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Pierluigi Giacomoni

Gheddafi: l’uomo bersaglio

Sono passati solo due anni dai faraonici festeggiamenti con cui il Colonnello Gheddafi intendeva celebrare se stesso e la propria “rivoluzione”. Allora sembrava che il leader libico fosse stato riammesso nella comunità internazionale, dopo esserne stato bandito per anni, a causa del sostegno dato al terrorismo. L’Italia, poi, ne aveva fatto un partner essenziale sia per risolvere il problema dell’incessante flusso migratorio che, attraversato il Canale di Sicilia, giungeva a Lampedusa, sia per aprire prospettive di ghiotte commesse alle imprese nostrane. Oggi la parabola politica dell’enigmatico colonnello pare al tramonto: un’opposizione, in passato repressa senza pietà, ha trovato il modo d’ingaggiare con lui una lotta mortale che sta sfociando in un bagno di sangue. L’esito del conflitto è, mentre scriviamo, ancora incerto; certi, invece, sono la partecipazione delle forze NATO al conflitto e le pressioni sul colonnello perché lasci il potere.

pierluigi-giacomoniCent’anni fa, Giolitti, premier italiano, per frenare i nazionalisti, ordina alle forze armate d’invadere la Libia. La conquista si rivela faticosa ed ancora di più il dominio d’una popolazione riottosa. Ne seguono anni di dura repressione con campi di concentramento, distruzione di villaggi, esecuzioni sommarie.
Finita la 2° guerra mondiale, sconfitto il fascismo, lo “scatolone di sabbia” passa sotto amministrazione britannica che nel 1951 l’affida a Re Idris, capo della tribù dei Senussi, potenti nella Cirenaica, ma malvisti nelle altre regioni del Paese. Da una di queste, la Sirte, verrà l’uomo che lo priverà del trono.
Sin da ragazzo, Muammar Gheddafi è pervaso dal desiderio d’emulare il suo mito: il leader egiziano Gamal Abdel Nasser, che nel ’56 sfida le potenze mondiali, nazionalizzando il Canale di Suez e nel ’59 vuol fondere Egitto e Siria, in vista dell’unione di tutti gli Arabi, in un unico grande Stato. Tramite la radio, ne ascolta i discorsi e ne assorbe l’ideologia nazionalista, socialista, panarabista. Così, si mette in luce come vibrante oppositore del regime di Re Idris. Negli anni ‘60 decide, insieme a coetanei che saliranno al potere con lui, d’intraprendere la carriera militare con l’obiettivo di rovesciare il sovrano.

IL PUTSCH – Dopo lunga preparazione, in semiclandestinità, temendo d’esser scoperti dalla polizia regia che ha mille occhi e orecchie, il 1° settembre 1969, Gheddafi e i suoi amici attuano un golpe senza spargere una goccia di sangue. Nella notte s’impadroniscono dei punti nevralgici del Paese e mettono sotto chiave i principali esponenti del regime. Il vecchio re apprende la notizia mentre è in vacanza in Turchia , ma i suoi sforzi per riprendersi il trono finiscono nel nulla.
Alle 6,30 da Radio Bengasi il Colonnello proclama: “Nel nome di Dio, o grande popolo di Libia! Interpretando la tua libera volontà; esaudendo i tuoi voti più cari; rispondendo ai tuoi reiterati appelli per una trasformazione ed un risanamento del paese che andassero di pari passo con il tuo legittimo desiderio di agire e di costruire; ascoltando, infine, i tuoi incitamenti alla rivolta, le tue forze armate si sono assunte il compito di rovesciare un regime reazionario e corrotto, il cui fetore ci soffocava e la cui vista ci inorridiva.
[…] Da questo momento la Libia è una repubblica libera e sovrana, che prende il nome di Repubblica Araba Libica. […] Essa avanzerà sul cammino della libertà, dell’unione e della giustizia sociale, garantendo a tutti i suoi figli il diritto all’uguaglianza, aprendo loro le porte ad un lavoro onesto: un lavoro scevro di sfruttamenti e di ingiustizie, in cui nessuno sarà né padrone né servo, in cui tutti si sentiranno liberi e fratelli, in seno ad una società che vedrà regnare, per grazia di Dio, la prosperità e l’uguaglianza”.

LA SECONDA INDIPENDENZA – Rivolto alla comunità straniera che vive in Libia ed ai partner internazionali che hanno importanti accordi in atto, Gheddafi aggiunge: “In questa occasione mi è gradito annunciare ai nostri amici stranieri che non devono nutrire alcuna inquietudine per i loro beni o per la loro vita. Sono sotto la protezione delle forze armate. Tengo inoltre ad assicurare loro che l’azione da noi intrapresa non è diretta contro nessuno Stato né contro i trattati internazionali o il diritto internazionale in vigore. Si tratta di una questione di politica interna, che riguarda soltanto la Libia e i suoi problemi cronici”.
Il Paese, però, è di fatto a sovranità limitata: sul territorio ci sono basi militari anglo-americane, le multinazionali spadroneggiano, una comunità di stranieri detiene i terreni migliori e le attività più redditizie. Mentre la popolazione è in miseria, dai pozzi sgorga uno dei migliori tipi di petrolio in circolazione.
Il Consiglio del Comando della Rivoluzione (CCR) – l’organismo di 12 giovani ufficiali che detiene tutto il potere – diversamente da quanto annunciato in un primo momento, farà carta straccia degli accordi precedentemente pattuiti dal deposto re.
Vengono chiuse, così, le basi militari inglesi ed americane e si preme sulle multinazionali del petrolio, di recente scoperto in Libia, affinché ne cedano l’estrazione e la raffinazione alla compagnia di bandiera, National Oil Company, (NOC).

LA CACCIATA – Ma è soprattutto contro gli Italiani che s’abbatte la scure del colonnello.
Già il 9 giugno ’67, dopo la guerra dei sei giorni, regnante Idris, i libici, come rappresaglia per la sconfitta egiziana sul Canale di Suez, avevano preso d’assalto le proprietà italiane, devastandole.
Salito al potere, Gheddafi fa capire che l’aria è cambiata.
Scrive Angelo Del Boca: “Gheddafi non ama gli italiani. Dei loro strumenti di morte ha ancora i segni nella carne.
E troppi lutti hanno colpito la sua famiglia. Non può essere sereno, quindi, quando prende la decisione di sbarazzarsi brutalmente della presenza italiana.
Non bada neppure all’interesse del paese, che forse degli italiani potrebbe ancora, per qualche tempo, avere bisogno. È sufficiente che ricordi le storie di guerra del padre per essere confortato nella sua decisione radicale”.
Così nei suoi discorsi volentieri rievoca le atrocità commesse ai tempi di Giolitti e Mussolini, ma fa capire a Roma che la Libia vuol esser risarcita per le sofferenze patite. Il governo italiano tergiversa e il 21 luglio ‘70 dai microfoni di Radio Tripoli, mentre in Italia è in atto una laboriosa crisi ministeriale, il colonnello in persona annuncia: “In nome del popolo, il CCR, nella ferma convinzione che è giunto il momento di recuperare la ricchezza dei suoi figli e dei suoi avi usurpata durante il dispotico governo italiano, decreta [che] siano restituiti tutti i beni immobili degli italiani esistenti nel momento dell’entrata in vigore del presente decreto”.
Roma protesta, ma non può far altro che prender atto di quanto deciso a Tripoli ed in tre mesi si completa l’esodo degl’Italiani di Libia. Il 18 ottobre ‘70 il colonnello può annunciare trionfante che l’ultimo scaglione di Italiani indesiderati ha lasciato il Paese.
Ne rimangono 2.300 tra “italiani “graditi” e tecnici di imprese che hanno contratti in Libia e fanno i “pendolari”.

L’UNITA’ ARABA – Fin dalla presa del potere, Gheddafi intraprende l’impresa di creare unioni con gli altri Stati arabi, sul modello della RAU creata da Nasser nel ’59, unificando Egitto e Siria.
Questi esperimenti, che miravano ad accrescere la forza politica e militare del mondo arabo, diviso in tanti Stati, fragili e non di rado in conflitto tra loro, falliscono l’uno dopo l’altro, ma non per questo il colonnello vi rinuncia, anzi ogni volta che perde, rilancia. Così, l’uomo scopre quanto sia piacevole esser intervistato dai media, spararle grosse, esser al centro dell’attenzione mondiale, ma va definendo anche meglio la sua ideologia.

IL LIBRO VERDE – Essa era già stata in parte enunciata all’indomani del golpe, in una serie d’interventi, ma prende forma nel corso degli anni e si precisa nel “discorso di Zuara” del 15 aprile ’73 nel quale Gheddafi attacca i burocrati, che ostacolano la rivoluzione, i tecnici, che non vogliono lavorare nelle zone più remote del paese e gli studenti, che alimentano il dissenso.
Prosegue enunciando i 5 punti del suo programma: 1) la sospensione delle leggi in vigore in Libia, ad esclusione di quelle contenute nella shari’a; 2) la messa al bando di tutti gli avversari della rivoluzione, a cominciare dai Fratelli Musulmani, dai comunisti e dai baathisti; 3) la consegna delle armi al popolo, perché assicuri «la difesa della rivoluzione»; 4) la proclamazione di una “rivoluzione amministrativa, dato che la burocrazia si è fatta grassa, pigra e staccata dal popolo”; 5) l’avvio di una rivoluzione culturale “per combattere lo spirito demagogico e le influenze culturali straniere”.
Ne seguono giorni di pogrom: i nemici del regime sono arrestati, i libri infetti arsi, gli Ulema messi all’indice.
Poco dopo il leader annuncia la prima parte del suo “libro verde” che prevede, tra l’altro, una profonda trasformazione della struttura statale.

LA GIAMAHIRYYA – Scrive Del Boca: “Poiché egli ritiene che la rappresentanza è un’impostura» e che “nessuna rappresentanza è accettabile al posto del popolo”, egli identifica nella democrazia diretta il metodo ideale di governo. Per realizzarlo egli dà vita a una costruzione di tipo piramidale, che così descrive: “In primo luogo il popolo si divide in congressi popolari di base. Ognuno di questi congressi sceglie la sua Segreteria.
Dall’insieme delle segreterie si formano, in ogni settore, congressi popolari non di base. Poi, l’insieme dei congressi popolari di base sceglie i comitati popolari e amministrativi che sostituiscono l’amministrazione governativa.
Da questo si ha che tutti i settori della società vengono diretti tramite comitati popolari”.
Anche il Paese viene ribattezzato in Giamahiryya, un neologismo che significa “repubblica delle masse”.
In una parola fondendo insieme nazionalismo arabo, socialismo coranico e populismo autoritario, Gheddafi riesce a dare alla Libia un’ideologia nazionale che non ha mai avuto.
Ad oltre 40 anni dalla “rivoluzione”, Gheddafi si è ritagliato un ruolo di primo piano sulla scena internazionale.
Alcune decisioni e certi comportamenti, però, hanno nuociuto alla sua reputazione di statista. Per gli Occidentali è l’uomo da odiare; per la destra, è colui che ha messo alla porta gli Europei e lotta contro i “valori occidentali”; per la sinistra, è l’anticomunista ed il “musulmano fanatico”; i leader arabi ne temono le intemperanze verbali e la ricchezza determinata dal petrolio; gli africani,l’interventismo; gli islamici, l’interpretazione non ortodossa del corano.
In altri termini, l’uomo-bersaglio da eliminare con tutti i mezzi.
Un uomo, tuttavia, che si è districato nei meandri della politica mondiale, dando filo da torcere a tutti con astuzia, spregiudicatezza, ambiguità, istrionismo, spietatezza.

Pierluigi Giacomoni

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