Articolo
Stefano Carati

Un’economia della felicità oggi è possibile?

Il “sistema Terra”, fondato su un complesso processo ciclico che ha garantito per milioni di anni un equilibrio dinamico al nostro pianeta e a tutti i viventi che lo hanno via via abitato, non può reggere all’infinito un processo lineare, che preleva risorse dalla biosfera, brucia materia per ottenere energia e produce prodotti che diventano rifiuti in un arco temporale sempre più breve, perché l’obiettivo è produrre sempre di più e far crescere indefinitamente il PIL, utilizzando il pianeta come un grande supermercato da cui possiamo prendere tutto quello che vogliamo. Il nodo della questione non è tanto preoccuparci dell’equilibrio del pianeta, che la natura comunque ritroverà, quanto domandarci se in questo equilibrio sarà o meno contemplata la presenza e la sopravvivenza dell’umanità (o di quale e quanta parte dell’umanità).

E’ sempre più evidente che la crisi che stiamo attraversando non è contingente, legata a un ciclo congiunturale, ma è sistemica e strutturale: una crisi che non è soltanto economico-finanziaria, ma anche e soprattutto ecologica, antropologica, culturale e sociale.
Le drammatiche conseguenze della crisi (l’aumento della disoccupazione, la mancanza di prospettive per le giovani generazioni, i cinquantenni definitivamente espulsi dal sistema produttivo, la chiusura e il fallimento di molte imprese, la morsa dei debiti pubblici e privati) dovrebbero farci percepire che siamo alla fine di un’epoca storica o, quanto meno, dovrebbero far sorgere in noi qualche (salutare) dubbio e qualche (impellente) domanda: è proprio vero che il sistema economico capitalistico e globalizzato è l’unica via che conduce alla “massima felicità per il maggior numero di persone”? siamo davvero convinti che il mercato sia il principio su cui porre le fondamenta dell’intero sistema socioeconomico e a cui affidarne completamente il funzionamento? è in grado, questo mercato, di rispondere alle istanze più profonde dell’essere umano in tutte le sue dimensioni vitali? è ragionevole ritenere che l’unico modo per misurare il valore delle cose sia il loro prezzo? siamo certi che la ricerca spasmodica del “benessere” sia davvero l’unica ricetta della felicità?
Il dogma del “pensiero unico” ha colonizzato le nostre menti a tal punto da indurci a considerare la causa della malattia come l’unica medicina adatta a guarirla: benchè sia evidente che la crisi è stata provocata da un “eccesso di produzione”, il farmaco che i “dottori” continuano a prescrivere alle economie malate altro non è che un’ulteriore e massiccia dose di “crescita”. Più o meno tutti i principali attori protagonisti della nostra realtà socio-economica (politici, economisti, sindacalisti, giornalisti economici, imprenditori) ripetono ossessivamente che la via di uscita è una soltanto, e sempre la stessa: bisogna crescere!
Sono soltanto due le operazioni contemplate in questo modello economico: l’addizione e la moltiplicazione. Ma, come ripete spesso Serge Latouche citando Kenneth Boulding, “chi crede che sia possibile una crescita infinita in un pianeta finito è un pazzo o è un economista”.

Un sistema insostenibile e profondamente ingiusto
Milioni di poveri sono esclusi dal mercato, dalla possibilità di una vita dignitosa, dalla speranza di un futuro per i loro figli; lavoratori-schiavi in vari Paesi del Sud del mondo producono il nostro cibo, cuciono i nostri vestiti, fabbricano le nostre macchine. Parallelamente allo sviluppo economico e all’espansione globale dei mercati, aumentano la povertà e la disoccupazione (anche nei Paesi del Nord) e si incrementano le diseguaglianze sociali, conseguenze di un processo che fa confluire il denaro verso la cima della piramide (dalle classi medie e popolari verso le classi ricche). Alle scuole elementari abbiamo imparato che le operazioni matematiche sono quattro: oltre all’addizione e alla moltiplicazione, ci sono anche la sottrazione e la divisione. E allora, sottrazione e divisione possono diventare la metafora di una nuova economia, fondata sulla sobrietà, la decrescita e la condivisione.
Gandhi scriveva, nel 1930, parole che ancor oggi risuonano come profetiche: “La civiltà nel vero senso della parola non consiste nel moltiplicare i bisogni, ma nel ridurli volontariamente e deliberatamente: solo questo porta alla vera felicità e alla gioia autentica”.
E un altro grande testimone del nostro tempo, Tonino Bello, commentando la pagina evangelica della cosiddetta “moltiplicazione dei pani” (definizione che egli contesta, chiamandola la “divisione dei pani”), scriveva: “Non è la moltiplicazione che sazierà il mondo, è la divisione! Il pane basta, cinque pani e due pesci bastano. Il pane che produce la terra è sufficiente. E’ l’accaparramento, invece, che impedisce la sazietà di tutti e provoca la penuria dei poveri. Se il pane, dalle mani di uno, passa nelle mani dell’altro, viene diviso, basta per tutti”.

Esiste una alternativa?
Pur non essendo un “esperto” (ma i sedicenti “esperti della materia” spesso ci spiegano, oggi, perché le cose sono andate in maniera diametralmente opposta a quanto loro stessi avevano previsto, ieri), sono andato alla ricerca di possibili strade alternative, che conducano a un’“economia solidale” e a una “politica di giustizia”.
Ho analizzato le possibili alternative per uscire dalla crisi attraverso il pensiero e le proposte di alcuni importanti autori che ho incontrato, ascoltato, letto: Serge Latouche, Maurizio Pallante, Francesco Gesualdi, Achille Rossi, Adriano Sella, Stefano Zamagni, Muhammad Yunus.
Ho poi cercato di andare più in profondità, perché sono convinto che, per decidere come uscire dalla crisi, sia prima necessario individuare la meta verso la quale dirigersi, il fondamento su cui costruire il cambiamento e le radici su cui innestarlo.
Credo, infatti, che l’immaginare un’economia della felicità e un mondo conviviale sottenda domande più profonde e radicali: che cosa è l’uomo? quand’è che l’uomo è veramente uomo? cosa costituisce il fondamento della sua umanità e cosa la realizza in pienezza? che cos’è la felicità?
Se è vero che quella che stiamo vivendo è una crisi di umanità, queste domande non sono così “fuori tema” come potrebbe apparire a prima vista.
La mia ricerca trova il suo fondamento etico nell’evento del Dio ebraico- cristiano, nella consapevolezza che un nuovo ordine mondiale potrà essere soltanto il frutto di un percorso condiviso, sostenuto dal contributo aperto e responsabile di fedi e culture diverse, abitate dalla speranza di un mondo conviviale.
Stefano Carati  

L’autore ha recentemente pubblicato “Per un’economia della felicità – verso un mondo conviviale”, Pazzini Editore (reperibile presso Librerie Dehoniane o sui siti http://www.ibs.it e http://www.bol.it).

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