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Gianluigi Parmeggiani

Il mio professore dell’infinito

Che cosa evoca il nome di Quirico Filopanti? Per la maggior parte delle persone il viale della circonvallazione di Bologna che collega Porta S. Vitale con Porta S. Donato. Per altri “ il professore più stravagante dello Studio bolognese nell’Ottocento”. Garibaldi lo chiamava “il mio professore dell’infinito” e Bacchelli lo definiva nel suo romanzo, Il Mulino del Po ,“il pazzerello del Risorgimento”. Nel secondo centenario della sua nascita (1812) lo ricordiamo attraverso le parole di un suo studioso erudito quanto appassionato.

Filopanti fu patriota, docente universitario, astronomo e politico: una figura dell’Ottocento paragonabile a quella di alcuni scienziati contemporanei, come Umberto Veronesi e Rita Levi Montalcini, capaci di impegnarsi, e spesso con ottimi risultati, anche nel sociale e nella vita politica.
Il suo vero nome era Giuseppe Barilli ed era nato a Riccardina di Budrio da padre falegname nel 1812. Assunse il nome di Quirico Filopanti nel 1837 perché Filopanti significa “voler bene a tutti” e Quirico ricorda la grandezza di Roma.
Il nuovo nome indicava il suo programma di vita: insegnare, fare apprendere, diffondere le conoscenze, inventare, creare.
E cominciò molto presto a realizzarlo, nel 1843 inventò un metodo per chiudere le rotte dei fiumi, la “paltelata”. Sebbene questa sia la più nota tra le invenzioni e le proposte tecniche di Filopanti, complice ancora Il Mulino del Po, ben altra importanza ebbe la proposta formulata nel 1858 dei fusi orari con il fine di istituire il tempo unico universale a cui l’intero globo si sarebbe dovuto rapportare.

I fusi orari
Un tempo universale che rispondeva a una esigenza pratica perché il mondo stava diventando un villaggio globale per lo sviluppo delle comunicazioni ferroviarie e telegrafiche, ma anche perché “servisse ancora al nobile ed elevato intento di ricordare agli uomini, che, malgrado la necessaria distinzione da città a città, da nazione a nazione, essi non debbono considerarsi come attendati in campi rivali od ostili, ma quali membri di una sola grande famiglia”. E oggi il mondo vive con i fusi orari, a tale punto da credere che siano sempre esistiti! Filopanti propose i fusi orari nel suo libro Miranda!, il suo capolavoro e forse la sua opera meno conosciuta, scritta negli anni del suo esilio a Londra, dove viveva dei proventi di qualche lezione di italiano e di matematica.
Esilio cui fu costretto dopo la breve esperienza della Repubblica romana, dove egli fu segretario dell’Assemblea portandovi proposte di rinnovamento sociale volte “al miglioramento morale e materiale di tutte le classi della società”. La parte di Miranda! che tratta delle stelle farà poi nascere L’universo e Le lezioni popolari d’astronomia.
Anche il cielo, “il cosmo formato da tutte le stelle a noi note [che è] soltanto una parte infinitesimale dell’universo”, doveva nobilitare ed elevare gli uomini attraverso il mirabile spettacolo delle simmetrie che si trovano nelle posizioni e nei movimenti dei corpi celesti. La divulgazione dell’astronomia mostra forse l’aspetto più importante di Filopanti. Egli era uno scienziato che cercava il contatto con la piazza, con il popolo e disdegnava le meditazioni al tavolo di lavoro nel chiuso di una stanza. Egli si rivolgeva al popolo con una “voce che aveva potente, sonora, di bel timbro e gradevole”, come ricorda ancora Bacchelli, e sentiva la piazza come il palcoscenico ideale per un democratico, forse anche ricordando le vicende della Rivoluzione Francese. Nelle lezioni tenute alla Montagnola, che diventava il centro del sistema solare, Venere e la Terra erano farfalle, Giove e Saturno erano uccelli grossi come un arancio e infine Urano e Nettuno “uccelletti della più piccola specie”. Non a caso nel 1905 Michele Rajna, da pochi anni direttore dell’Osservatorio Astronomico di Bologna, scrisse che durante l’Ottocento “l’astronomia rimase rappresentata a Bologna dall’ingegno potente, originale (se non del tutto calmo e ordinato) e dalla vasta dottrina di Quirico Filopanti”.

Filopanti “Cittadino attivo”
Egli lottò sempre contro un sapere chiuso, circoscritto, come testimoniano non solo le sue lezioni “all’aria aperta”, ma anche la vastità dei suoi interessi, sempre volti a migliorare le condizioni di vita del popolo. Ad esempio gli studi di matematica e d’ingegneria, e poi l’insegnamento presso l’Università di Bologna, stimolarono in Filopanti una riflessione sull’importanza delle discipline ingegneristiche per la realizzazione di una società equa e fraterna. Per ottenere questo scopo fece studi per sfruttare l’energia associata alle maree, per applicare la macchina a vapore nell’aratura dei campi e presentò, assieme a Garibaldi, un progetto per la sistemazione del Tevere e il risanamento dell’Agro romano.
Per Filopanti lo sviluppo della scienza e della tecnologia doveva servire per riscattare da una condizione miserabile le “classi pericolose” , che erano tali perché schiacciate dal dominio del “privilegio”. E non a caso Filopanti era socio, ma ne fu anche Presidente, della Società Operaia, costituita a Bologna nel 1860, dove teneva lezioni pubbliche domenicali, quando i lavoratori potevano avere un poco di tempo, per istruire il popolo, educarlo e portarlo alla conoscenza.
Tutto questo lo faceva mentre aveva un rapporto tormentato con l’Università; partecipava come volontario garibaldino alla terza guerra d’indipendenza, rimanendo ferito nel Trentino; era membro del Consiglio comunale di Bologna.
Per ultimo è importante ricordare che fu anche parlamentare dal 1876 fino alla sua morte, avvenuta nel 1894. Rappresentava i cittadini della sua terra: budriesi, imolesi, ferraresi.
Sebbene sopportasse con fatica i vincoli e i rituali della vita parlamentare, sedette nei banchi dell’Estrema sinistra, vicino allo scanno di Garibaldi, ed ebbe sempre grande indipendenza e libertà di giudizio, avendo come solo faro “le moltitudini lavoratrici e sofferenti”.
Migliore epitaffio della sua attività politica fu la sua morte in serena povertà in una camera a pagamento dell’Ospedale Maggiore, offerta dai suoi amici. Morì con una battuta: “sono stato fortunato, anche in punto di morte trovo chi mi paga una camera”.
La statua dello scultore Golfarelli che lo onora a Budrio è veramente ben meritata, anche se questo “professore all’aria aperta” meriterebbe ben altri onori dalla comunità bolognese e italiana.

Gianluigi Parmeggiani

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