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Pierluigi Giacomoni

Colombia: una democrazia insanguinata

pierluigi-giacomoniApparentemente, la Colombia è una democrazia organizzata ed efficiente: ogni quattro anni si vota, ci sono partiti, giornali, radio e tv, sindacati, libere associazioni. In realtà, fin dalla sua nascita, il sangue non ha smesso di scorrere per una serie di guerre sovrapposte e annodate l’una all’altra in un groviglio inestricabile.

BOLIVAR
Nel dicembre 1829, Simón Bolìvar morì consumato dalla tisi, ma anche dalla delusione per non esser riuscito a governare neppure il Paese su cui aveva creduto d’edificare il sogno di un’unica nazione sudamericana. Il sogno del Libertador era quello di creare – com’era avvenuto nel Nord America – un grande Stato che andasse dal Venezuela alla Bolivia, passando per Colombia, Perù ed Ecuador. Più che dagli egoismi dei signorotti locali e dalle trame dei suoi generali, Bolivar era stato sconfitto dalla geografia. La sua Grande Colombia si era rivelata una specie d’arcipelago refrattario a qualunque autorità centrale, divisa dalle tre imponenti cordigliere e da alcuni fiumi poderosi, straordinariamente diversa al suo interno, tra la costa atlantica e quella pacifica, i deserti caraibici e quelli centrali, gli altopiani, le sterminate selve amazzoniche e le immense pianure orientali.
Il maxistato ipotizzato dal Libertador andò in briciole, dando vita a nuove entità fragili al loro interno.
I governi repubblicani di Bogotà, ad esempio, dovettero combattere, più che in qualunque altro Paese dell’America Latina, endemiche guerre civili.

CONSERVATORI E LIBERALI
Tra il 1848 e il ‘49, i conservatori e i liberali si costituirono in partito e cominciarono immediatamente ad ammazzarsi, dopo essersi riconosciuti nemici gli uni degli altri. Da allora, solo nel XIX sec., nella Colombia repubblicana furono combattute, oltre a 2 guerre con l’Ecuador, 8 guerre civili nazionali, 14 regionali e scoppiarono innumerevoli rivolte: un’ininterrotta scia di sangue realizzata in nome e per conto di due partiti, nati simili e diventati l’uno la fotocopia dell’altro. In verità, un secolo e mezzo fa, i loro capi agitavano parole d’ordine diverse: “Dio, patria e famiglia” i conservatori, “Egalité, liberté et fraternité” i liberali; quelli ritenevano la chiesa un bastione contro la barbarie, questi la giudicavano un ostacolo alla modernizzazione del Paese.
I due partiti, pur divisi dal cielo, erano però uniti dalle questioni terrene e soprattutto dalla comune paura del popolo. I liberali sembravano sempre assecondare le rivendicazioni popolari, che però puntualmente tradivano quando queste colpivano gli interessi dell’oligarchia al potere. Intorno al 1860, per esempio, appoggiarono la formazione delle Società democratiche, che repressero qualche anno dopo, insieme con i conservatori, quando questi embrioni di sindacati operai cominciarono a lottare in nome di “pane, lavoro o morte”.

L’ESCLUSIONE DAL POTERE
La più consueta tattica politica consisteva, per entrambi i partiti, nell’esclusione dell’avversario. Da un lato la si attuava insieme, quando qualche gruppo politico e sociale colpiva i privilegi della casta dominante, dall’altro la si realizzava, uno contro l’altro, dopo ogni elezione.
Quando non dovevano combattere un nemico comune, liberali e conservatori cercavano soprattutto d’escludersi a vicenda dagli organismi dello Stato, che entrambi consideravano un bottino da conquistare e un’arma per annientare l’avversario, usando, dopo le inevitabili epurazioni ad ogni passaggio di potere, la magistratura, la polizia e l’esercito, mobilitando il popolo. Nelle città e, soprattutto nelle campagne, i Colombiani si divisero, senza neppure rendersene conto, in rossi (liberali) e azzurri (conservatori), abituandosi ad ammazzarsi in guerre di cui non conoscevano assolutamente la ragione.
PANAMA’ Nel 1899 i liberali scatenarono la cosiddetta “Guerra dei mille giorni” perché i conservatori li avevano esclusi da ogni incarico pubblico. Dopo 3 anni di sanguinosi combattimenti e 100 mila morti, la Colombia precipitò nel caos. Gli Stati Uniti ne approfittarono per istigare una rivolta secessionista a Panamà e quindi riconoscere immediatamente l’autoproclamata repubblica, assicurandosi la costruzione e il possesso del canale interoceanico. I 25 milioni di dollari d’indennizzo statunitense, insieme agli introiti derivati dalle concessioni territoriali alle multinazionali del petrolio e della frutta, servirono a organizzare lo Stato, il cui controllo divenne quindi, per i due partiti, una questione di vita o di morte, da prendere “colombianamente” alla lettera.

GAITAN
Nel frattempo si sviluppò, soprattutto dopo la Rivoluzione bolscevica in Russia, un forte movimento operaio e contadino invariabilmente represso nel sangue.
Tra i pochi che compresero la novità rappresentata da questi moti vi fu il giovane avvocato Jorge Gaitàn (1898-1948), leader dell’Unión nacional de l’Izquierda Revolucionaria (Unir), che mobilitò i contadini in molte regioni con la parola d’ordine: “La terra a chi la lavora”. Gaitàn tuonava contro le false divisioni in seno al popolo: “In Colombia ci sono due paesi: il paese politico che si preoccupa delle elezioni, delle tresche burocratiche, degli interessi economici, privilegi e posti di potere… Il paese politico e l’oligarchia sono la stessa cosa. E il paese nazionale, il popolo che pensa al suo lavoro, alla salute e alla cultura… Noi apparteniamo al paese nazionale, al popolo di tutti i partiti che lotta contro il paese politico, contro l’oligarchia di tutti i partiti”.
Gaitàn comprendeva che il principale nemico della Colombia era il partito unico a due facce, che tutelava solo gli interessi delle oligarchie che saccheggiavano il Paese e disprezzavano il popolo. L’oligarchia, sorpresa da questi attacchi, reagì, scatenando i propri sicari. I capi dell’Unir caddero sotto i colpi delle “guardie regionali” finanziate dai latifondisti. Dopo alcuni massacri che costarono la vita a decine di militanti, Gaitàn scelse di far confluire il suo movimento nell’onnicomprensivo Partito liberale, che da decenni oscillava tra la conciliazione con i conservatori al parlamento di Bogotà e la minaccia, appena accennata, di un’insurrezione armata.
Gaitàn raggiunse, anche grazie all’uso sapiente della radio che consentiva di far giungere il suo messaggio ai 4 angoli del Paese, tali livelli di popolarità, che tutti gli osservatori prevedevano un suo facile successo alle presidenziali del 1950. Senonché, il 9 aprile ‘48, le pallottole di un giovane sicario fermarono la sua corsa.
Gaitàn, che si muoveva senza scorta, era solito dire che, se qualcuno l’avesse ammazzato, sarebbe morto a sua volta. Fu facile profeta, ma la sua morte fece esplodere il Paese.
Fino al ‘53, quando i militari assunsero il potere, la Colombia ripiombò nel caos e nella violenza incontrollata.
Tuttavia, il generale Rojas Pinilla che governò fino al ‘57, non riuscì a fermare l’orgia di sangue e dovette riconsegnare il potere ai civili.
Liberali e conservatori, nel frattempo, avevano concluso un accordo, denominato “Fronte Nazionale” in virtù del quale per 16 anni avrebbero governato insieme, alternandosi alla Presidenza della Repubblica.
Intanto, come reazione all’assassinio di Gaitàn, sorsero nuovi movimenti di guerriglia: il più longevo fu quello delle FARC (Fuerzas Armadas Revolucionaria de Colombia) guidata da Manuel Marulanda detto Tirofijo (1930- 2008).

PABLO E GLI ALTRI
Con gli anni 70 la Colombia divenne uno dei poli del traffico mondiale degli stupefacenti, anche a causa della crescente domanda del mercato nordamericano. Dapprima si produsse marijuana, poi, quando Bogotà e Washington si accanirono contro le piantagioni di “erba”, si passò alla cocaina.
In un primo momento i cartelli del narcotraffico di Cali e Medellin si fecero la guerra tra di loro, poi compresero che solo coalizzandosi avrebbero massimizzato i profitti ed accresciuto la pro-pria influenza sullo scenario politico nazionale.
Così, da un lato, dalla selva colombiana cominciarono a decollare Cesna carichi di pasta di coca diretti ai Caraibi e a Miami, dall’altro un numero sempre crescente di politici colombiani, d’ambedue gli schieramenti, si fecero corrompere dal denaro dei narcos. Il più celebre narcotrafficante, Pablo Escobar (1949-93), leader del cartello di Medellin, per breve tempo fu deputato al Congresso nelle file del Partido Liberal.

LE AUC
Mentre divampava aspro il conflitto tra alcuni settori dello Stato desiderosi di consegnare i narcos alla giustizia americana, con conseguente serie di delitti politici, riesplose il conflitto sociale tra latifondisti e bracciantato agricolo.
I primi trovarono nell’esercito e in alcuni gruppi dell’estrema destra il loro sostegno, i secondi si avvalsero dell’appoggio di alcuni movimenti di sinistra come l’UP e l’M-19. Come in passato l’oligarchia si coalizzò e foraggiò le AUC (Autodefensas Unidas de Colombia). Per tutti gli anni Novanta le AUC imperversarono nelle campagne lasciandosi dietro una scia di sangue e d’orrori col placet dell’esercito e di settori influenti dello Stato.
Con l’elezione nel 2002 alla Presidenza della Repubblica di Alvaro Uribe Vélez, che sosteneva apertamente le AUC, il loro ruolo declinò solo perché lo Stato si assunse l’onere di lottare contro le forze ritenute “eversive” dell’ordine costituito.

IL PLAN COLOMBIA
In questo quadro s’innesta il Plan Colombia concepito a Washignton negli anni Novanta e volto ufficialmente a sopprimere le coltivazioni di coca attraverso lo spargimento su di esse di defolianti, come ai tempi del Vietnam.
In realtà i dollari messi a disposizione dalle amministrazioni Clinton e Bush servirono anche all’esercito per comprare armamenti moderni per colpire sempre più duramente la popolazione civile. Per di più Bogotà ha alimentato conflitti con i paesi vicini, Ecuador e Venezuela, accusati di dar ospitalità alle FARC e alle altre guerriglie del Paese.
Invariabilmente, a ogni cambio di governo, il nuovo Presidente della Repubblica promette che, durante il suo mandato, la sovversione sarà piegata e l’ordine ristabilito. Invariabilmente, dopo 4 anni si deve costatare che le promesse non son state mantenute e la popolazione civile, estranea ai conflitti in atto, è ancora lì a pagare il prezzo più alto. Fino a quando questo tormentato Paese continuerà a soffrire?

Pier Luigi Giacomoni


Geografia – Economia Ordinamento La Colombia occupa la parte nordoccidentale dell’America Meridionale.
Confina a nord con Panamà, a nordest col Venezuela; ad est col Brasile; a sud con Ecuador e Perù. È bagnata dal Mar dei Caraibi e dall’Oceano Pacifico. Ha in piedi un contenzioso col Nicaragua per certe isole caraibiche che entrambi rivendicano.
Nome ufficiale dello Stato: Repubblica di Colombia Capitale: Bogotà (10 milioni d’abitanti).
Superficie: 1.141.748 kmq.
Popolazione: 46 milioni circa (ONU, 2009).
Lingua principale: spagnolo; Religione prevalente: cattolica.
Speranza di vita alla nascita: uomini – anni: 69; donne – anni 77. (ONU, 2009).
Circa 33 milioni di colombiani vivono con un dollaro al giorno: è molto diffusa l’economia formale e l’arte d’arrangiarsi.
Principali prodotti d’esportazione: petrolio e derivati, carbone, fiori, caffè, zucchero, babane e frutta tropicale, smeraldi, abbigliamento, prodotti chimici.
PIL pro capite: 4.930$ (Banca Mondiale, 2009) Unità monetaria: peso colombiano suddiviso in 100 centavos cambio euro/peso: 2.538,38*1 euro (nov.
2010).
Ordinamento dello stato – La Colombia è una repubblica presidenziale, suddivisa il 32 dipartimenti (province) più un distretto capitale.
Potere esecutivo – Il Presidente della Repubblica, eletto ogni 4 anni, è anche capo del Governo.
Potere legislativo – Il Congreso de la República, composto da due camere, ha il compito di fare le leggi. Sia la Camera dei Rappresentanti, 166 membri, sila il Senato, 102, sono eletti a suffragio universale ogni 4 anni.
Potere giudiziario – La Corte costituzionale e la Corte Suprema di Giustizia sono le due massime istanze giudiziarei del Paese.
Capo dello Stato: Juan Manuel Santos Calderon (7 agosto 2010).
fonti: BBC, Wikipedia.

MASS MEDIA La Colombia è uno dei Paesi più pericolosi per i giornalisti: solo negli anni Novanta ne sono stati uccisi 120. RSF sostiene che gruppi armati, politici corrotti e baroni della droga considerano la libera stampa un nemico da eliminare.
IN LIBRERIA G. PICCOLI, Colombia, il paese dell’ecesso.
Droga e privatizzazione della guerra civile. Ed. Feltrinelli, Milano, 2003 G. PICCOLI, Pablo e gli altri trafficanti di morte. Ed. EGA, Torino, 1994.
Anche i libri di GABRIEL GARCIA MARQUEZ, come Cent’anni di solitudine, Cronaca di una morte o Notizie di un sequestro danno, seppur in modo indiretto, un quadro della violenta realtà colombiana.

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