Articolo
Pierluigi Giacomoni

La svolta autoritaria dell’Ungheria

Tra i Paesi dell’Europa orientale che nel 1989 riconquistarono la libertà, dopo lo sfaldamento del blocco sovietico, l’Ungheria è oggi quello che inquieta di più. Qui da un paio d’anni una coalizione di destra sta pericolosamente rimettendo in circolazione fantasmi che parevano sepolti per sempre: il nazionalismo viscerale, lo sciovinismo, l’antisemitismo… in una parola l’autoritarismo, stile anni Trenta.

pierluigi-giacomoniCon le elezioni politiche del 2010 gli ungheresi si affidano, per reazione ad un periodo di instabilità e corruzione, al Fidesz, un partito che già aveva governato con modesti esiti tra il ’98 e il 2002.
Primo Ministro torna ad essere Viktor Orbán, 48 anni, un uomo che si era fatto un nome come oppositore del regime comunista. Partito da posizioni liberaldemocratiche, negli ultimi anni si è spostato sempre più a destra. In due anni di governo sono state modificate oltre 350 leggi. Oggi esponenti del Fidesz controllano la radio televisione, i giornali, la magistratura, la banca centrale.
La stessa nuova costituzione, entrata in vigore all’inizio dell’anno, ha posto fine a tutte quelle garanzie e contrappesi che permettevano controlli sugli abusi di potere.

Sull’orlo dell’abisso
Il Paese, però, è a rischio di bancarotta: per risanare un debito che ammontava due anni fa all’80% del PIL, Orbán ha smantellato il welfare, ha tagliato gli stipendi di soldati, insegnanti, pensionati; ha demolito il sistema sanitario e dell’istruzione; ha statalizzato i fondi pensione privati, ha imposto una pesante tassa alle banche e alle imprese di proprietà straniera. L’ipersvalutazione del fiorino, la moneta nazionale, ha però aperto una voragine ancor maggiore nel debito pubblico e ha incoraggiato la fuga dei capitali, soprattutto verso Austria e Slovacchia.
Le agenzie di rating a gennaio han classificato come “spazzatura” i buoni del tesoro magiari e i tassi d’interesse son schizzati verso l’alto.
In queste condizioni UE ed FMI hanno offerto prestiti a Orbán imponendogli di rivedere la costituzione e modificare le leggi più odiose, ma il premier, per il momento, le ha definite “condizioni inaccettabili”.
«I visitatori che giungono a Budapest dai paesi vicini – scriveva a gennaio il settimanale ceco Respekt – restano colpiti dalla vista di anziani avvolti in vecchi cappotti che si aggirano per la città. Dalle statistiche risulta che il 30 per cento degli ungheresi vive ormai al di sotto della soglia di povertà. La città, la cui ricchezza e fama toccarono l’apice nel XIX secolo, sta cercando di aggrapparsi al proprio glorioso passato, ma fuori dal centro sui marciapiedi si iniziano ad accumulare i sacchi della spazzatura e l’intonaco cade a pezzi dagli edifici. Chi cerca di distogliere lo sguardo da questi segnali di decadenza si ritrova davanti appesi ai lampioni i manifesti della rivista economica ungherese Hvg, sulla cui copertina nera spicca una parola a grandi lettere: Vége, [che significa FINE n.d.r.].»
Gli ungheresi avevano votato Fidesz nel 2010 perché era stata promessa loro una vita migliore e “un milione di posti di lavoro”. Oggi devono constatare che la miseria sta dilagando e il futuro si prospetta assai incerto.

L’opposizione
Ridotta quasi al silenzio quella parlamentare, è emersa negli ultimi mesi un’opposizione dal basso che sembra in grado di mettere in difficoltà Orbán e la sua granitica maggioranza. A gennaio circa 50.000 persone hanno protestato contro la nuova costituzione, mentre sono nati nuovi movimenti. Il più significativo pare esser Solidarietà di Peter Konya, un militare di carriera già leader del sindacato dei soldati.
Questo movimento difende gli interessi della gente impoverita. Insieme ad altre forze democratiche, sta creando il movimento EMD “un milione per la democrazia”, una rete di associazioni, sindacati, gruppi giovanili, che vogliono metter fine al regime e salvare il paese dal disastro.

Budapest e gli altri
Anche se l’UE non ha applicato all’Ungheria le sanzioni che impose ai tempi del governo Schüssell-Haider in Austria – ma non è ancora detta l’ultima parola – critiche severe alla politica neoautoritaria del governo sono giunte da più parti: dal Parlamento europeo, dalla commissaria alla giustizia Vivian Reding, da molti governi. I vicini temono che Budapest, a fini interni, voglia riaprire vecchie ferite sui confini con Slovacchia e Romania, dove vivono consistenti minoranze magiare.
L’UE, da parte sua, è preoccupata anche per la politica antirom applicata dal governo e per il serpeggiante antisemitismo delle autorità locali.
Anche fuori della comunità si guarda a Budapest con timore: gli Stati Uniti e l’ONU si son detti “delusi” e “preoccupati” per la piega presa dagli eventi in corso.
Viktor Orbán ha ancora saldamente in pugno le redini del potere, anche se forse il recente scandalo che ha portato alle dimissioni il Capo dello Stato Schmitt, suo strenuo sostenitore, ne ha indebolito la forza.
Se le pressioni internazionali si allenteranno, la sua immagine di “leader indomito” – sulla quale si regge il suo potere – si indebolirà. Se le pressioni continueranno, il paese andrà in bancarotta e gli eventi potrebbero sfuggirgli di mano, con conseguenze imprevedibili.
Finché ci riuscirà, cercherà di mantenere questa strana calma che precede la tempesta. tuttavia circolano già cartelli con la scritta «Elég!», “Basta!”.

Pier Luigi Giacomoni  


CRONOLOGIA DELLA SVOLTA
Aprile 2010 – Fidesz stravince le elezioni politiche conquistando i 2/3 dei seggi. Maggio – Il nuovo Parlamento approva una legge che concede alle minoranze magiare presenti nei Paesi vicini la nazionalità ungherese.
Luglio – FMI e UE sospendono gli aiuti a Budapest perché giudicano insoddisfacente la politica antideficit del governo Orbán.
Gennaio 2011 – Mentre Budapest assume la presidenza semestrale degli organi comunitari, entra in vigore la legge che prevede un controllo più stringente sui media.
Aprile – E’ approvata una nuova costituzione di stampo autoritario. Dicembre – E’ approvata una legge elettorale che avvantaggia Fidesz. Contemporaneamente ne è varata un’altra che mette il governatore della banca centrale sotto il controllo del governo.
Gennaio 2012 – Migliaia di persone protestano contro la nuova costituzione. Dopo S&P, anche Fitch declassa i buoni del tesoro ungheresi. L’UE sembra sul punto di chiedere a Budapest di modificare le leggi che, tra l’altro, sottomettono al potere politico i giudici.
Aprile – Il presidente Pál Schmitt si dimette: si è scoperto che la sua tesi di laurea era scopiazzata.
FONTE: Internazionale

IL CASO KLUBRADIO
Tra le decisioni assunte di recente dal governo ungherese ha fatto un certo scalpore quella che ha colpito la popolare emittente privata Klubradio che dava voce alle forze di opposizione. Utilizzando come una vera e propria scure l’agenzia ungherese di regolamentazione dei media, NMHH, Orbán ha fatto togliere la frequenza utilizzata a Budapest da questa stazione. La decisione è stata presa con la ridicola scusa dello scarso fervore nazionalistico della stazione radio, colpevole di non aver trasmesso un volume sufficiente di contenuti originali magiari (e quei pochi, – si potrebbe dire – evidentemente “sbagliati”). Questo provvedimento sembra inserirsi in una più ampia ondata di rappresaglie in corso nell’Europa orientale, Russia compresa, ai danni dei media indipendenti.
FONTE: radiopassioni.it

EUROPA CENTRALE: DEMOCRAZIA IN DECLINO
“Sconfitta per la democrazia in Europa orientale”, – così titolava lo scorso 26 marzo Die Presse, quotidiano austriaco – definendo “drammatici” ed “esplosivi” i risultati dell’ultimo “indice di trasformazione” della fondazione Bertelsmann, che analizza regolarmente l’evoluzione della democrazia e dell’economia di mercato in 128 paesi. “La maggioranza degli stati dell’Europa centrale, orientale e sudorientale hanno vissuto negli ultimi anni perdite qualitative per quanto riguarda la loro democrazia, la loro economia di mercato e la loro gestione politica”, constatava la fondazione.
Tra gli stati europei rimandati ci sono Ungheria (in testa), Slovacchia, Albania, Kosovo, Macedonia e Montenegro, mentre la Polonia e la Serbia (in misura minore) sono tra i promossi.
FONTE: presseurop.org

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