Articolo
Luciano Vandelli

Bologna e le prospettive della Città metropolitana

DOSSIER – C’era una volta il paese degli 8000 campanili

Dai profondi mutamenti avvenuti nella organizzazione della nostra vita, che ha annullato le distanze e ci ha fatti cittadini di una città più vasta, è nata l’esigenza di un governo organico di un territorio più vasto del nostro Comune, un governo che non può consistere in un semplice coordinamento fra i diversi enti locali presenti di quel territorio, ma, piuttosto, in un nuovo ente politico, capace, cioè, di fare scelte e definire linee di governo organiche per il territorio. E in una democrazia rappresentativa, quale è la nostra, il governo di questo territorio dovrebbe essere espresso dai cittadini e rispondere a questi. La città metropolitana nasce da qui: una istituzione già presente in altri Paesi, seppure con caratteristiche diverse, prevista fin dal 1990 (L 142) per alcune realtà cittadine più importanti, e successivamente inclusa nella Costituzione (art. 114). Ora la realizzazione della città metropolitana è resa concreta dalla L. 135/2012 che reca “disposizioni urgenti per la revisione della spesa pubblica…”: una collocazione che non dovrebbe influenzare in modo determinante le caratteristiche della città metropolitana perché qui non si tratta solamente di contenere le spese ma principalmente di rendere le nostre istituzioni democratiche più rispondenti alla realtà del territorio.

Nella fase recente, si sono aperte, per le Città Metropolitane (CM), novità di grande rilievo.
Dopo una lunga attesa, considerato che le prime riflessioni sulla questione risalgono ad oltre una ventina di anni fa, quando si affermò l’esigenza di distinguere i problemi delle grandi aree italiane dalla uniforme disciplina che regola il sistema locale.
All’epoca, il tentativo rimase frustrato: in parte per i difetti della disciplina legislativa, in parte da conservatorismi e contrapposizioni, in parte, ancora, da un insufficiente sostegno da parte di organizzazioni sociali ed economiche, e da una scarsa partecipazione dei cittadini.
Così, l’obbiettivo di realizzare la CM rimase irrisolto. Eppure nacque, in quella fase, una nuova consapevolezza sul tema, tendendo, particolarmente a Bologna, ad avviare un processo, un metodo, una sperimentazione che potessero progressivamente tenere conto delle dinamiche metropolitane; di quelle dinamiche che già trovavano una gamma di risposte nelle varie realtà europee, dove le esperienze tendono a dare una forma istituzionale adeguata alle grandi aree metropolitane, accompagnando gli sviluppi dei sistemi economici e sociali.
Le grandi città, un sistema in crisi
In queste aree si presentano le più rilevanti potenzialità dei sistemi territoriali e al tempo stesso le maggiori problematicità. La crisi sta accelerando questi profili, esigendo reazioni decise; reazioni che sono affidate in larga misura ad un motore di sviluppo che non può che gravitare attorno alle città.
Rispetto a queste, vitali esigenze, l’attuale sistema presenta, nelle città italiane:
– un appiattimento delle regole, con una medesima disciplina giuridica per tutti gli enti locali (lo stesso vestito per nani e giganti);
– una sovrapposizione di istituzioni, competenze, classi politiche (con tre livelli territoriali elettivi, oltre allo Stato, lasciando ampi spazi a complicazioni e potenziali conflittualità);
– una moltiplicazione di regole e complessità (con evidenti difficoltà per gli operatori. Si pensi, ad esempio, ad un artigiano o ad una piccola impresa che svolge la sua attività in una provincia come la nostra, dovendo confrontarsi con 60 piani urbanistici, altrettanti regolamenti edilizi, ecc., in un groviglio di norme e prescrizioni le cui diversità non sono facilmente comprensibili).
Per conseguire una migliore funzionalità, in Europa si adottano vari modelli che, al di là delle specifiche peculiarità, perseguono complessivamente obbiettivi comuni: anzitutto tendendo ad una funzionalità e ad una semplificazione del governo in queste aree, superando, appunto, l’eccesso di impilamento e sovrapposizione di livelli, funzioni e competenze.
In Italia il perseguire una nuova funzionalità del governo metropolitano, presuppone un riordino incisivo, in un nuovo quadro di regole. Un quadro atteso da molti anni, come si è accennato che oggi – se pure non senza qualche incongruenza e qualche lacuna – si è delineata nei provvedimenti recenti (e, particolarmente, nel decreto sulla c.d. “spending review”), senza vincolare ad una sola, rigida soluzione, ma consentendo a ciascuna realtà locale di adottare il sistema che meglio risponda alle specifiche esigenze.
Due modelli: Parigi o Londra?
Ogni realtà è chiamata, così, a scelte che riflettono le proprie esigenze e potenzialità; con una pluralità di moduli variamente ispirati a casi esistenti nella panoramica europea. Tra questi casi, la disciplina italiana ora in vigore può essere ricollegata a due, ben distinti, modelli: che possiamo identificare, da un lato, con la formula che si applica all’autorità metropolitana di Londra; dall’altro, con la logica cui si ispirano le grandi città in Francia.
Nell’area londinese l’autorità metropolitana, incentrata su un sindaco eletto, svolge le funzioni metropolitane in forma unitaria sull’intero territorio; mentre a livello locale – in assenza di ogni comune di grandi dimensioni, paragonabile ai nostri capoluoghi – esiste un ampio numero di enti di prossimità, di dimensioni equiparabili.
Questo è uno dei modelli che emergono dal decreto sulla spending review: basato, appunto, su un governo unitario dell’area vasta, superando la presenza del comune capoluogo, così come noto fino ad oggi, che dovrebbe essere scomposto in più comuni. Scelta che, nel sopprimere lo storico capoluogo, suppone problemi di riorganizzazione delle strutture, delle risorse e delle funzioni, da un lato, e problemi di identità dei cittadini, dall’altro. Esigendo un consenso popolare che deve esprimersi in un referendum, che coinvolge tutta la popolazione dell’area.
L’altra strada percorribile, segue la logica francese; ispirata a forme associative, organizzate, a livello metropolitano, attorno al grande comune capoluogo, che è il motore di tutto il sistema aggregativo. Dunque, in questo sistema non si rinuncia al grande ente storico, in una dinamica federativa, di integrazione con le altre realtà.
Nel sistema italiano, questa filosofia si riflette ancora in una ulteriore alternativa, potendo lo statuto scegliere tra una formula che affida al sindaco del capoluogo, ex officio, anche il ruolo di sindaco metropolitano, ed un sistema elettivo indiretto, che affida al consiglio metropolitano – composto da sindaci e consiglieri – l’elezione del relativo sindaco. Il consiglio, del resto, è composto da sindaci e consiglieri comunali, scelti dagli stessi amministratori, nel perseguimento di un obiettivo che punta non solo e non tanto a realizzare un contenimento dei costi, quanto ad integrare ed a radicare la Città metropolitana, anche per quanto concerne la stessa classe politica, nel tessuto dei comuni che ne costituiscono il fondamento essenziale.
In questo, il disegno – affiancato dalla elezione indiretta prevista per gli organi delle province – punta ad una svolta ambiziosa: semplificando la stratificazione delle istituzioni e delle classe politica in tre soli livelli (statoregione- governo locale) dove il governo locale costituisce un sistema integrato.
Così, si pongono le basi per una città metropolitana sistema, non suddivisa tra classi politiche diverse e magari contrapposte, ma una classe politica sola che esprima le esigenze, prospettive del territorio, in una nuova lettura della democrazia locale che precisamente nella realtà dell’area metropolitana bolognese può trovare tutte le potenzialità per costruire un sistema coerente e coeso, con una nuova funzionalità per gestire i servizi e le funzioni, dando risposte efficaci alle domande – sempre più complesse – della nostra popolazione, del territorio, delle attività produttive.
Luciano Vandelli

Continua con “Le due opzioni possibili e il Consiglio metropolitano”

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