Articolo
Roberto Landini

ACLI: Movimento sociale dei lavoratori cristiani

Abbiamo chiesto a Roberto Landini, ex-Presidente Provinciale bolognese, di illustrarci brevemente quali sono secondo lui alcuni aspetti qualificanti ed i problemi, storici ed attuali, di una tradizionale presenza nella società italiana da oltre 60 anni.

La storia del Movimento Operaio riscontra il forte interesse del mondo cattolico a partire dalla pubblicazione della enciclica “Rerum Novarum” di Leone XIII del 1891, che segna la data storica ed emblematica del movimento sociale dei cattolici. Il documento pontificio diventa la “carta costituzionale “ della dottrina sociale della Chiesa: è una stazione di partenza per il percorso successivo.
Il percorso registra fino alla prima guerra mondiale la presenza dei cattolici nella società attraverso l’Opera dei Congressi.
Nel 1919 viene fondato il Partito Popolare Italiano di Don Sturzo.
Nel periodo successivo la dittatura, imposta dal fascismo, stronca per venti anni la libera esperienza dei Cristiani.
Una lunga vigilia nella clandestinità in cui “resiste” la continuità di un patrimonio ideale e culturale in gruppi coraggiosi di opposizione al regime.
La nascita
Diradata la notte, si riparte in un clima di libertà nel quale nascono anche le ACLI: a Roma nel 1944, appena dopo la liberazione della capitale; nell’Italia padana dopo il 25 aprile 1945.
Una storia del Movimento aclista che riscontra un radicamento territoriale immediato con la nascita in tutta Italia di moltissimi Circoli; una storia che non è solo quella dei vertici, dei difficili e tormentati rapporti con la Politica, con la Gerarchia ecclesiastica, con il Sindacato. Una nascita delle Acli per assicurare un riferimento ai lavoratori cristiani militanti nel sindacato unitario.
Il primo comma dell’art. 1 dello Statuto del 1946 recita: “Le Associazioni Cristiane dei lavoratori italiani (Acli) sono l’espressione della corrente cristiana nel campo sindacale”.
Due anni dopo l’articolo viene così modificato: “Le Acli sono il movimento sociale dei lavoratori cristiani”.
La diversa dizione statutaria è la conseguenza della secessione della corrente cristiana dal sindacato unitario CGIL. Nascono i “sindacati liberi” e le Acli forniscono la maggior parte dei quadri e degli iscritti.
I compiti e le finalità delle nuove Acli vengono così definiti: “ raggruppano coloro che nella applicazione della dottrina del Cristianesimo secondo l’insegnamento della Chiesa, ravvisano il fondamento e la condizione di un rinnovato ordinamento sociale in cui sia assicurato, secondo giustizia, il riconoscimento dei diritti e la soddisfazione delle esigenze materiali e spirituali dei lavoratori. Le Associazioni intendono promuovere pertanto l’affermazione dei principi Cristiani nella vita, negli ordinamenti, nella legislazione”.
La scissione sindacale
Il percorso sindacale del dopoguerra registra tensioni e conflitti interni su questioni di principio che portano la sollecitazione aclista alla costituzione di sindacati liberi ed autonomi pervenendo alla costituzione della CISL. La scissione sindacale non è un cataclisma imprevisto. L’ultimo scrollone è lo sciopero generale, ai margini di una insurrezione politica, proclamato il 14 luglio 1948 in seguito all’attentato contro Togliatti segretario del PCI.
In sessione straordinaria il Consiglio nazionale delle Acli conclude i lavori sostenendo la nascita di una nuova organizzazione sindacale “aperta a tutti i lavoratori italiani che intendono mantenere l’azione del sindacato effettivamente estranea ad ogni e a qualsiasi influenza di partito”.
Le Acli continuano a professarsi una componente autentica del movimento operaio, ma rifiutano la concezione del sindacato come cinghia di trasmissione del partito-guida e rifiutando di essere rinchiuse in una prigione ideologica e partitica.
Strappo doloroso ma inevitabile per la priorità del valore della libertà rispetto a quello della unità.
Dell’unità di tutti i lavoratori rimasero nelle Acli sempre vive la nostalgia e la volontà di rimarginare la ferita.
Nell’ambito di riflessione culturale e sociale le Acli conquistarono uno spazio cospicuo, soprattutto dalla metà degli anni sessanta animando il rilancio dell’unità sindacale, affermando, in contrasto con i partiti e con gli stessi vertici di CGIL, CISL, UIL, il principio dell’autonomia garantito dalla incompatibilità tra: cariche sindacali, incarichi di partito e mandato parlamentare.
L’unità sindacale
Un obiettivo, quello dell’unità sindacale, che in questi cinquanta anni, purtroppo, si è sempre più allontanato, ed oggi riscontra un terribile clima di divisione tra le tre maggiori sigle sindacali.
Per le Acli è sempre nel corso degli anni cinquanta che si risolve il contrasto tra due ipotesi Acli, come ricorda Domenico Rosati già presidente nazionale, nel suo libro “Il laico esperimento”. Da un lato il disegno di Penazzato: “il “movimento operaio cristiano” come centrale ideologica che, sul modello dell’esperienza belga ma con innesti di matrice italiana, si avvale per propria scelta di “strumenti” come il sindacato e il partito. Dall’altro la visione del “movimento delle opere”, di cui è alfiere Giovanni Bersani, imperniata sulla costruzione di una rete di presenze (cooperative, servizi ecc.) volte a creare utilità e nel contempo a produrre promozione sociale. E’ proprio il prevalere della prima versione che determina agli occhi dei critici la “politicizzazione delle Acli”.
Così le Acli crescono in sapere e in potere fino alla metà degli anni Sessanta con una imponente attività di formazione religiosa e sociale e con una forte capacità di analisi e di proposta. Una associazione storicamente nata e vissuta come punto di partenza e poi di aggregazione di una diversità positiva nei confronti di quella che era la vita sindacale, politica ed ecclesiale dei lavoratori cristiani. Sia nel sindacato, poi nella politica, poi nella cristianità (quella pre – e immediatamente post-conciliare), i lavoratori cristiani avevano bisogno di trovare e trovarono nelle Acli un punto di riferimento di una specifica “diversità” nei confronti di tre diversi mondi, che ciascuno a modo loro, apparivano chiusi a certe istanze. Gli aclisti seppero invece riconoscerle e sostenerle con l’organizzazione e con la formazione.
Una crisi di identità
La “questione” delle Acli cioè del proprio e specifico ruolo, è sempre rimasta di attualità. Oggi si tratta a guardar bene, di una forte “crisi di identità”: nel senso che si è appannata negli iscritti, in una parte dei dirigenti e nella opinione pubblica esterna, la ragione del proprio essere e dello stare insieme in forma organizzata.
Fu così per la gravissima crisi successiva al Congresso di Torino del 1969 (fine del collateralismo con la DC) e che si aggravò a seguito della sconfessione da parte dell’autorità ecclesiastica della cosiddetta “scelta socialista”.
E oggi le Acli vivono una situazione che si può definire genericamente di “crisi”, una crisi sotto gli occhi di tutti. Questo è vero anche sul piano nazionale e regionale; ma è più evidente nelle Acli di Bologna che presenta una gestione chiusa, blindata nel gruppo dirigente, una gestione che ha annullato la vita democratica e la partecipazione dei Circoli.
Viviamo certamente in una profonda crisi che ha creato un clima culturale, sociale e politico che appare ogni giorno più cupo, facendo esplodere un individualismo preoccupante e pericoloso.
Un clima in cui si riscontra la mortificazione della democrazia e della partecipazione nelle realtà associative, partitiche e sindacali. Sindacati ed Associazioni arroccate sulla gestione dei Servizi per il riscontro economico che ne deriva.
A questo clima negativo occorre opporsi e trovare strade di responsabilizzazione e di partecipazione dei cittadini, con lo stimolo ad uscire dal confine dell’orticello individuale e compromettere i personali talenti nell’impegno di solidarietà sociale.
Uno stimolo che ci obbliga ad interrogarci, in quanto cattolici, sulla nostra crisi. Uno stimolo per recuperare la spinta propulsiva ed ideale dell’impegno sociale e politico.
Perché la lunga crisi che ci affligge e che si è allargata nasce proprio da qui. Se perde l’anima anche l’impegno sociale e politico degenera, muore e si corrompe. Il vuoto di ideali e valori rappresenta la prima causa dei mali che oggi angustiano le realtà associative, sindacali, politiche.
Mali individuali nel pragmatismo di chi gestisce il potere per il potere; il conflitto di interessi, dovuto al prevalere dei poteri forti economici, finanziari e della comunicazione sociale; la sfiducia dei cittadini che provoca astensionismo e fuga dall’impegno sociale e politico, Siamo pertanto interpellati come cattolici a dare una risposta di impegno coerente e di servizio per ridare l’anima alle realtà organizzate che operano nel sociale.
Un impegno nel riferimento a quella fede religiosa e a quella dottrina sociale della Chiesa che illumina la politica fino a scorgervi la forma più alta di carità.
Nel riferimento a quelle indicazioni del Concilio Vaticano II che assegna al laicato cattolico la responsabilità del discernimento nelle scelte temporali, sociali, economiche. Un rilancio forte delle Acli per offrire uno strumento di aggregazione a quel mondo cattolico oggi terribilmente disperso ed individualista nella militanza sociale e politica.
Bologna, 11 novembre 2010
Roberto Landini

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