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Lo sapevate che alla Coop si può anche votare?

La nostra redazione ha raccolto testimonianze e documenti sul mondo della cooperazione che in pochi conoscono nella sua complessità. Il ruolo della cooperazione all’interno del tessuto economico e sociale nazionale è riconosciuto dalla Costituzione della Repubblica Italiana, che al primo comma dell’articolo 45 recita: “La Repubblica riconosce la funzione sociale della cooperazione a carattere di mutualità e senza fini di speculazione privata. La legge ne promuove e favorisce l’incremento con i mezzi più idonei e ne assicura, con gli opportuni controlli, il carattere e le finalità”.

Fu un piccolo negozio di Toad Lane, a Rochdale (cittadina vicina a Manchester), che dal 21 dicembre 1844, ospitò la prima cooperativa organizzata del mondo.
Un sodalizio, quello tra i soci fondatori, passati alla storia come “probi pionieri di Rochdale”, sancito davanti ad un sacco di farina. Scopo della società era, infatti, quello di “adottare provvedimenti per assicurare il benessere materiale e migliorare le condizioni familiari e sociali dei soci…”.
Facciamo attenzione alle date.
La prima cooperativa nata in Italia è il Magazzino di previdenza di Torino, cooperativa di consumo fondata nel 1854 (l’Unità d’Italia arriverà solo nel 1861) per iniziativa dell’Associazione degli operai. Il Capitale di Karl Marx fu pubblicato nel 1867, ventitre anni dopo; per la rivoluzione d’ottobre bisognerà attenderne altri cinquanta (1917).
Gli ideali e le pratiche della cooperazione hanno pertanto radici ben più profonde e una storia ben più complessa di quella che spesso emerge dagli streotipi proposti dai principali mezzi di informazione. Un deficit di conoscenza che ha ragioni precise: il modello cooperativo, tutelato e promosso dall’articolo 45 della Costituzione italiana, presuppone (o meglio: presupporrebbe) un modello di sviluppo antitetico a quello del liberismo selvaggio – questo sì, iperideologico – che per più di vent’anni ha contaminato l’economia, la politica e, soprattutto, le menti degli individui.
In oltre un secolo e mezzo di vita, la cooperazione si è diffusa in tutto il mondo. Oggi l’Alleanza Cooperativa Internazionale associa 227 federazioni di cooperative in 91 paesi sparsi in tutto il mondo, con circa 800 milioni di soci (di cui 180 milioni in Cina e 210 milioni in India) e 100 milioni di occupati.
Nella sola Europa si contano 267.000 cooperative in 37 paesi con 163 milioni di soci e circa 5,5 milioni di occupati. I paesi più cooperativi sono la Finlandia, la Svezia, l’Irlanda (dove almeno metà della popolazione è iscritta ad una cooperativa). In Italia i soci di cooperative arrivano ad un quarto della popolazione.

Radicamento sul territorio e relazioni pericolose
Anche in un ambiente economico così ostile – specie in Italia, dove da sempre prevale un’economia basata sulla piccola e media impresa o sui grandi gruppi industriali (privati e/o pubblici) – la cooperazione ha saputo mantenere ed ampliare il proprio radicamento, senza cedere a complessi di inferiorità. Spesso venendo accusata di avvantaggiarsi di indebiti vantaggi fiscali.
Il prof. Stefano Zamagni – uno dei pochi professori universitari che propone ai suoi studenti un corso di laurea in “Economia e management delle imprese cooperative e delle organizzazioni non-profit” (da sempre i classici manuali di economia dedicano solo poche righe al modello cooperativo) – non la pensa così: «È certamente un’accusa falsa. È vero che l’impresa cooperativa riceve un trattamento fiscale di favore rispetto alla consorella capitalistica, ma ciò meno che compensa lo svantaggio che la cooperativa subisce a causa della impossibilità ad essa imposta dalla legge di accedere al mercato dei capitali (le cooperative non possono accedere alla Borsa, ndr). Il trattamento fiscale di favore di cui si parla ha per oggetto solamente quella parte degli utili di esercizio che vengono destinati a riserva indivisibile della cooperativa; e non già l’intero ammontare degli utili, come si tende a far credere».
Sono stati scritti centinaia di articoli di giornale sulle “relazioni pericolose” – a volte vere, a volte infondate – tra le centrali cooperative e i partiti della sinistra italiana (in particolare il PCI, ieri, e il PD, oggi). Così come il caso Unipol – dove indubbiamente ci fu un corto circuito tra gli ideali della cooperazione e i comportamenti di alcuni soggetti – ha fatto sì che si gettasse fango, genericamente, sull’intero mondo della cooperazione.
La vicenda dei lavoratori di Unicoop Tirreno (che deve far fronte a un buco di 9 milioni di euro derivante dalla gestione dei supermercati della Campania) e l’appalto per i lavori di ampliamento della base Nato Dal Molin a Vicenza, hanno suscitato discussioni e polemiche.
Guardandolo più da vicino, con occhio disincantato, il mondo della cooperazione offre però anche molti esempi positivi e, purtroppo, molto meno noti. Intorno a noi, per esempio, vivono migliaia di persone quotidianamente impegnate in attività sociali, promosse e praticate in quanto soci attivi di una cooperativa.
Una partecipazione che, in alcuni casi, si manifesta anche attraverso forme di decisione e di selezione democratiche, basate sulla consultazione dei soci.
L’esempio che vogliamo riportare è quello di Coop Adriatica, un colosso della grande distribuzione che conta 160 negozi tra Veneto, Emilia- Romagna, Marche, Abruzzo. Nel 2010, nonostante la crisi e il rincaro delle materie prime, Coop Adriatica ha fatturato due miliardi (2.035 milioni) di euro. I soci sono un milione e 130mila. I dipendenti sono circa 9.000, il 92,7% dei quali con contratto a tempo indeterminato.

Strumenti di democrazia diretta
Tutti concordano nel dire che – specie dopo la crisi finanziaria esplosa nel 2008 – anche il mondo economico, come quello politico, avrebbe bisogno di più regole, più trasparenza e più democrazia interna. Pochi sanno che – caso più unico che raro nel mondo della grande impresa – i soci di Coop Adriatica ogni tre anni sono chiamati ad eleggere i propri rappresentanti (non retribuiti) sul territorio e, con essi, una parte del consiglio di amministrazione.
Tra il 12 e il 23 aprile 2011 oltre 86mila soci hanno partecipato alle elezioni: un dato in sensibile crescita (+12,9%) rispetto alle elezioni del 2008. Hanno votato soprattutto le donne (il 64% del totale) e i soci di età compresa tra i 36 e i 55 anni (il 38%). E la componente rosa si è affermata anche nei risultati: il 54% dei consiglieri di Zona e la grande maggioranza dei presidenti di Distretto (10 su 12) sono risultati infatti di sesso femminile.
Quasi la metà degli eletti (48%) risultano consiglieri uscenti, ai quali tanti soci confermano, dunque, piena fiducia. L’età media si attesta intorno ai 50 anni, molti i diplomati (40%) e i laureati (32%), i lavoratori sono circa il doppio dei pensionati (62% contro 35%). Il 10% degli eletti lavora in Coop Adriatica, mentre il 2,3% è rappresentato da cittadini stranieri.
Questo, in sintesi, il sistema di votazione. Il territorio d’insediamento di Coop Adriatica è suddiviso in dodici “distretti” a loro volta composti da ventisei zone. Due mesi prima delle elezioni una commissione elettorale raccoglie le autocandidature dei soci (c’è un mese di tempo per autocandidarsi). Ogni socio recandosi a votare in uno dei dieci giorni in cui le urne restano aperte, riceve una scheda su cui esprimere la propria preferenza per uno tra i candidati a presidente di distretto (che rappresenta i soci nel Cda, percependo solo un gettone di presenza per ogni riunione) e a presidente di zona. Oltre ai presidenti, i soci di Coop Adriatica possono eleggere anche i candidati a consiglieri di zona: soci attivi impegnati a promuovere iniziative sul territorio e che, se eletti, insieme al presidente di zona vanno a comporre il consiglio di zona. Ciascun consiglio ha un budget annuale per le iniziative di carattere socioculturale promosse dai soci e la facoltà di decidere democraticamente come utilizzarlo.
Il “Forum della rappresentanza sociale”, infine, riunisce i presidenti di zona e i presidenti di distretto in un unico organismo di raccordo, convocato almeno due volte l’anno (ad esempio in occasione del bilancio preventivo e consuntivo).
Oltre alle varie attività assembleari e di volontariato, una volta all’anno i rappresentanti dei soci sono chiamati a partecipare ad una Consulta sociale nazionale che dura due giorni e durante la quale si condividono e si discutono le iniziative di carattere sociale promosse ed organizzate dai singoli soci e dalla cooperativa nel suo insieme.

La funzione sociale
Questa complessa macchina organizzativa naturalmente richiede un notevole investimento economico (per quanto nettamente inferiore, per esempio, alle spese pubblicitarie), ma è un costo coerente con gli scopi sociali che leggiamo nello statuto di Coop Adriatica. Ad esempio “assolvere la funzione sociale di difesa del bilancio familiare dei soci e dei non soci, fornendo loro beni e servizi di buona qualità alle migliori condizioni possibili ed orientando i consumatori nell’acquisto di prodotti che offrano maggiori garanzie di qualità/ sicurezza e di prezzo evitando gli sprechi di consumi; sviluppare lo spirito di solidarietà dei consumatori (soci e non), delle loro famiglie e dei lavoratori anche tramite l’organizzazione del tempo libero e la promozione.
Quante imprese commerciali conoscete che hanno tra i loro scopi primari quello di svolgere una “funzione sociale”? È evidente che, sia in termini di condizioni dei lavoratori sia in termini di reale democrazia nelle scelte della cooperativa, tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare. Ma è altrettanto vero che un simile esempio di democrazia nell’economia merita di essere conosciuto e analizzato con una certa attenzione.
Fortunatamente sindaci e parlamentari – al di là dei noti “canali comunicanti” tra alcuni partiti e alcune cooperative – non si eleggono nei supermercati… Eppure, forse, i politici di oggi potrebbero imparare molto dalla democrazia cooperativa. Se anche partiti, per esempio, educassero i loro “soci” (gli iscritti) a discutere e votare i propri bilanci, forse ci sarebbe maggiore trasparenza.
Anche se, va detto, non tutti sanno leggere un bilancio. Inoltre non dimentichiamo che, anche nelle cooperative, i bilanci possono essere resi pubblici solo dopo l’approvazione.
In questo modo risulta oggettivamente impossibile coinvolgere i soci nella fase di definizione del voci di bilancio e, con esse, delle scelte strategiche dell’impresa.
Nonostante i limiti, queste forme di democrazia partecipativa praticate da Coop Adriatica hanno prodotto risultati tangibili, non solo economici ma anche reputazionali: una ricerca del 2010 coordinata da Lapolis (Laboratorio di studi politici e sociali diretto da Ilvo Diamanti) ha mostrato come i giovani italiani ripongano molta più fiducia nella cooperazione che nella politica dei partiti. Per i giovani soci, in particolare, la scelta di aderire a Coop costituisce una vera e propria forma di impegno civile, una scelta “politica” che, come per gran parte dei loro coetanei, avviene attraverso stili di vita etici e di consumo critico, più che attraverso il coinvolgimento in luoghi e canali istituzionali.
A prescindere dal caso specifico, queste esperienze di consumo critico e consapevole sono potenzialmente feconde. Ci insegnano – o ci ricordano – che fare politica (o, se preferite, essere impegnati nella società) non significa solo andare a votare. Ciascuno di noi può “votare” un po’ tutti i giorni, facendo maggiore attenzione a ciò che mette nel carrello: se 1.130.000 soci-consumatori decidessero, sulla base di una valutazione etica, di smettere di acquistare un determinato prodotto, non sarebbe forse un fatto socialmente rilevante?

La Redazione


PRINCIPALI EVENTI LEGISLATIVI CHE RIGUARDANO LA COOPERAZIONE

  • Legge 8 novembre 1991, n. 381 – Disciplina delle cooperative sociali
  • Legge 3 aprile 2001, n. 142 – Revisione della legislazione in materia cooperativistica, con particolare riferimento alla posizione del socio lavoratore (con le modifiche apportate dal DDL A.C. 3193)
  • D.lgs. 2 agosto 2002, n. 220 – Norme in materia di riordino della vigilanza sugli enti cooperativi, ai sensi dell’articolo 7, comma 1, della L. 3 aprile 2001, n. 142, recante: «Revisione della legislazione in materia cooperativistica, con particolare riferimento alla posizione del socio lavoratore»
  • D.lgs. 17 gennaio 2003, n. 6 – Riforma organica della disciplina delle società di capitali e società cooperative (modificato da D. lgs. 28 dicembre 2004, n. 310)
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