rappresentazione, intorno a cui fare crescere i tanti giovani artisti a partire da quelli che studiano al Conservatorio. Si favorisca la nascita, o la promozione per quelli già esistenti, di luoghi diffusi in tutta la città dove sia possibile bere un buon bicchiere di vino o una buona birra seguendo uno spettacolo di prosa o di buon cabaret (chi ricorda le glorie anche recenti del “Circolo Pavese”?) di buona musica, dalla musica classica al jazz, dalla musica popolare al rock.
Sottolineo l’importanza del fatto che i luoghi debbono essere diffusi in tutto il tessuto urbano e non concentrati solo in alcune parti.
Così facendo anche i più tradizionali esercizi pubblici troverebbero spazi più consoni al loro carattere che è pure di servizio.
Si tratta di mettere in campo una politica culturale che dia a questi obiettivi un ruolo prioritario, convogliando su di essi le poche risorse disponibili.
In questi obiettivi va coinvolta in primo luogo l’Università che ora è la grande assente in tutto quanto non riguarda strettamente la sua attività didattica. La recente apertura in via Petroni 13/b di una sala studio gestita dall’Associazione Media, aperta anche i giorni festivi e la sera fino alle 23, è comunque una sua apprezzabilissima iniziativa da diffondere e prendere come modello. Anche per l’Università esiste un problema di risorse economiche che va approfondito con attenzione per trovare le possibili sinergie con quelle organizzazioni economiche cui stanno a cuore le sorti di questa città.
Nella programmazione e gestione delle iniziative necessarie vanno poi coinvolte le Associazioni ed i comitati dei residenti e tutte le rappresentanze giovanili interessate, in modo da trovare insieme le giuste misure e da favorire l’impegno e la collaborazione di tutti.
Anche il programma culturale estivo della città va inserito in questa ottica.
Non è un problema di tendenze musicali e di gerarchie di qualità ma è un problema di gestione partecipata delle iniziative, di equilibrio e di attenzione per il rango e la qualità storica degli spazi interessati. Che tornino, con queste premesse, le occasioni per la grande musica rispolverando anche l’importante tradizione jazzistica della città. In questo quadro anche il rock avrà lo spazio che si merita ma in una programmazione diversificata, attenta e condivisa che individui luoghi idonei dove si possa minimizzare il disturbo per le residenze.
Che ci si adoperi infine per intervenire sui tessuti urbani ora compromessi con piani di valorizzazione commerciale realistici ed efficaci che permettano di ristabilire l’equilibrio delle attività e l’indispensabile qualità ambientale a partire dalla sua componente acustica che risulta per il momento comodamente dimenticata.
La sentenza del TAR sul ricorso che alcune Associazioni di residenti hanno fatto relativamente alla delibera della Giunta Comunale 80 del 25/05/2012, che elevava i limiti di rumore per una gran quantità di iniziative in alcune parti del centro storico, ed i recenti e passati rilievi dell’ARPA eseguiti quest’estate in via Petroni hanno ancora una volta dimostrato che il rumore è questione centrale nella vivibilità di molte zone della città e che l’attuale situazione in quelle zone provoca grande danno non solo alla salute dei cittadini residenti ma anche a quella di quanti vi lavorano ed operano.
Resta poi il problema generale del rispetto delle regole di convivenza civile da parte di tutti e di efficaci azioni per garantire tale rispetto. Su questo aspetto molto incide anche l’educazione e la sensibilità di tutte le parti in causa, che però è questione generale, che può trovare soluzioni a lunga scadenza in azioni che poco hanno a che vedere con gli strumenti a disposizione dell’Amministrazione.
Con queste premesse si può cominciare a mettere a punto una proposta di un “modello Bologna” per il tempo libero notturno che sia alternativo a quello francamente banale e scontato della così detta “movida”.
Queste a mio parere sono anche le condizioni necessarie perché possa attuarsi, senza conflitti e senza rischi per gli abitanti, quel piano per la pedonalità diffusa nel centro storico “Di Nuovo in Centro”, di cui condivido gli obiettivi e molte delle modalità di attuazione. Se invece quel piano diventasse un’altra occasione per appesantire e allargare ad altre parti della città l’insopportabile modello dell’“unico grande pub notturno a cielo aperto”, esso dovrebbe per primo fare i conti con il rifiuto dei suoi residenti, o almeno degli ultimi “cocciuti resistenti”, me compreso.
Adoperiamoci così perché lo slogan “salvare le pietre e mantenere gli abitanti” non sia solo riservato ad un passato che certo non potrà tornare, ma che abbia ancora un senso anche se declinato in forme nuove e contemporanee nel rispetto dei diritti e delle attese di tutti.
Pietro Maria Alemagna

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